.Coronavirus: attraverso lo smart working le aziende spiano i dipendenti

Di questi tempi lo smart working è un salvavita per i lavoratori, costretti in parte a lavorare da casa per preservare la salute del prossimo e di sé stessi. La scelta di aggiungere il “lavoro agile” fu inserita dal Governo alcuni mesi fa in occasione del lockdown. Quest’ultimo, ormai risaputo, venne provocato dal Coronavirus. Purtroppo però nel 2020, con l’avanzare della tecnologia, anche questo può avere dei contro. Gli Stati Uniti hanno così fatto luce sulla strana situazione che si sta diffondendo nel mondo.

Alcuni datori di lavoro sono stati denunciati, perché scoperti ad usufruire di software spia come strumenti di sorveglianza. Si conta circa il 42% dei lavoratori in modalità smart working dove l’impiego di questi strumenti è meno regolamentato.

 

Coronavirus: i datori spiano i dipendenti tramite dei software

Tra ” le spie” troviamo ad esempio il software come Hubstaf. Questo, una volta installato sul pc, registra qualsiasi movimento/attività (movimenti del mouse, tasti premuti sulla tastiera, lista siti web visitati) del lavoratore. Tale “trattamento” non coinvolge solo i pc, ma anche gli smartphone: e così accedono a schermate in tempo reale e alle webcam dei dispositivi sfruttate per cogliere in diretta lo stato di attività del dipendente.

Fortunatamente l’Italia su questo ha già provveduto. Secondo gli articoli 2, 3 e 4 dello Statuto dei Lavoratori è infatti severamente vietato usufruire di strumenti di monitoraggio costanti e invasivi. Ciò per quel che riguarda lo smart working. È più difficile invece per strumenti di collaborazione classica il cui uso, che non vìola nessuna norma, di fatto controlla in modo passivo il lavoro dei dipendenti come il controllo delle email alla messaggistica istantanea.