Il digitale, nella scuola italiana, è previsto, spesso è persino obbligatorio, eppure resta ai margini dell’esperienza quotidiana di studenti e docenti. A tal proposito, l’indagine conoscitiva appena conclusa dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato restituisce un quadro piuttosto netto. Secondo quanto riportato l’editoria scolastica ha accolto il digitale più per adeguamento formale che per reale convinzione. I numeri aiutano a capire la portata del problema. Parliamo di un settore che coinvolge ogni anno quasi otto milioni di studenti e circa un milione di insegnanti. Con un valore complessivo che sfiora i 950 milioni di euro. Eppure, nonostante oltre il 95% delle classi adotti libri in formato misto, cartaceo e digitale, solo una piccola parte delle licenze digitali viene effettivamente attivata. È un dato che pesa, perché segnala una distanza profonda tra la disponibilità dello strumento e il suo utilizzo reale.
Editoria scolastica digitale: ecco i recenti dati emersi
Tale distanza non nasce per caso. L’AGCM individua con chiarezza alcuni nodi strutturali che continuano a frenare il cambiamento. Le licenze digitali sono spesso rigide, legate a durate limitate e difficilmente trasferibili, mentre le piattaforme degli editori funzionano come mondi separati, poco inclini a dialogare tra loro. In tal modo il digitale perde uno dei suoi principali vantaggi, cioè la flessibilità. Inoltre, finisce per complicare pratiche consolidate come il mercato dell’usato o il comodato d’uso, invece di semplificarle.
A rendere il quadro ancora più statico contribuisce la forte concentrazione del mercato. Quattro grandi gruppi editoriali controllano oltre l’80% dell’editoria scolastica italiana, con un potere significativo nel definire tempi, modalità e limiti dell’innovazione. Non stupisce quindi che la digitalizzazione, avviata ufficialmente con le riforme del 2012, non abbia prodotto quella svolta strutturale che ci si attendeva.
Qualche segnale di cambiamento, però, inizia a intravedersi. Nelle fasi finali dell’indagine, i principali editori hanno mostrato apertura verso modelli più flessibili, ipotizzando licenze riattivabili a costi ridotti, tempi di accesso più lunghi e una maggiore possibilità di riuso dei contenuti. L’Autorità guarda a tali aperture come a un primo passo, ma sottolinea la necessità di trasformarle in prassi condivise e sostenute da interventi istituzionali.
Lo sguardo dell’indagine si spinge anche oltre l’editoria tradizionale, toccando il tema delle risorse educative open source, delle autoproduzioni scolastiche e delle potenzialità offerte dall’intelligenza artificiale. Strumenti che potrebbero favorire una didattica più personalizzata e ridurre i costi per le famiglie.
