Usare ogni giornoChatGPT a supporto del lavoro accademico e professionale è diventato ormai normale per molti. È per tale motivazione che l’episodio che ha coinvolto Marcel Bucher, professore di scienze delle piante all’Università di Colonia, ha attirato l’attenzione della comunità scientifica e non solo. In pochi istanti, due anni di contenuti costruiti all’interno del chatbot sono stati cancellati senza possibilità di recupero.
Un archivio digitale sparito senza preavviso
Nel corso del tempo, Bucher aveva integrato ChatGPT nel proprio flusso di lavoro, utilizzandolo come assistente per la stesura di bozze di bandi, materiali didattici, strutture di articoli scientifici, esami e analisi delle risposte degli studenti. Il risultato era diventato una sorta di archivio dinamico, ricco di informazioni e riferimenti utili. Ad agosto, per semplice curiosità, il docente ha disattivato temporaneamente il consenso all’uso dei dati, con l’intento di verificare se il servizio continuasse a funzionare allo stesso modo.
L’effetto è stato immediato e drastico. Tutte le chat sono scomparse, le cartelle di progetto risultavano vuote e non è comparso alcun avviso preventivo. In pochi secondi, un patrimonio di lavoro accumulato in due anni è stato azzerato.
Tentativi di recupero e risposta dell’assistenza
In un primo momento, l’ipotesi è stata quella di un errore tecnico. Bucher ha provato a cambiare browser, dispositivo e rete, ha reinstallato l’applicazione e modificato più volte le impostazioni dell’account. Nessuno di questi tentativi ha portato a un ripristino dei contenuti. Anche il contatto con l’assistenza, inizialmente tramite risposte automatiche e poi con un operatore umano, non ha modificato l’esito finale: i dati erano stati eliminati in modo permanente e non esistevano backup recuperabili.
La posizione di OpenAI si basa sul principio di privacy by design. Disattivare il consenso all’uso dei dati comporta la cancellazione completa delle informazioni associate, senza conservarne traccia. Questo meccanismo, pur coerente con una tutela rigorosa della privacy, evidenzia un limite strutturale nell’uso di questi strumenti come archivi di lavoro a lungo termine.
