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Chernobyl: ecco cosa resta della città radioattiva dopo oltre 30 anni

scritto da Manuel De Pandis 14/08/2019 0 commenti 2 Minuti lettura
chernobyl
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Cosa resta della città di Chernobyl dopo oltre trent’anni dal terribile incidente nucleare?
Un reportage racconta cosa vi sia a 33 anni di distanza dallo scoppio del reattore della centrale nucleare, avvenuto il 26 Aprile 1986.

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La più importante area che delimita l’epicentro della città viene denominata “zona di esclusione“, presidiata da attenti militari e a cui è severamente vietato il benché minimo accesso all’essere umano. Soltanto soldati speciali possono accedervi, ma con le dovute precauzioni.

Chernobyl, un racconto dall’orrore dopo trent’anni

Tavole ancora apparecchiate e con del cibo andato a male al di sopra, documenti e fogli rovesciati per le case e per le strade, anneriti dalla polvere e dalla fuliggine degli incendi avvenuti in seguito allo scoppio. Oggetti d’arredamento, quadri, effetti personali: tutti dettagli di vite spazzate via da quello che è stato uno dei più violenti disastri mai capitati alla storia dell’umanità fin dai tempi della sua creazione.

Il territorio ad oggi è una landa tombale dai sapori bui e nefasti tipici di uno scenario apocalittico da film di fantascienza “alla Michael Bay“. Eppure è tutto vero: un girone infernale Dantesco riportato “al piano di sopra”, sul pianeta terra.

Quel che resta oggi sono scorci di finestre che continuano a vedere ogni giorno l’alba e il tramonto senza alcun essere vivente a poterla rimirare tale spettacolo. Ma ancora: tetti e abitazioni crollate di cui soltanto i calcinacci e la polvere dipingono con un minimo colore l’aridità e il “grigiume” che la fuliggine ha lasciato.

Nei villaggi perimetrali di Zalissya e Kopachi son disseminati macchinari agricoli alacremente utilizzati dagli uomini dell’epoca per rendere fertile un terreno che ad oggi, non potrebbe regalar il benché minimo seme, se non quello della speranza.

Un cuore che non batte più: oltre la città, i bambini

Si arriva dunque al cuore pulsante di Chernobyl, che però non “batte” più e non dona la vita a nessun essere vivente animale o vegetale che sia. Soltanto i radar sovietici sono eretti in una città che non sa esserlo più. Proseguendo nel viaggio dell’orrore si arriva a Pripyat, un luogo simile a quello che potrebbe essere il nostro peggior incubo. Un’area deserta, disabitata fino al suo midollo più interno, anche da quei pochi animali che hanno avuto il coraggio di avvicinarsi ad un territorio fiutato come ostile anche da km di distanza.

La cittadina in questione, abitata un tempo da oltre 50mila persone, era ricca, florida e piena di vita. Felice e spensierata, ancor oggi a riguardarla si possono sentire gli echi delle urla dei bambini, figli dei dipendenti delle centrali nucleari, la cui vita però è stata spezzata troppo presto e ingiustamente dall’errore (e orrore) umano. La città dei bambini: questo è il nome dato ad un luogo che non sa rifiorire come un tempo, desertico e arido come quello che sovrasta e copre le ceneri di Sodoma e Gomorra.

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Manuel De Pandis

Filmmaker, giornalista tech.

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