Negli ultimi mesi si sente ripetere sempre la stessa storia: l’AI sta divorando elettricità a un ritmo che nessuno aveva davvero previsto. Ogni nuovo modello richiede più potenza, più calcolo, più server, e questo si traduce in un fabbisogno energetico che cresce senza prendersi pause. I data center, che già consumavano parecchio, ora stanno diventando una delle voci più ingombranti del bilancio elettrico globale. Le proiezioni per il 2030 non sono esattamente rassicuranti: l’aumento previsto supera quello di qualunque altro settore e costringe governi, utility e aziende tecnologiche a guardare con occhi nuovi a soluzioni che finora erano rimaste ai margini del dibattito pubblico.
AI e consumi elettrici: i data center chiedono soluzioni urgenti
In questo contesto, il nucleare sta tornando a essere una possibilità concreta, non tanto nella forma delle grandi centrali tradizionali, quanto in quella degli small modular reactors (gli SMR). La loro forza sta proprio nelle dimensioni ridotte: un reattore capace di generare fino a 300 megawatt ma con un nucleo che, per grandezza, potrebbe quasi entrare in un grande hangar industriale. Tre metri di diametro, sei di altezza, abbastanza contenuto da poter essere costruito in fabbrica, trasportato su strada o via mare e assemblato direttamente sul sito che ne ha bisogno. Anche l’impianto complessivo, che richiede circa venti ettari, è gestibile per un campus universitario o un polo tecnologico che voglia rendersi indipendente dalla rete.
Il principio di funzionamento rimane quello classico della fissione: il calore prodotto viene trasferito a un circuito che genera vapore e fa girare una turbina. La differenza sta nelle scelte progettuali, che puntano sempre più su sistemi di sicurezza passivi capaci di intervenire automaticamente senza bisogno di controlli continui. La minore quantità di combustibile fissile, inoltre, riduce in parte la portata dei rischi, almeno secondo chi sta sviluppando questa nuova generazione di impianti.
Small modular reactors: il nucleare compatto che punta ai data center
Il vero motivo per cui se ne parla così tanto è però la sete energetica dei data center. Le aziende che lavorano con l’AI non possono permettersi incertezze: servono energia costante, disponibile ventiquattr’ore su ventiquattro, e la possibilità di installare un SMR accanto ai luoghi di consumo rappresenta una tentazione forte. Negli Stati Uniti questo discorso è ormai apertamente sul tavolo. Ci sono università che stanno trasformando i microreattori in veri laboratori viventi, come l’Università dell’Illinois che, insieme a Nano Nuclear Energy, vuole alimentare gli edifici del campus e allo stesso tempo offrire un ambiente di sperimentazione per ricercatori e regolatori. Anche Texas A&M sta seguendo la stessa direzione con un progetto dimostrativo.
Naturalmente restano nodi complicati, come le autorizzazioni, il trasporto del combustibile ad alto arricchimento e, soprattutto, la questione delle scorie nucleari, per cui molti paesi non hanno ancora un sito definitivo. Nonostante ciò, l’interesse industriale sta crescendo in modo evidente. X-energy, sostenuta da Amazon, è uno dei nomi più citati, perché punta proprio a fornire energia carbon-free ai data center del futuro. Se i prototipi troveranno spazio operativo entro il prossimo decennio, è possibile che gli SMR diventino uno dei tasselli chiave per far convivere l’espansione dell’AI con un sistema energetico più sostenibile.
