Nella prima prova scritta dell’Esame di Stato 2025, tra le sette tracce proposte, è spuntato un tema che tocca ogni diciottenne: i social e la rabbia digitale. Lo spunto viene da un articolo pubblicato su Sette del Corriere della Sera, che denuncia quanto spesso l’indignazione online sia solo un riflesso automatico, privo di reale profondità. Una riflessione chiesta ai maturandi che parla al tempo stesso del loro presente e del futuro. Il Ministero ha voluto provocare chiedendo davvero a cosa serva tutta questa rabbia. È utile l’urlo virtuale che si spegne nel tempo di uno scroll? Una domanda che non riguarda solo un compito in classe, ma che riguarda il modo in cui si guarda il mondo.
Tutto passa in fretta
Sui social tutto brucia in fretta, tutto dura qualche manciata di giorni al massimo. L’indignazione corre, accelera, esplode nei commenti e nei post ma poi scompare, come se nulla fosse accaduto. Una reazione istintiva, spesso cieca ed incurante. Non serve capire il contesto, serve solo colpire ed innalzarsi, spiccare e creare consenso. Lo dimostra la ricerca citata nell’articolo di Meldolesi e Lalli: la mente umana ha un limite, può provare solo una certa quantità di rabbia al giorno ed è lì che si gioca tutto.
Scandali di giornata, frasi tagliate, indignazioni a orologeria, ogni contenuto social viene assorbito con fame, ma senza masticare. Chi si ferma davvero a leggere? Chi clicca? Pochi. Si giudica in superficie, si scrolla, si reagisce e si passa oltre. In questo ciclo veloce, si disperde attenzione su dettagli minori e le grandi questioni, quelle scomode e difficili, restano in fondo al feed, dimenticate. È il meccanismo che svuota il senso della giustizia profonda. L’indignazione diventa una moneta inflazionata e vale meno ogni giorno. Il rischio? Abituarsi o peggio ancora non sentire più nulla.
L’illusione di contare sui social
Ci si abitua a essere arrabbiati ed ogni piccolo fatto diventa una miccia. Una frase fuori posto scatena fuoco, ma si spegne subito, talvolta senza conseguenze mentre altre no. E allora a cosa serve? Serve solo a creare rumore. Chi prova a spiegare viene ignorato e la riflessione e perde contro la velocità di un post. Saper ascoltare è considerato debolezza eppure, non è così che si cambia qualcosa. Dove va a finire la rabbia che dovrebbe accendersi davanti a diseguaglianze vere? Davanti alla violenza, al silenzio, alla solitudine sociale? Spesso si resta indignati solo finché il feed lo permette, ma quando l’algoritmo sposta l’attenzione, cambia anche la direzione della rabbia. Non si tratta più di sentire davvero, si tratta di partecipare al trend.
I social offrono l’illusione di essere parte attiva ed invece, si resta dei meri spettatori. Chi si limita a condividere, si ferma al bordo del problema. Le grandi battaglie non si vincono con un commento. E allora: cosa rimane dopo la tempesta? Un feed vuoto. Una rabbia dimenticata. L’indignazione vera dovrebbe cambiare le cose, non durare venti secondi. I social fanno sentire forti, ma non bastano, servirebbe il coraggio di alzare lo sguardo e restare indignati anche quando gli altri svaniscono.
