Se per caso avete in programma un viaggio in Giappone e speravate di far scorta di Asahi Super Dry o di qualche altro prodotto locale, sappiate che potreste trovare gli scaffali un po’… desolati. E no, non è colpa di una nuova moda passeggera, ma di un problema ben più serio e moderno: un attacco informatico di quelli pesanti.
Un cyberattacco blocca Asahi: il Giappone resta senza birra e bevande
La notizia è che l’azienda Asahi, un colosso che in Italia conosciamo per la popolarissima birra, ma che in Giappone spazia su una gamma vastissima di bevande e alimenti, si è ritrovata con le linee produttive completamente paralizzate. Un vero e proprio incubo per un’azienda di queste dimensioni. Praticamente tutti gli stabilimenti giapponesi sono bloccati da giorni, e al momento, l’azienda non ha saputo dare una data certa per la ripartenza.
Potete immaginare il caos. I principali rivenditori del Sol Levante, dalle catene di convenience store come 7-Eleven, FamilyMart e Lawson, fino ai supermercati come Life Cooperation, hanno dovuto avvisare i clienti che i loro prodotti preferiti Asahi stanno per sparire. FamilyMart, ad esempio, ha dovuto sospendere gli ordini del suo tè a marchio privato, il Famimaru, che è prodotto proprio da Asahi. E ovviamente, l’iconica birra Asahi Super Dry è diventata merce rara o proprio introvabile da 7-Eleven. Lawson sta cercando di limitare i danni introducendo prodotti alternativi, ma le scorte nei magazzini sono agli sgoccioli e si prevede che finiscano completamente nel giro di pochissimi giorni. È una vera e propria crisi di approvvigionamento su larga scala, causata non da un terremoto o un problema logistico, ma da dei cavalli di Troia digitali.
Per fortuna, se siete amanti della buona birra europea, potete tirare un sospiro di sollievo: per noi l’allarme sembra rientrato. Asahi è un impero globale che possiede marchi come la nostra Peroni, la Grolsch e la Pilsner Urquell. Tuttavia, l’azienda ha tenuto a precisare che l’attacco è circoscritto e ha colpito solo le operazioni nazionali in Giappone. In sostanza, le attività in Europa non sono state in alcun modo toccate. Il che è un bene, visto che Asahi genera circa metà delle sue vendite proprio nel mercato domestico giapponese, producendo di tutto, dalla birra agli alimenti, fino a svariate bevande regionali.
Nonostante l’azienda stia lavorando sodo per risolvere la situazione, ammettono di non avere ancora una stima precisa sui tempi di recupero. Inoltre, per ora non ci sono conferme riguardo a una possibile fuga di dati personali, il che sarebbe un disastro nel disastro, ma l’incertezza regna.
Insomma, è la prova lampante che in un’economia così interconnessa e digitalizzata, un attacco sferrato comodamente da un hacker in qualche remoto angolo del mondo può mettere in ginocchio un’intera catena di produzione, lasciando migliaia di persone a bocca asciutta (o senza la loro birra preferita).
