C’è un momento preciso, di solito la seconda o terza mattina, in cui capisci se un orologio da polso ti sta simpatico oppure no. Per me è arrivato mentre uscivo di casa con Dafne e Anubi ancora mezzi addormentati, guardavo il polso e mi rendevo conto che quell’affare non lo caricavo da giorni. E non lampeggiava nessun avviso di batteria scarica. Ecco, il vivo Watch GT 2 parte esattamente da qui: dall’idea, un po’ fuori moda di questi tempi, che uno smartwatch debba togliere pensieri invece di aggiungerne.
Vivo lo ha portato in Italia da poche settimane, dopo il debutto cinese dello scorso autunno, e lo posiziona nella fascia accessibile del mercato: 149 euro, due colori, una promessa grossa sull’autonomia e un display che, sulla carta, sembra rubato a un orologio ben più costoso. La domanda che mi porto dietro da quando l’ho scartato è sempre la stessa: fare poche cose ma bene è una virtù o un limite? Perché questo orologio, sotto sotto, è tutto qui.
Due settimane al polso, tra tiro con l’arco al campo, qualche corsa e le solite camminate coi cani, mi hanno dato una risposta abbastanza netta. Non tutta positiva, sia chiaro. Ma la sintesi ve la anticipo: chi cerca un orologio che duri come un vecchio Casio, si legga bene al sole e non gli svuoti il conto, qui trova pane per i suoi denti. Chi vuole un ecosistema pieno di app e diavolerie, forse no. Andiamo con ordine, che c’è parecchio da dire. È disponibile su Amazon a questo indirizzo.
L’apertura della scatola, senza fronzoli
La confezione è piccola, sobria, di quelle che ti fanno capire subito dove sono finiti i 149 euro: nell’orologio, non nel cartone. Dentro trovi il Watch GT 2 già con il cinturino montato, la base di ricarica magnetica con il suo cavetto, e la manualistica di rito. Punto. Niente cinturino di scorta, niente gadget a sorpresa.
Onestamente non mi aspettavo chissà cosa a questa cifra, e infatti non sono rimasto deluso. La base di ricarica è di quelle a pin magnetici che si agganciano da sole al retro della cassa, e devo dire che il magnete tiene bene: l’ho appoggiata sulla scrivania di sbieco più di una volta e non è mai scivolata via. Il cavetto è di lunghezza normale, USB da un lato, testina magnetica dall’altro.
La prima impressione tattile è buona. L’orologio pesa pochissimo, e quando lo prendi in mano per la prima volta quasi ti chiedi se ci sia davvero una batteria dentro. C’è, eccome. Il cinturino incluso, in un materiale morbido tipo silicone, dà una bella sensazione di flessibilità già al primo tocco. Insomma, per essere un prodotto d’ingresso il primo contatto non tradisce. È tutto essenziale, ma nulla sa di economico. E questo, a conti fatti, è già un mezzo successo.
Design e costruzione: quella cassa squadrata che va tanto
Parliamoci chiaro: l’estetica non nasconde le sue ispirazioni. La cassa squadrata con gli angoli addolciti è ormai un linguaggio comune tra gli smartwatch, e questo orologio ci si inserisce senza timidezze, corona girevole sul fianco destro compresa, con tanto di anellino rosso a fare da vezzo. Da lontano qualcuno potrebbe scambiarlo per qualcos’altro. Da vicino, invece, ha una sua personalità più sobria.
Il telaio centrale è in lega di alluminio, e la versione Obsidian Black che ho provato io adotta una verniciatura lucida. Bella da vedere, sì, ma vi avviso subito: raccoglie impronte con una devozione quasi commovente. Ogni volta che lo toglievo per la ricarica lo trovavo un po’ unto di ditate, niente di grave, però se siete tipi maniacali della pulizia mettetelo in conto. La variante chiara, la Stellar White, su questo dovrebbe soffrire meno.
Le misure parlano di un corpo attorno ai 47,5 x 40 x 11 mm, escludendo il blocco sensori posteriore, e di un peso di circa 35 grammi senza cinturino. Tradotto: al polso non si sente. L’ho tenuto anche di notte per il monitoraggio del sonno e non mi ha mai dato quel fastidio da braccialetto ingombrante che con altri orologi mi costringe a toglierlo prima di dormire. Il fondello che appoggia sulla pelle è in plastica, scelta furba perché non scalda e lascia passare bene i segnali delle antenne.
La corona girevole è comoda, questo va detto. Scorri i menu senza coprire lo schermo con le dita, e la rotellina ha un feedback discreto, non troppo libero. Dove invece storco un po’ il naso è sul cinturino a sgancio rapido: usa uno standard proprietario da 22 mm, quindi trovare bracciali di terze parti sarà una piccola caccia al tesoro. E poi c’è l’aggancio, che funziona un po’ al contrario rispetto alle fibbie classiche. I primi giorni, con una mano sola, ho armeggiato più del dovuto. Poi ci ho fatto l’abitudine e non ci ho pensato più. Ma quella prima settimana, ammetto, qualche parolina me la sono detta.
Resistenza all’acqua 5 ATM. Sotto la pioggia (e a Guidonia quest’estate qualche temporale improvviso c’è stato) non ho avuto un attimo di ansia, e volendo regge anche una nuotata in piscina. Per il resto, la qualità costruttiva è coerente col prezzo: niente scricchiolii, niente giochi tra le parti, un oggetto solido nella sua semplicità.
Specifiche tecniche
| Specifica | Valore |
|---|---|
| Display | AMOLED 2,07”, 432 x 514 pixel, vetro 2.5D |
| Refresh rate | 60 Hz |
| Luminosità di picco | 2400 nit |
| Cornici | 1,8 mm laterali, 2,3 mm sopra e sotto (rapporto schermo corpo 82,4%) |
| Always On Display | Sì |
| Dimensioni cassa | circa 47,5 x 40 x 11 mm |
| Peso | circa 35 g senza cinturino |
| Materiali | telaio in lega di alluminio, fondello in plastica |
| Cinturino | proprietario 22 mm a sgancio rapido |
| Sistema operativo | vivo BlueOS 3.0 (kernel in Rust) |
| Connettività | Bluetooth 5.4 (A2DP, LE), no Wi-Fi |
| Navigazione | GNSS multicostellazione (GPS, GLONASS, GALILEO, BeiDou, QZSS) |
| NFC | Sì, solo per schede di accesso (no pagamenti in Europa) |
| Sensori | cardio ottico PPG, SpO2, accelerometro, giroscopio, geomagnetico, sensore Hall |
| Audio | speaker e microfono per chiamate Bluetooth |
| Batteria | 695 mAh |
| Autonomia dichiarata | fino a 25 giorni (17 uso tipico, 14 con Always On Display) |
| Ricarica | base magnetica proprietaria |
| Impermeabilità | 5 ATM |
| Modalità sportive | oltre 100, con profili dedicati a padel e tennis |
| Compatibilità | Android e iOS (app Salute Origin) |
| Colori | Obsidian Black, Stellar White |
| Prezzo | 149 euro |
Cosa c’è sotto: hardware e connettività
La logica costruttiva dell’orologio è tutta rivolta al risparmio energetico, e lo si capisce dalle scelte fatte. In Italia arriva solo la variante Bluetooth. All’estero esiste anche una versione con eSIM, che rinuncia a un pizzico di batteria per far spazio ai componenti radio, ma da noi quella non si vede. Meglio così, verrebbe da dire, visto che ci godiamo la variante con l’autonomia migliore.
Il rovescio della medaglia è che, senza Wi-Fi a bordo e senza connettività cellulare, il dispositivo dipende sempre dallo smartphone abbinato. Non è un orologio che vive di vita propria. Se lasci il telefono a casa, lui diventa un cronometro molto bello con i sensori attivi, ma le notifiche e tutto il resto restano a terra. Per uno che come me esce a correre volendo lasciare il telefono nel cassetto, è un limite da sapere in anticipo.
Il chip Bluetooth 5.4 fa comunque un ottimo lavoro. In due settimane, con abbinamento sia all’iPhone 16 sia al Galaxy S26 Ultra, non ho mai avuto una disconnessione improvvisa. La connessione tiene, è stabile, e lo scambio dati con il telefono avviene senza quei buchi che a volte fanno arrivare le notifiche in ritardo. Su questo, promosso a pieni voti.
Il capitolo GPS merito un applauso a parte, e ci tornerò più avanti nel dettaglio, ma già qui vale la pena dirlo: il ricevitore aggancia cinque costellazioni satellitari contemporaneamente. Il primo fix a freddo arriva in fretta, e la precisione del tracciato, provata sulle mie solite uscite, è di quelle che non ti fanno storcere il naso quando poi guardi la mappa. Niente linee che tagliano dentro i palazzi o percorsi che sembrano disegnati da un bambino.
Sull’NFC, invece, aspettatevi meno di quel che il logo lascerebbe sperare. Il chip fisicamente c’è, ma il firmware europeo lo limita alla sola funzione di scheda d’accesso: può clonare e memorizzare badge non crittografati per aprire porte di ufficio, palestra o palazzo. Utile, per carità. Ma i pagamenti contactless non sono supportati, e questa è una di quelle mancanze che nel 2026 pesano più di quanto vorremmo ammettere. Pagare il caffè con il polso è comodo, e qui non si può.
Chiudo con due chicche. La prima: c’è uno speaker sul fondello e un microfono sul lato opposto, così le telefonate le gestisci direttamente dal polso. Funziona, l’audio è comprensibile, anche se ovviamente non aspettatevi la qualità di una cuffia. La seconda: la funzione Walkie-Talkie, che permette comunicazioni rapide tra chi possiede lo stesso orologio. Curioso che vivo la introduca proprio mentre altri la stanno togliendo dai loro sistemi. Non l’ho potuta testare a dovere, servirebbe un secondo esemplare, ma l’idea è simpatica.
Software e app: la filosofia del “poco ma buono”
A muovere tutto c’è BlueOS 3.0, il sistema operativo proprietario di vivo, e qui c’è un dettaglio da nerd che voglio raccontarvi perché mi ha incuriosito parecchio: il kernel è scritto in Rust. Per chi non mastica la materia, è un linguaggio che elimina alla radice tutta una serie di problemi di gestione della memoria, quelle falle che negli anni hanno fatto penare mezzo mondo dell’informatica. Il risultato pratico, al polso, è un’interfaccia fluida, reattiva, che non ho mai visto impuntarsi in due settimane. Reattività da orologio molto più caro, davvero.
L’interfaccia è pensata per lo schermo quadrato e introduce le Shortcut Cards, un sistema a schede sovrapposte che tiene attivi in background strumenti come timer e cronometro, richiamabili con un gesto. C’è poi Smart View, che ti fa comporre fino a quattro dashboard affiancando widget di dimensioni diverse. L’ho personalizzata mettendo in prima pagina battito, passi e meteo, e la consultazione è diventata immediata.
Sul telefono l’app si chiama Salute Origin (nome che genera un po’ di confusione online, perché in giro la trovate citata in modi diversi, ma è questa). L’abbinamento è filato liscio su entrambi i miei telefoni, iPhone compreso. Serve un account per completare la configurazione, e questo ad alcuni acquirenti ha dato fastidio: senza registrazione l’orologio resta parzialmente muto. A me non ha creato problemi, ma capisco chi storce il naso all’idea di dover creare l’ennesimo profilo per far funzionare un oggetto che ha appena pagato.
L’app di per sé è semplice ma ben fatta. Le informazioni principali sono lì, ordinate, leggibili, senza doverti perdere in menu labirintici. Puoi scaricare quadranti aggiuntivi, alcuni pure carini, anche se la scelta resta più limitata rispetto ad altri orologi. E poi c’è una cosa che non mi è andata giù: sull’orologio ci sono dei giochini preinstallati. Ora, capisco l’idea di far passare il tempo in fila alla posta. Ma preferirei uno store da cui scaricarli solo se mi interessano, invece di trovarmeli lì piazzati. Dettaglio minore, però c’è.
Un’ultima nota, di quelle importanti: tutte le funzioni IA extra disponibili all’estero, in Italia non sono arrivate. Quindi l’assistente evoluto di cui si è tanto parlato al lancio, da noi resta più un’insegna che una sostanza. Se lo compravate per quello, mettetevi il cuore in pace.
Autonomia: qui casca il palco (in senso buono)
Arriviamo al dunque, perché è questo il motivo per cui l’orologio esiste. La cella è da 695 mAh, un valore enorme per uno chassis così sottile, e quasi certamente sfrutta la chimica al silicio carbonio per infilare tanta capacità in così poco spazio. Vivo dichiara fino a 25 giorni in modalità Bluetooth con risparmio energetico spinto, che scendono a 17 in uso tipico e a 14 tenendo l’Always On Display acceso.
E nella realtà? Nel mio uso, che definirei tutt’altro che leggero, mi sono attestato attorno ai 18 giorni. E parlo di cardio e SpO2 monitorati in continuo, tracciamento del sonno ogni notte, notifiche a raffica (lavoro, purtroppo, non si spegne mai), qualche chiamata gestita dal polso, controllo musica e allenamenti con GPS attivo. Diciotto giorni con questo carico è un numero che, sinceramente, mi ha fatto ricredere. Con l’Always On Display spento e un uso più morigerato, i 20 giorni pieni li vedete tranquillamente.
Cosa significa nel concreto? Che il rito serale della ricarica sparisce. Sparisce proprio dalla testa. Ti ritrovi a caricarlo mentre fai la doccia, una volta ogni due settimane e mezzo, e in quell’oretta è già bello pieno. La base magnetica non è la più veloce del mondo, ma nemmeno la più lenta, e comunque chi se ne accorge se tanto lo stacchi dal polso un’ora al mese? Alla fine della fiera, è proprio questa la libertà che uno smartwatch dovrebbe dare e che troppi, per rincorrere altre features, hanno smarrito.
Test sul campo: due settimane vere, non da laboratorio
Le schede tecniche sono una cosa, il polso è un’altra. Vi racconto come è andata davvero, giorno per giorno, nelle situazioni in cui vivo io.
Ho iniziato dal tiro con l’arco, che è il mio pane. Al campo ho lanciato una sessione di allenamento generica, perché un profilo dedicato al mio sport, chiaramente, tra i cento e passa disponibili non c’è (e sarebbe stato chiedere troppo). Quello che mi interessava era il battito sotto sforzo controllato: nel tiro il cuore deve stare fermo, il gesto va rilasciato in un momento preciso, e vedere le variazioni cardiache tra una volée e l’altra è stato più utile di quanto pensassi. Il sensore ottico ha retto bene i movimenti del braccio, senza impazzire come mi è capitato con altri orologi che al minimo scatto perdono il segnale.
Poi la corsa. Qui entra in gioco il GPS, e come dicevo il tracciato è stato preciso su tutte le uscite. Ho fatto un paio di percorsi che conosco a memoria, misurati altre volte, e le distanze combaciavano. Nessuna sbavatura, nessun chilometro fantasma. C’è anche una funzione di analisi della camminata, che studia postura e appoggio per aiutarti a correre meglio: da corridore della domenica non ho la pretesa di giudicarne l’accuratezza millimetrica, ma i consigli avevano un senso.
E infine le camminate coi cani, che sono il mio momento zen di fine giornata. Dafne e Anubi tirano, si fermano, ripartono, e il ritmo è tutto tranne che costante. L’orologio ha tracciato senza problemi anche questi percorsi spezzettati, e il fatto di pesare così poco fa sì che dopo mezz’ora non ti accorgi nemmeno di averlo addosso. Una sera, tornando col buio, ho apprezzato il fatto che il display si accendesse alla rotazione del polso in modo pronto, senza quel ritardo fastidioso che ti fa alzare il braccio due volte.
Sul fronte notifiche e chiamate, l’ho usato come tutti: messaggi, email, qualche telefonata gestita al volo mentre avevo le mani occupate. Le notifiche arrivano puntuali su entrambi i telefoni, la sincronizzazione è bidirezionale (scarti la notifica sull’orologio e sparisce anche dal telefono), e le chiamate dal polso, seppur limitate come qualità, mi hanno tolto dai guai più di una volta in cucina, con le mani impastate.
Una cosa che segnalo per onestà: con il caldo, e a luglio da queste parti non scherza, sotto il cinturino il polso suda parecchio. Non è un difetto dell’orologio in sé, è la natura di un dispositivo che tieni sempre addosso, però se avete la pelle delicata ricordatevi ogni tanto di farlo respirare. Vale per questo come per qualsiasi altro.
Approfondimenti
Il display, croce e delizia (soprattutto delizia)
Il pannello AMOLED da 2,07 pollici è, senza troppi giri di parole, il pezzo forte insieme alla batteria. La risoluzione di 432 x 514 pixel regala una densità che rende testi e icone nitidi, puliti, piacevoli da guardare. Ma il numero che conta davvero è un altro: 2400 nit di luminosità di picco. Vuol dire che sotto il sole pieno di mezzogiorno, quando esco al campo o cammino coi cani in pieno agosto, lo schermo si legge senza dover fare da visiera con la mano. E questa, per chi vive lo smartwatch all’aperto, è una benedizione.
Le cornici sono ridotte all’osso, 1,8 mm ai lati, e il rapporto schermo corpo tocca l’82,4%, con quel vetro 2.5D che si fonde nel telaio in modo elegante. C’è l’Always On Display, che tenendolo acceso costa qualche giorno di autonomia ma ti dà l’ora al volo senza gesti. Personalmente l’ho tenuto attivo quasi sempre, perché tanto la batteria in avanzo ce n’era. Il refresh a 60 Hz mantiene le animazioni morbide. Insomma, uno schermo che a 149 euro non ti aspetteresti così curato.
Salute e benessere: dati onesti, senza pretese cliniche
Il modulo ottico sul retro legge la frequenza cardiaca 24 ore su 24 e la saturazione dell’ossigeno nel sangue, con algoritmi che correggono il rumore da movimento. Nei miei riscontri, confrontando il battito a riposo con altre misurazioni, i valori erano credibili e coerenti. Non parliamo di dispositivo medico, sia chiaro, e su questo bisogna sempre tenere i piedi per terra: sono indicazioni di tendenza, non diagnosi.
Il monitoraggio del sonno registra le fasi, la frequenza respiratoria e la variabilità cardiaca (l’HRV), e i report al mattino sono leggibili sia dal quadrante sia dall’app. C’è la stima dello stress con esercizi di respirazione guidata, che ho usato un paio di sere dopo giornate pesanti e, non so quanto sia scienza e quanto suggestione, un po’ aiutano a fermarsi. Completano il quadro il tracciamento del ciclo mestruale e l’analisi del rumore ambientale, che ti avvisa quando sei esposto a decibel dannosi per l’udito. Un pacchetto sorprendentemente completo per la fascia di prezzo.
Sport e GPS: il padel che (non) ho provato
Il vero cavallo di battaglia sportivo di questo orologio è il profilo dedicato a padel e tennis, pensato apposta per il pubblico italiano, dove questi sport vanno fortissimo. Combinando le letture dei sensori, il software traccia la distribuzione dei colpi, distingue dritti e rovesci e calcola il dispendio calorico in rapporto al carico cardiovascolare. Io il padel non lo pratico, quindi mi limito a riportare quello che fa senza fingere di averlo spremuto a dovere: sarebbe disonesto raccontarvi partite che non ho giocato.
Quello che invece ho spremuto è il GPS, e ci torno perché merita. Le cinque costellazioni agganciate insieme (GPS, GLONASS, GALILEO, BeiDou, QZSS) fanno la differenza vera nei contesti difficili, dove il segnale rimbalza tra i palazzi o si perde tra gli alberi. Fix rapido, tracciato preciso, distanze affidabili. Per un orologio da 149 euro, il comparto navigazione è di quelli che ti fanno alzare il sopracciglio in senso buono.
BlueOS e la questione ecosistema
Qui bisogna essere sinceri fino in fondo. BlueOS 3.0 è un sistema fluido, stabile, sicuro, ma è anche un sistema chiuso e minimale. Non c’è un negozio di app di terze parti degno di questo nome, non ci sono le mille integrazioni che trovate altrove. Fa quello che deve fare, e lo fa bene: notifiche, salute, sport, chiamate, controllo musica, telecomando per la fotocamera del telefono. Oltre quello, non aspettatevi molto.
È la filosofia del “poco ma buono” portata alle estreme conseguenze. Per me, che dallo smartwatch voglio soprattutto affidabilità e batteria, è quasi un pregio. Per chi invece cerca un piccolo computer da polso su cui installare di tutto, è un muro. Non c’è una risposta giusta: dipende da cosa cercate. Ma è giusto sapere, prima di aprire il portafoglio, che qui la parola d’ordine è essenzialità, non abbondanza.
Quadranti e personalizzazione
I quadranti scaricabili ci sono, alcuni curati, altri più anonimi. La libreria è discreta ma non sterminata, e chi ama cambiare faccia all’orologio ogni due giorni potrebbe trovarla un filo stretta. Detto questo, con la funzione Smart View e i widget affiancabili si recupera parecchio in termini di personalizzazione dell’esperienza: alla fine il quadrante è solo la copertina, quello che conta è quanto rapidamente arrivi alle informazioni che ti servono. E lì, tra corona girevole e Shortcut Cards, il sistema se la cava benissimo.
Chiamate, interazione e vita quotidiana
Nell’uso di tutti i giorni l’orologio si fa dimenticare, che per un dispositivo del genere è il complimento più grande. Le chiamate Bluetooth dal polso funzionano, lo speaker è sufficiente per una risposta veloce in ambienti non troppo rumorosi, il microfono cattura la voce senza farti urlare. Peccato che l’audio non si possa sfruttare per altro, come dettare messaggi o dialogare con un assistente: sarebbe stato il tocco in più. Il controllo della riproduzione musicale è comodo, così come il telecomando per gli scatti della fotocamera, utile per le foto di gruppo con Dafne e Anubi che, immancabilmente, si girano dall’altra parte proprio nel momento sbagliato.
Funzionalità smart: cosa aspettarsi davvero
Riassumendo la parte “intelligente” senza illusioni: notifiche sincronizzate bidirezionali, chiamate dal polso, controllo musica, telecomando fotocamera, Walkie-Talkie tra orologi gemelli, Shortcut Cards per gli strumenti rapidi, Smart View per le dashboard. Questo è il pacchetto reale che vi ritrovate in Italia.
Quello che non troverete, e lo ripeto perché al lancio si è creato un po’ di equivoco, sono le funzioni di intelligenza artificiale avanzate che vengono pubblicizzate su altri mercati. Da noi non sono state portate. Quindi se il vostro interesse principale era l’assistente evoluto, la traduzione delle chiamate o i riepiloghi generati automaticamente, sappiate che qui la dotazione è più asciutta. Non è un dramma, è semplicemente la fotografia onesta di cosa fa questo orologio nel nostro Paese, oggi. E preferisco dirvelo io adesso, piuttosto che farvelo scoprire dopo l’acquisto.
Pregi e difetti
- Autonomia fuori scala: nel mio uso reale, tutt’altro che leggero, ho toccato i 18 giorni. Il rito della ricarica serale sparisce.
- Display luminosissimo: 2400 nit veri, leggibile sotto il sole di luglio senza fare da visiera con la mano.
- GPS multicostellazione preciso: fix rapido e tracciati affidabili anche nei percorsi spezzettati coi cani.
- Leggerezza e comfort: 35 grammi che al polso non senti, di giorno come di notte.
- Software fluido e stabile: in due settimane non si è impuntato una volta, e l’app Salute Origin è chiara.
- Prezzo: a 149 euro il rapporto tra quel che dai e quel che ricevi pende nettamente dalla parte tua.
- NFC monco: apre badge e serrature, ma i pagamenti contactless in Europa non ci sono.
- Ecosistema chiuso: niente app di terze parti, funzioni IA estere non arrivate in Italia.
- Cinturino proprietario: standard da 22 mm poco diffuso e aggancio “al contrario” scomodo i primi giorni.
- Dipende dal telefono: senza Wi-Fi né eSIM da noi, lasciato solo fa poco.
- Finitura nera che raccoglie impronte e qualche giochino preinstallato di troppo.
Prezzo e posizionamento
Il listino parla chiaro: 149 euro, nelle colorazioni Obsidian Black e Stellar White. Lo trovate sullo store ufficiale vivo e su Amazon, dove il prezzo si aggira attorno alla stessa cifra. Ed è una cifra, diciamolo, azzeccata.
Perché a questo prezzo l’equazione funziona: metti sul piatto un’autonomia che pochissimi in giro ti danno, un display che sembra arrivare da una categoria superiore, un GPS serio e un pacchetto salute completo. Rinunci ad altro, certo, ai pagamenti al polso e a un ecosistema ricco. Ma se quelle rinunce non ti tolgono il sonno, allora qui trovi uno di quei prodotti in cui senti di aver speso bene ogni euro. Non capita spesso nella fascia d’ingresso, dove di solito qualcosa scricchiola sempre. Qui, invece, scricchiola pochissimo.
Va tenuto a mente che la fascia accessibile degli smartwatch è affollata come il centro di Roma il sabato pomeriggio, e la scelta non manca. Se volete farvi un’idea più ampia di cosa gira in questo segmento, date un’occhiata alle nostre altre recensioni di smartwatch. E se state pensando di abbinarlo a uno smartphone dello stesso marchio, qui trovate la nostra prova del vivo V60 Lite 5G.
Volete portarvelo a casa? È disponibile su Amazon a questo indirizzo.
Galleria Fotografica
Tirando le somme dopo due settimane
Il vivo Watch GT 2 è uno di quei prodotti che non provano a fare tutto, e proprio per questo riescono a fare bene le poche cose che contano. Batteria monstre, display splendido, GPS affidabile, comfort al polso. Chiude gli occhi su pagamenti NFC ed ecosistema, e chiede in cambio 149 euro. Un patto onesto.
A chi lo consiglio? A chi è stanco di caricare l’orologio ogni notte e vuole dimenticarsene per settimane. A chi vive all’aperto e ha bisogno di leggere lo schermo sotto il sole senza bestemmiare. A chi corre, cammina, e vuole un tracciamento GPS serio senza spendere una fortuna. E a chi non ha bisogno di un piccolo computer da polso, ma di un compagno affidabile e discreto.
A chi lo sconsiglio? A chi paga tutto con lo smartwatch e non ci rinuncerebbe mai. A chi vuole installare app a volontà e vivere in un ecosistema ricco. A chi cerca l’intelligenza artificiale avanzata, che da noi, oggi, non c’è.
Io, che pensavo di avere le idee chiare su cosa volere da un orologio, mi sono ritrovato a fine test un po’ spiazzato. Perché ci sono cose che dovrebbero darmi fastidio, il cinturino strano, l’NFC a metà, e invece ci ho fatto pace in fretta. Mentre l’autonomia, quella, mi ha semplicemente conquistato. E niente, alla fine è questo che ti resta addosso: la sensazione di un orologio che, nella sua semplicità, sa esattamente cosa vuole essere.
















