Il rallentamento imposto a WhatsApp in Russia non è passato inosservato e, questa volta, la reazione della popolazione è stata più rumorosa del solito. Da giorni, milioni di utenti sperimentano difficoltà concrete nell’utilizzo dell’app. Le chiamate vocali cadono, le conversazioni si interrompono, l’audio arriva a scatti o non parte affatto. Non si tratta di un disservizio tecnico isolato, ma di un intervento deliberato dell’Autorità federale delle comunicazioni. Proprio lei ha ridotto la velocità del traffico rendendo inutilizzabile una delle funzioni più usate della piattaforma.
In un Paese dove WhatsApp è diventato uno strumento essenziale per comunicare, soprattutto per chi vuole evitare i costi delle chiamate tradizionali, l’impatto è immediato. Famiglie separate da migliaia di chilometri, anziani poco avvezzi a soluzioni alternative. Tutti si ritrovano improvvisamente tagliati fuori. La giustificazione ufficiale parla di contrasto alle truffe e all’uso criminale della piattaforma, ma questa spiegazione convince pochi. Anche perché i numeri raccontano altro. quasi cento milioni di persone in Russia usano WhatsApp, spesso come unico mezzo per telefonare via Internet. Non sorprende quindi che siano partite le prime azioni legali, con cittadini che si rivolgono ai tribunali e alla Duma denunciando una misura ritenuta sproporzionata e priva di basi solide.
WhatsApp e il controllo digitale: il sospetto di un piano più ampio
Dietro il rallentamento di WhatsApp, molti intravedono un disegno più ampio. Da tempo le autorità spingono verso l’adozione di Max, un sistema di messaggistica nazionale promosso come alternativa “sicura” alle piattaforme straniere. Il problema è che questa sicurezza sembra andare di pari passo con un controllo sociale. Max richiederebbe la geolocalizzazione, l’accesso a dati sensibili e, secondo diverse analisi, consentirebbe alle istituzioni di monitorare comunicazioni e comportamenti digitali.
Il passaggio forzato non sta però funzionando come previsto. Max soffre di limiti tecnici, ha un’interfaccia poco intuitiva e non gode della fiducia necessaria per sostituire WhatsApp. Nonostante ciò, scuole, università e uffici pubblici stanno imponendo la sua installazione come condizione per ricevere comunicazioni ufficiali, creando un sistema che lascia poco spazio di scelta. Il governo insiste, parlando di efficienza e servizi digitali integrati. La sensazione diffusa però è che il prezzo da pagare sia la rinuncia a quel poco di privacy rimasto.
Il malcontento cresce. Ma oggi, per una volta, la protesta non resta confinata ai social o alle conversazioni private, ma approda nelle aule dei tribunali, segnalando una frattura sempre più evidente tra cittadini e potere.
