smart working

Dello smart working abbiamo parlato spesso in queste settimane, affrontando l’argomento soprattutto in relazione alla congestione della rete dati e ai consumi in bolletta maggiorati. Ma dopo quasi un mese e mezzo di lavoro in quarantena ci si comincia a chiedere quali saranno gli effetti sul prossimo futuro sulle persone che per forza di cose hanno scelto di operare da casa.

Alcuni si stanno chiedendo, visto che il telelavoro era per molti versi una chimera da ottenere, se diventerà a questo punto una consuetudine. In fondo, al netto di discorsi su disagi e salari, ci sono dei vantaggi evidenti sia per il dipendente che per il datore di lavoro.

 

La rivoluzione dello smart working a causa del Coronavirus

Tuttavia in questo momento fare previsioni potrebbe essere solo un esercizio di retorica, ma è impossibile negare che prima di questa pandemia l’Italia era agli ultimi posti nell’applicazione dello smart working al cospetto delle altre nazioni UE. Prima dell’inizio della pandemia e del conseguente lockdown, secondo i dati del Politecnico di Milano gli smart worker erano circa 500 mila. Un numero esiguo che incontrava resistenze e vincoli di ordine tecnico-organizzativo, di ordine normativo e salariale.

Dunque, ripetiamo al netto dei disagi, di certo c’è che l’Italia ha accelerato nettamente una trasformazioni del lavoro che se sfruttata a dovere rivoluzionerà il futuro dell’occupazione. Ovvio che la tecnologia rappresenta il fattore determinante della buona riuscita di un modello di lavoro duraturo, perché strumenti e infrastrutture di comunicazione dovranno per forza di cose essere poteh ehenziate per sostenere il lavoro agile.

Allo stesso modo serve una riorganizzazione degli spazi del lavoro anche nelle case degli Italiani, perché detto tra noi come modello socio-familiare non siamo proprio prontissimi a lavorare con i bambini attorno. L’ultimo aspetto, il più importante, riguarda la possibilità di comunicare e di condividere le informazioni in totale sicurezza.

Ma se un presidente della Repubblica come Sergio Mattarella, che in teoria è un dinosauro della cultura del lavoro, vede delle prospettive positive nel prossimo futuro allora possiamo soltanto che cogliere l’occasione.