L’Università di Genova firma un progetto che punta a distinguersi nel panorama della robotica mobile, dominato da soluzioni statunitensi e cinesi. Si chiama Porcospino Flex ed è un robot compatto, stampato in 3D, progettato per muoversi in ambienti complessi dove sicurezza e adattabilità sono decisive. Con una lunghezza di 67 centimetri e un peso di appena 3,6 chilogrammi, combina leggerezza e robustezza grazie a una spina dorsale flessibile realizzata in poliuretano termoplastico, noto come TPU.
L’idea alla base è chiaramente bio-ispirata. La struttura richiama la segmentazione dei millepiedi e le spine protettive del porcospino, non come semplice citazione estetica, ma come principio funzionale. Il corpo è costruito attorno a un’unica colonna centrale che può piegarsi e assorbire gli urti, adattandosi in modo naturale agli ostacoli.
Una spina dorsale che si muove senza forzature
Il movimento di Porcospino Flex si basa su una flessione passiva della colonna, senza ricorrere a una meccanica complessa. Lungo la spina dorsale sono presenti quindici scanalature che permettono al robot di piegarsi fino a 120 gradi in entrambe le direzioni. Questo approccio consente di superare ostacoli e variazioni del terreno sfruttando la flessibilità del materiale, più che la potenza dei motori.
Dal punto di vista meccanico, il robot utilizza solo quattro motoriduttori. Due sono dedicati alla propulsione, mentre gli altri gestiscono i cavi interni che regolano l’inclinazione del corpo. È una scelta progettuale mirata a ridurre peso, consumi e punti critici.
Controllo semplice e applicazioni pratiche
Il coordinamento dei movimenti è affidato a un Raspberry Pi 4, che gestisce anche le telecamere posizionate alle estremità. Le immagini vengono trasmesse in tempo reale, permettendo l’ispezione di cunicoli, tubazioni e aree pericolose, come rovine o spazi ristretti non accessibili all’uomo.
Durante i test, Porcospino Flex ha superato ostacoli alti fino a 7 centimetri, affrontato scalini doppi e avanzato su superfici irregolari come erba e asfalto sconnesso. Le “spine” distribuite lungo il corpo migliorano l’aderenza e la stabilità, rendendo il movimento più fluido anche in condizioni difficili. Un progetto che dimostra come la semplicità, se ben studiata, possa diventare un punto di forza.
