La scena è sempre la stessa: giovani talenti, tastiere che ticchettano, menti concentrate su algoritmi da decifrare. Ma stavolta, qualcosa è andato storto. L’Università di Waterloo, in Canada, ha preso una decisione piuttosto drastica: non pubblicherà i risultati della sua storica Competizione Canadese di Informatica del 2025. Il motivo? Troppa intelligenza artificiale, e non nel senso buono.
L’Università di Waterloo contro l’uso scorretto dell’intelligenza artificiale
Già da tempo si sospettava che l’AI stesse diventando un alleato fin troppo comodo nelle competizioni scolastiche, ma quest’anno il sospetto è diventato praticamente certezza. Secondo i co-presidenti della gara, J.P. Pretti e Troy Vasiga, è stato “chiaro” che in molti hanno presentato soluzioni non proprio farina del proprio sacco. Tradotto: i codici inviati puzzavano di Copilot, ChatGPT e compagnia bella. E no, non è una buona notizia.
La CCC non è una garetta di quartiere: è uno dei principali trampolini di lancio per studenti canadesi interessati all’informatica e all’ingegneria. Finire in alto in classifica può significare borse di studio, ammissioni facilitate e persino accesso a competizioni internazionali. Capite bene, quindi, che barare qui è come imbrogliare in una finale olimpica.
Ma il problema non è solo “chi ha copiato cosa”. È il sistema stesso che mostra crepe. Le modalità di sorveglianza sono spesso inadatte: un insegnante che deve controllare decine di studenti davanti a uno schermo? Difficile. E poi ci sono strumenti come GitHub Copilot, integrati direttamente nei software di programmazione: basta un clic e l’AI ti scrive metà del codice senza uscire dall’ambiente di lavoro.
L’Università di Waterloo ha promesso cambiamenti: controlli migliori, regole più chiare e tecnologie più avanzate per evitare che situazioni simili si ripetano. Ma il problema è più ampio. Anche altre competizioni stanno facendo i conti con lo stesso dilemma, soprattutto quelle online o non rigidamente sorvegliate.
Certo, l’AI è qui per restare. Ma se vogliamo che queste gare continuino a essere un metro onesto per misurare talento e impegno, serve un cambio di passo. E forse anche una riflessione più grande: in un mondo dove possiamo farci aiutare da tutto, cosa significa davvero “meritarsi” una vittoria?
