La cometa 3I/ATLAS è comparsa all’inizio di luglio, e diciamocelo, non è stata una visita qualsiasi. Questo oggetto celeste è riuscito a calamitare l’attenzione degli astronomi con una forza che non si vedeva da tempo. Non capita tutti i giorni di avere un ospite che viene da fuori, proprio dall’esterno del nostro Sistema Solare, tanto che finora ne avevamo intercettati solo due. Capite bene che, con un biglietto da visita così raro, e con quelle code che hanno subito dato nell’occhio, un po’ di speculazioni fantasiose erano nell’aria, quasi inevitabili.
3I/ATLAS sotto la lente marziana: precisione dieci volte superiore
C’è stato anche il professore di Harvard, il noto Avi Loeb, che ha tirato fuori l’ipotesi più audace, suggerendo per un momento che potesse trattarsi di un veicolo spaziale in piena manovra. Un’idea affascinante, innegabilmente, ma la realtà dei dati scientifici, piano piano, ha riportato tutti con i piedi per terra, ridimensionando la fantascienza a favore di una spiegazione più… beh, cosmica.
Ma la vera svolta, la parte che ha reso queste ultime settimane davvero entusiasmanti, è arrivata dalla scelta che l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) ha fatto per studiarla. Invece di limitarsi ai soliti telescopi quaggiù, come si era fatto fino a settembre, gli scienziati hanno tirato fuori dal cilindro una mossa che definire rivoluzionaria è poco: hanno deciso di arruolare la sonda ExoMars Trace Gas Orbiter!
Pensateci un attimo: quella sonda è lì, a girare attorno a Marte, la sua missione è analizzare l’atmosfera del Pianeta Rosso e mappare la superficie. Ma si è trovata nel posto giusto al momento giusto, posizionata dieci volte più vicino alla cometa di quanto lo fossimo noi sulla Terra. Tra l’1 e il 7 ottobre, mentre 3I/ATLAS sfrecciava a 29 milioni di chilometri da Marte, la sonda si è trasformata in un occhio privilegiato.
Questa “triangolazione” marziana ha permesso di ottenere misure con una precisione dieci volte superiore rispetto a quelle che avremmo potuto raccogliere da casa nostra. Non è stato semplice, intendiamoci: hanno dovuto ruotare la fotocamera CaSSIS, che era stata progettata apposta per guardare giù, verso il suolo di Marte, e puntarla invece verso le stelle. Una manovra che ha richiesto una cura maniacale e una calibrazione a dir poco impeccabile.
Grazie a questa nuova e incredibile prospettiva, ora conosciamo la cometa, che viaggia a ben 250.000 km/h, con una precisione mai vista, proprio mentre si prepara a salutarci per lasciare il nostro Sistema Solare definitivamente. E in più, abbiamo fatto storia: per la primissima volta, misurazioni astrometriche fatte da un veicolo che orbita intorno a un altro pianeta sono state accettate nel database ufficiale del Minor Planet Center.
È un risultato che ci fa capire quanto sia prezioso avere strumenti sparsi per il cosmo, lontano dalla nostra Terra, per tenere d’occhio oggetti che un giorno potrebbero richiedere un’attenzione molto più rapida e urgente. E la storia non finisce qui: la missione Juice sta continuando a osservare la cometa nella fase successiva al suo punto di massimo avvicinamento al Sole, e ci aspettiamo nuove scoperte già nel 2026. L’ESA, intanto, sta già pensando al futuro, con missioni come Neomir e Comet Interceptor, che potrebbero rendere avvistamenti come questo non solo più frequenti, ma anche sempre più illuminanti per la nostra comprensione dell’Universo.
