Amazon sta spingendo sempre di più sull’intelligenza artificiale applicata allo shopping, e il suo assistente Rufus ne è la prova più evidente. Nato per rendere gli acquisti più rapidi, personali e conversazionali, Rufus sta però facendo discutere. L’assistente AI per funzionare al meglio attinge a una quantità sorprendente di informazioni sugli utenti.
Negli Stati Uniti, dove Rufus è già ampiamente integrato nell’app Amazon, l’assistente può utilizzare dati provenienti da diversi servizi dell’ecosistema, come Prime Video, Kindle e soprattutto Prime Music. L’obiettivo, secondo Amazon, è “capire meglio i gusti del cliente” per proporre prodotti rilevanti non solo in base alle ricerche, ma anche sulla base dello stile di vita digitale. In pratica, se ascolti spesso un certo artista o un certo genere musicale, Rufus potrebbe suggerirti gadget, vinili, merchandising o perfino prodotti legati a quell’atmosfera. Una personalizzazione molto spinta, forse fin troppo.
Il punto delicato, infatti, è che l’utente spesso non si rende conto dell’estensione del tracciamento. Rufus non si limita a leggere ciò che scrivi nella barra di ricerca: combina cronologia acquisti, liste dei desideri, recensioni lasciate, contenuti guardati o ascoltati, e perfino quanto tempo hai passato a osservare un prodotto senza comprarlo. Tutto viene trasformato in un profilo ultra-dettagliato, che l’AI usa per rispondere meglio alle domande e anticipare necessità future.
Rufus sa troppo di noi, è la nuova era degli assistenti AI
Per Amazon è la naturale evoluzione dello shopping online, dove ogni interazione diventa un suggerimento “più intelligente”. Per molti utenti e osservatori, invece, è un nuovo passo verso un modello in cui l’intelligenza artificiale sa troppo, al punto da rendere quasi impossibile distinguere comodità e controllo.
C’è anche il tema della trasparenza: Rufus è bravo a dare risposte utili – dai consigli su quale TV scegliere fino a un confronto tra marche di integratori – ma è molto meno esplicito su quali dati sta usando in un dato momento. Solo immergendosi nelle impostazioni privacy si capisce davvero quanto il sistema attinga dai vari servizi Amazon.
Uno strumento potente, quindi, ma capace di aprire un dibattito più ampio: dove finisce la personalizzazione e dove inizia l’invasività? È una domanda che accompagnerà sempre più spesso gli assistenti AI, soprattutto quelli costruiti su piattaforme che già conoscono così tanto dei propri utenti.
