Le autorità giudiziarie di Taiwan hanno emesso un mandato d’arresto nei confronti di Pete Lau, CEO e cofondatore di OnePlus. La ragione è un’indagine che punta a fare luce su un presunto reclutamento illecito di ingegneri taiwanesi a favore di realtà riconducibili alla Cina continentale. L’inchiesta coinvolge anche Carl Pei e due cittadini taiwanesi accusati di aver agito come intermediari.
Secondo gli inquirenti, OnePlus avrebbe attratto illegalmente oltre 70 ingegneri altamente specializzati a partire dal 2014, violando l’Act Governing Relations Between the People of the Taiwan Area and the Mainland Area. Si tratta di una legge che disciplina in modo rigoroso i rapporti economici e professionali tra Taiwan e la Cina. Pete Lau ricopre però anche ruoli strategici in OPPO come Senior Vice President e Chief Product Officer. Elemento che, secondo la procura, rafforza il sospetto di un trasferimento strutturato di competenze e conoscenze sensibili.
Per Taiwan la perdita di capitale umano qualificato è considerata una minaccia diretta alla sicurezza nazionale e alla competitività industriale. Il mandato d’arresto non implica automaticamente una detenzione immediata, ma segnala una presa di posizione netta delle autorità nei confronti di figure di primo piano dell’industria tecnologica asiatica.
OnePlus: tensioni tra Taipei e l’industria tecnologica cinese
Il caso OnePlus non è un episodio isolato, ma si inserisce in una strategia più ampia con cui Taiwan sta cercando di arginare la crescente influenza dell’industria tecnologica cinese. Negli ultimi anni, Taipei ha intensificato controlli, indagini e azioni legali per contrastare il cosiddetto “bracconaggio” di talenti, soprattutto dopo l’insediamento del presidente Lai Ching-te nel 2024.
Nel 2025 il governo taiwanese ha minacciato di bloccare esportazioni di chip verso alcuni Paesi, ha intentato cause per presunti furti di proprietà intellettuale e ha avviato indagini su assunzioni considerate sospette all’interno di colossi globali dei semiconduttori. Le autorità sostengono che molte aziende cinesi aggirino le restrizioni presentandosi come entità straniere o locali, creando strutture di comodo per assumere personale taiwanese senza autorizzazione. OnePlus, attraverso una nota ufficiale, ha dichiarato che le proprie attività continuano regolarmente e che l’indagine non sta avendo impatti operativi immediati. Invece Pete Lau non ha rilasciato commenti diretti.
Resta però evidente come il caso evidenzi una frattura sempre più profonda tra Taiwan e l’ecosistema tecnologico cinese, in un contesto in cui competenze, brevetti e capitale umano valgono quanto delle infrastrutture produttive. La vicenda OnePlus rischia quindi di diventare un precedente rilevante, non solo per l’azienda coinvolta, ma per l’intero equilibrio tra innovazione, geopolitica e controllo delle risorse strategiche in Asia.
