C’è qualcosa di stranamente familiare in questa storia. Da una parte una grande azienda tech che promette innovazione, etica e progresso. Dall’altra, un conflitto lacerante, con accuse gravissime che arrivano dritte da un rapporto ufficiale delle Nazioni Unite. Stavolta nel mirino c’è Microsoft, accusata niente meno che di trarre profitto da quello che la relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese chiama “genocidio a Gaza”.
Microsoft, Gaza e le “armi digitali”: quando il cloud entra in zona di guerra
Secondo l’indagine, Microsoft non sarebbe semplicemente una spettatrice esterna. Da anni fornisce infrastrutture cloud, servizi IT e strumenti di intelligenza artificiale all’apparato statale e militare israeliano. Non una novità, a dire il vero: Microsoft è presente in Israele dal 1991, e proprio lì ha costruito il suo più grande centro di ricerca fuori dagli Stati Uniti. Una presenza capillare, che coinvolge università, istituzioni pubbliche e — cosa non da poco — le colonie nei territori occupati.
Quello che fa più rumore, però, è il ruolo sempre più strategico che tecnologie come Azure starebbero giocando nelle operazioni dell’IDF. Il cloud di Microsoft, in pratica, non servirebbe solo a gestire dati o fornire spazio di archiviazione, ma a supportare direttamente il processo decisionale militare, secondo il rapporto. Un ufficiale israeliano avrebbe persino definito queste piattaforme “armi digitali”.
Dentro l’azienda, non tutti sono d’accordo con questa direzione. Alcuni dipendenti hanno dato vita al collettivo No Azure for Apartheid, chiedendo a gran voce lo stop dei contratti con l’esercito israeliano. Hanno puntato il dito contro una doppia morale: se i legami con la Russia sono stati interrotti per via della guerra in Ucraina, perché in questo caso si fa finta di niente?
Microsoft, da parte sua, respinge ogni accusa. Sostiene di non avere prove che le sue tecnologie siano state usate per nuocere, e che tutto rientra nelle “attività commerciali normali”. Ma resta il fatto che, sempre più spesso, le big tech si trovano a fare i conti con le conseguenze politiche ed etiche del potere che detengono. E la domanda resta: è davvero “solo business”, quando in gioco ci sono vite umane?
