Un sistema compatto, autonomo e alimentato interamente dal Sole: si chiama EnsAK e nasce in Germania centrale come soluzione per trattare le acque reflue anche in contesti di emergenza — guerre, catastrofi naturali o crisi umanitarie — dove l’elettricità scarseggia e le infrastrutture sono compromesse.
Il progetto, coordinato dal professor Markus Röhricht della Technical University of Central Hesse, è appena entrato nella fase di test sul campo presso il depuratore della cittadina di Lollar, dove resterà operativo per un anno intero. Dopo anni di sviluppo in laboratorio, ora gli scienziati vogliono verificare la resistenza del sistema alle condizioni reali, dalle gelate invernali al caldo estivo.
Come funziona EnsAK
Al centro del sistema c’è un reattore biologico in cui confluisce l’acqua già prefiltrata dalle impurità più grossolane. All’interno, migliaia di micro-cubi di schiuma galleggiano e si muovono continuamente, creando l’ambiente perfetto per la crescita di microrganismi depurativi. Su questi cubi si forma un biofilm rigenerativo, capace di degradare la sostanza organica contenuta nell’acqua. Quando il biofilm si consuma, i residui si staccano naturalmente e vengono rimossi in una fase successiva sotto forma di fanghi. Il processo, interamente alimentato da pannelli fotovoltaici, rende l’impianto indipendente dalla rete elettrica.
Efficienza e risultati già promettenti
I primi dati raccolti sono sorprendenti:
- Riduzione del 90% della domanda chimica di ossigeno (COD), segno di un’elevata efficienza nella rimozione delle sostanze organiche;
- Abbattimento dell’azoto tra il 60% e il 70%, un risultato chiave per prevenire l’eutrofizzazione di fiumi e laghi.
- Numeri che, secondo Röhricht e il suo team, raggiungono già i rigorosi standard tedeschi per il trattamento delle acque, nonostante le dimensioni molto più contenute rispetto a un impianto tradizionale.
Il sistema viene monitorato costantemente: i tecnici raccolgono campioni d’acqua più volte alla settimana, analizzandoli nei laboratori universitari per tenere sotto controllo i parametri chimici e biologici.
Ottimizzazioni e prospettive future
La prossima sfida è ridurre i tempi di permanenza dell’acqua nel reattore: dalle attuali 16 ore a circa 10, mantenendo la stessa qualità di depurazione. Parallelamente, il team sta sperimentando nuovi materiali per i cubi di schiuma, con porosità diverse per migliorare il rapporto tra efficienza e consumo di materiale. Se i test confermeranno le previsioni, EnsAK potrebbe diventare un impianto mobile standard per gli interventi umanitari, in grado di garantire acqua pulita e sicura anche nelle aree più remote o colpite da calamità. La forza di EnsAK non è solo tecnologica, ma anche concettuale: dimostra che energia solare e bioingegneria possono unire le forze per affrontare emergenze ambientali e umanitarie.
Un piccolo reattore portatile che — se tutto andrà come previsto — potrebbe trasformarsi in uno strumento vitale per ridurre i rischi sanitari e proteggere le risorse idriche globali.
