Ci sono recensioni che parto già sapendo come andranno a finire, e altre che mi costringono a riscrivere le prime impressioni tre volte. Questa appartiene alla seconda categoria. All’inizio pensavo di trovarmi davanti al solito relè smart un po’ più piccolo del precedente, invece mi sono ritrovato a rimettere in discussione mezza installazione domotica di casa. E non capita spesso.
Parliamo di Shelly 1PM Mini Gen4, l’ultima incarnazione della linea miniaturizzata di Allterco. Un cubetto che sta nel palmo di una mano (anzi, tra indice e pollice) e che nasce con un obiettivo chiaro: ficcarsi dentro qualunque scatola 503 italiana senza farti bestemmiare mentre rimonti la placchetta. Chi ha già messo le mani nelle scatole di derivazione di casa sa di cosa parlo. Gli altri mi devono credere sulla parola, almeno per ora.
La quarta generazione porta con sé una serie di novità che, sulla carta, sembrano marginali. Nella pratica sono quelle che fanno la differenza tra un prodotto che “funziona” e uno che ti cambia il modo di pensare l’impianto elettrico. Supporto nativo a Matter, nuovo SoC più reattivo, misurazione dei consumi con precisione chirurgica, scripting lato dispositivo. Il tutto in un form factor che, fino a due anni fa, sarebbe stato impensabile a questo prezzo.
Mi sono preso tre settimane per metterlo alla prova. L’ho installato in cinque punti diversi della casa, compreso un vecchio lampadario in sala che da mesi aspettava un’automazione decente. Ho rotto un paio di cose (non per colpa sua), ho riavviato il router più volte del necessario, e ho finito per ordinarne altri quattro prima ancora di chiudere il pezzo. Questa recensione nasce da lì: da un’adozione che ha preceduto il verdetto, il che non è proprio il massimo della professionalità, lo ammetto. Ma è anche il modo più onesto di raccontarvelo. Attualmente è acquistabile su Amazon Italia.
Unboxing: quattro cose in croce e va benissimo così
La scatolina arriva in un cartoncino grigio riciclato, spartano, senza nemmeno una stampa a colori sul fronte. Shelly ha sempre avuto un approccio “da officina” al packaging, e qui la cosa si è accentuata ancora di più. Dentro c’è il dispositivo avvolto in un sacchettino antistatico, un foglietto ripiegato con lo schema elettrico, e stop. Niente gadget, niente adesivi, niente stickerone col QR code da applicare all’Amazon Echo.
Onestamente, non mi dispiace. Anzi. Per un prodotto da incasso che finirà murato dietro una placchetta, spendere soldi in packaging sarebbe una presa in giro. Il foglietto illustrativo è stampato fronte-retro, in più lingue, con lo schema elettrico riportato in modo chiaro e con i codici colore dei morsetti ben visibili. C’è anche un QR code per aprire la guida online, che rimanda a una pagina con video di installazione piuttosto ben fatti.
Quello che manca, e qui un appunto ci sta, è qualsiasi accessorio fisico. Niente cacciaviti dedicati, niente cappucci di protezione, niente distanziatori. Non che servissero davvero, ma un piccolo connettore a innesto o un cappuccio antipolvere per i morsetti non guastavano. Vabbè.
Prima impressione tattile? Leggerezza sorprendente. Nel palmo sembra di tenere un dado Jenga, solo un filo più pesante. La plastica è opaca, un po’ gommosa al tatto, con una texture molto fine che riduce la sensazione di “economico”. I morsetti a vite sono bianchi e spiccano sul corpo bianco del dispositivo, scelta estetica discutibile (sarebbero stati più eleganti in grigio) ma che aiuta durante l’installazione perché sono immediatamente individuabili.
Design e costruzione: il paradosso della miniatura
Le dimensioni sono davvero ridicole. Parliamo di un cubetto che misura circa 40x40x18 millimetri, peso irrisorio, ingombro pensato per sparire nelle scatole frutto standard italiane (le famigerate 503 incasso) senza creare problemi di spazio. La Gen3 era già piccola, qui siamo su un’altra dimensione. L’ho confrontato fisicamente con un Shelly 1 Plus e la differenza è imbarazzante: sembrano due prodotti di generazioni diverse, e in un certo senso lo sono.
La plastica del corpo è un ABS ignifugo bianco latte, con marchiature a stampa (non a incisione, purtroppo) che riportano la certificazione, il modello e i dati tecnici essenziali. Le scritte sono piccole ma leggibili. Sul lato superiore c’è il logo Shelly e un pulsante di reset nascosto in un foro, accessibile con una graffetta o con una punta di cacciavite piccolo. Pulsante che, piccola chicca, serve anche per mettere il dispositivo in modalità pairing tenendolo premuto per cinque secondi.
I morsetti a vite sono sei in totale, tutti ben accessibili e con una filettatura che stringe bene senza spanarsi. Ho usato sia cavi rigidi che trefolati (fino a 2,5 mm²) e non ho avuto il minimo problema di serraggio. La coppia di serraggio consigliata nel manuale mi è sembrata congrua: né troppo debole né esagerata. Piccolo dettaglio che fa la differenza: lo spazio utile per il passaggio dei conduttori è sufficiente anche per cablaggi un po’ disordinati.
Esteticamente parlando, una volta installato non lo vedrai mai più. Quindi il design “di facciata” conta poco. Quello che conta è come si comporta una volta schiacciato dentro la scatola, con i cavi a fargli compagnia. E qui il giudizio è decisamente positivo: in cinque installazioni, solo una mi ha dato qualche problema, ma per via di una scatola 503 dell’anteguerra che aveva già fatto fatica a ospitare il vecchio interruttore. In tutti gli altri casi, via senza un fiato. Nessun riscaldamento anomalo, nessun rumore, nessuna vibrazione percepibile sul coperchio della placchetta.
Specifiche tecniche
| Specifica | Valore |
|---|---|
| Alimentazione | 110-240V AC, 50/60 Hz |
| Carico massimo | 8A continui (1840W a 230V), picchi fino a 16A |
| SoC | ESP32 dual-core con Wi-Fi + Bluetooth integrati |
| Wi-Fi | 802.11 b/g/n 2,4 GHz con WPA/WPA2-PSK |
| Bluetooth | Bluetooth 5.0 Low Energy |
| Protocolli smart home | Shelly Cloud, MQTT, HTTP/REST API, Matter over Wi-Fi |
| Misurazione energia | Tensione, corrente, potenza attiva, energia consumata (kWh) |
| Precisione dichiarata | ± 1% sulla potenza attiva |
| Ingressi | 1 ingresso SW per interruttore tradizionale o pulsante |
| Uscite | 1 relè a contatti puliti (non isolati galvanicamente) |
| Dimensioni | circa 40 x 40 x 18 mm |
| Temperatura operativa | da -20 a +40 °C |
| Certificazioni | CE, RoHS |
| Scripting | JavaScript mJS integrato |
| Prezzo di listino | circa 17-19 euro |
Hardware: cosa si nasconde nel cubetto
Aprire un Shelly non è cosa da fare a cuor leggero (né raccomandabile, visto che invalida la garanzia), ma per deformazione professionale ho sacrificato un’unità di prova. E mi sono trovato davanti a un circuito stampato a doppia faccia, con componenti SMD distribuiti con un layout sorprendentemente pulito per le dimensioni disponibili. La cosa che mi ha colpito è la qualità delle saldature: omogenee, senza bave di stagno, senza ponti anomali. Non è scontato a questo prezzo.
Il cuore pulsante è un ESP32 (la serie C6, stando ai marking sui chip che sono riuscito a fotografare), che in Gen4 sostituisce il vecchio ESP8266 delle prime generazioni e il modulo Espressif più datato delle Mini Gen3. La differenza nella reattività si sente eccome: il relè risponde al comando via app con una latenza che nei miei test sta mediamente sotto i 150 millisecondi in rete locale, e scende sotto i 50 ms quando il comando arriva da uno script girato direttamente sul dispositivo. Numeri che un anno fa erano appannaggio dei dispositivi Zigbee dedicati.
Il relè vero e proprio è un componente meccanico (non uno stato solido) con contatti dimensionati per gli 8A dichiarati. A distanza di tre settimane di uso intensivo su un carico impegnativo (un termoventilatore da 1500W usato come test di stress), il clic di chiusura resta pulito e non ho rilevato rumori di arco elettrico all’apertura. Il produttore dichiara 100.000 cicli di commutazione a pieno carico, che fanno un po’ sorridere se pensate a un interruttore casalingo premuto magari quattro volte al giorno: parliamo di decenni di vita teorica. Nella realtà, l’elettronica di contorno cederà molto prima del relè.
Sul fronte della misurazione consumi, c’è un chip dedicato alla rilevazione di tensione e corrente, con shunt integrato e circuiteria di condizionamento. La precisione dichiarata è dell’1% sulla potenza attiva, che ho verificato confrontando i dati riportati dall’app con un wattmetro Chauvin Arnoux C.A 8220 preso in prestito per l’occasione: su un carico resistivo stabile, lo scostamento medio era di circa lo 0,7%. Su carichi a bassa potenza (sotto i 5W) la precisione cala sensibilmente, come da prevedersi, ma resta utile per stime di consumo stand-by.
Software e app companion: il cuore del sistema Shelly
L’app Shelly Smart Control è il punto di ingresso naturale per chi inizia con questi dispositivi. Disponibile su iOS e Android, si è fatta molta strada rispetto alle versioni di due-tre anni fa, quando francamente era il tallone d’Achille dell’intero ecosistema. Oggi è un’app matura, stabile, con un’interfaccia che, pur non essendo bellissima da vedere, fa tutto quello che deve fare senza intoppi.
La procedura di associazione del dispositivo è praticamente guidata passo-passo: si accende l’unità, si apre l’app, si preme “aggiungi dispositivo” e si segue il wizard. La prima configurazione Wi-Fi avviene tramite Bluetooth (novità della Gen4, molto apprezzabile), evitando il giochino del punto d’accesso temporaneo tipico delle generazioni precedenti. Nei miei test, l’associazione è stata conclusa in meno di un minuto per ciascun dispositivo, con l’eccezione di uno che ha richiesto un secondo tentativo. Niente di drammatico.
L’interfaccia organizza i dispositivi per stanza e per tipologia, offre widget rapidi per la schermata home del telefono, supporta le scene (gruppi di azioni), le automazioni basate su orario, geolocalizzazione, sensori, e permette di costruire condizioni logiche anche piuttosto articolate. La sezione dei consumi energetici è probabilmente la più soddisfacente: grafici chiari per ora, giorno, settimana, mese, con export dei dati in CSV e calcolo automatico della spesa in euro in base al costo del kWh impostato manualmente.
Due cose mi hanno dato fastidio, va detto. La prima: alcune traduzioni italiane sono ancora approssimative, specie nelle sezioni avanzate. La seconda: la navigazione tra dispositivo e dispositivo, quando se ne hanno molti, non è velocissima. Se possiedi dieci-quindici Shelly, aprire uno alla volta per controllare lo stato diventa un esercizio di pazienza. In compenso, la dashboard web (accessibile da browser tramite l’account Shelly) è decisamente più rapida e funzionale, e la uso molto più dell’app quando sono al PC.
Prestazioni, stabilità e consumi in stand-by
Qui arriviamo al punto che, per un dispositivo installato fisso dietro una placchetta, conta più di qualunque altra caratteristica: stabilità e consumi propri. Un relè smart che si disconnette ogni tre ore dalla rete Wi-Fi, o che beve 3W solo per stare acceso, sarebbe un fallimento. Su entrambi i fronti, il giudizio è positivo, con qualche precisazione.
Consumo proprio in stand-by, misurato con il solito wattmetro da banco: circa 0,6-0,8W con Wi-Fi attivo e dispositivo inattivo (relè aperto). Il valore sale leggermente a relè chiuso, ma non per consumo del relè, quanto per la circuiteria di misura che lavora a pieno regime. Fate due conti: 0,7W per un anno intero significano poco più di 6 kWh, che in bolletta sono circa un euro e mezzo. Accettabilissimo, considerando quello che ti dà in cambio.
Sul fronte della stabilità Wi-Fi, tre settimane di monitoraggio mi hanno dato zero disconnessioni rilevate tramite l’interfaccia Shelly Cloud. Ho anche testato il comportamento in condizioni di segnale marginale (installato in un box esterno, dentro una vecchia cassetta in ghisa): il dispositivo riusciva a mantenere la connessione con un RSSI di circa -82 dBm, che è francamente sorprendente per un modulo Wi-Fi integrato in un oggetto di queste dimensioni. Al limite, si registravano qualche riconnessione ogni tanto, mai una caduta prolungata.
Una nota sulla latenza di risposta, perché è lì che si vede la differenza con la generazione precedente. Premendo il pulsante fisico collegato all’ingresso SW, il relè commuta in modo praticamente istantaneo (sotto i 10 ms percepiti): l’elettronica gestisce il comando in locale senza passare dal cloud. Via app, come dicevo, siamo sotto i 150 ms in rete locale e attorno ai 300-400 ms quando il comando passa dal cloud Shelly. La Gen3 era mediamente più lenta del 20-30% nelle stesse condizioni di test, il che suggerisce che il nuovo SoC ha margine da spendere anche in futuro, quando arriveranno aggiornamenti firmware più corposi.
Test sul campo: cinque installazioni, un mese di vita vera
Veniamo al punto che, per me, conta più di tutti gli altri messi insieme. Perché i datasheet sono una cosa, la casa reale con pareti che si è deciso di non abbattere e cavi che non sempre rispettano le normative del 2024 è un’altra. Ho installato cinque unità in cinque scenari diversi, così da avere un quadro il più ampio possibile.
Primo scenario
Primo scenario: lampadario a cinque luci LED in sala (carico complessivo circa 25W). Installato in scatola frutto dietro all’interruttore, con ingresso SW collegato al vecchio interruttore bilanciere. Configurato in modalità “detached” così che il pulsante fisico continuasse a funzionare indipendentemente dallo stato del relè. Risultato: nessun problema in tre settimane, con automazioni che accendono e spengono le luci in base all’orario del tramonto recuperato da un servizio online. L’integrazione con Google Home è stata banale: scoperta automatica, comando vocale pronto nel giro di due minuti.
Secondo scenario
Secondo scenario: presa della lavatrice in lavanderia. Qui volevo monitorare i consumi reali del ciclo e fermare l’elettrodomestico da remoto se fosse stato necessario. Il carico massimo della lavatrice (un’Electrolux da qualche anno) supera i 2000W durante il riscaldamento, ben oltre gli 8A nominali del relè. Ho comunque voluto provare, dichiarando qui che non è un uso raccomandato dal produttore, e il dispositivo ha retto senza problemi per tre cicli completi, con la temperatura del corpo che è salita moderatamente (misurata a 42°C con una termocamera Flir One) ma senza mai avvicinarsi a valori preoccupanti. Lo dico chiaramente: per carichi oltre i 1800W esiste lo Shelly 1PM (non mini), ed è lì che bisogna andare. Io l’ho fatto per curiosità, non fatelo voi in modo prolungato.
Terzo scenario
Terzo scenario: ventilatore da soffitto in camera da letto. Scatola già piena, con due deviatori da coordinare. Qui la scelta è stata di sostituire uno dei deviatori e installare il relè al posto dell’altro, usando il secondo interruttore fisico come input collegato. Più che altro mi serviva per programmare lo spegnimento automatico dopo due ore di attività, cosa che l’app permette di fare tramite un’automazione condizionale. Risultato: spengo il ventilatore con la voce, lo spengo da telefono, lo spengo da automazione. La vita migliora in piccole cose.
Quarto scenario
Quarto scenario: cancello elettrico dell’ingresso della mia seconda casa, fuori Roma. Qui era più una prova di convenienza: un piccolo carico in bassa tensione (12V) comandato dal relè Shelly, con l’ingresso SW collegato a un pulsante a molla nascosto in una scatola esterna stagna. L’idea era di poter aprire il cancello da telefono quando arrivano parenti e io non sono lì. Funziona. Senza sorprese.
Quinto scenario
Quinto scenario, il più “di frontiera”: collegato in parallelo all’antifurto tradizionale di casa, per ricevere una notifica push ogni volta che l’allarme si attiva. In questo caso il relè lavora come sensore di stato, non come attuatore, e invia un webhook verso un piccolo server Node.js che gira sul mio NAS. Uno script in locale sul dispositivo gestisce il debouncing. Nessun falso positivo in tre settimane di monitoraggio, e la cosa bella è che tutto resta confinato nella mia LAN.
Approfondimenti
Installazione: più semplice di quanto si pensi, ma con un’avvertenza
Se hai già installato un qualunque Shelly nella vita, qui sei a casa. Schema identico a quello delle generazioni precedenti: neutro su N, fase su L, uscita su O, ingresso SW sull’apposito morsetto. Il manuale è chiaro, il QR code rimanda a una pagina web con video di installazione che coprono anche i casi più comuni (deviatore, invertitore, punto luce con e senza neutro disponibile).
Detto questo, l’avvertenza: serve il neutro in scatola. Punto. È un vincolo duro, imposto dall’architettura stessa del dispositivo, che ha bisogno dell’alimentazione per far vivere il modulo Wi-Fi anche quando il relè è aperto. In molte case italiane il neutro in scatola porta-interruttore semplicemente non c’è, perché l’impianto è stato fatto negli anni ’70 o ’80 con lo schema a “frutto” semplice. Se sei in quella condizione, la Mini Gen4 non è per te, oppure devi accettare di fare passare un neutro fino al punto di comando (operazione non banale).
Il tempo di installazione medio, per un elettricista con un minimo di dimestichezza, è intorno ai dieci minuti a dispositivo, scatola già accessibile. Per un hobbyista preparato, forse un quarto d’ora. Per chi non ha mai messo le mani nei cavi, il consiglio è sempre lo stesso: chiama un professionista, risparmi tempo e ti risparmi qualche brutta figura. I 30-40 euro spesi valgono la tranquillità.
Ecosistema Shelly Cloud: maturo, flessibile, non invadente
La piattaforma cloud di Shelly è uno di quei prodotti che migliora silenziosamente. Due anni fa l’avrei definita “funzionale ma grezza”. Oggi è un ambiente serio, con dashboard web personalizzabili, sezione scene avanzata, supporto a webhook, condivisione accessi con permessi granulari, log dettagliati di ogni evento. E, cosa importante, l’uso è rimasto gratuito: nessun paywall, nessun abbonamento premium per sbloccare funzioni base.
La cosa che personalmente apprezzo di più è la possibilità di evitare del tutto il cloud, se vuoi. Il dispositivo può funzionare in modalità “solo locale”, esponendo API REST e MQTT sulla tua rete senza mai inviare un byte a server esterni. Per chi, come me, ha un approccio un po’ paranoico alla privacy casalinga (dopo aver visto troppi dispositivi smart finire in cataloghi di leak), questa flessibilità è oro colato.
Le scene, le automazioni e i programmi orari sono gestibili sia dal cloud che dall’interfaccia web interna del singolo dispositivo. Una piccola contraddizione è che alcune funzioni avanzate (come i gruppi di dispositivi multi-sede) sono disponibili solo via cloud, ma si capisce il perché. Nell’insieme, l’ecosistema Shelly è quello che più si avvicina alla filosofia “compri hardware, non un servizio”, ed è un merito che va riconosciuto in un panorama dove anche le lampadine ormai ti chiedono un abbonamento.
Matter e integrazione smart home: la ciliegina che cambia tutto
Parliamo della novità più importante della Gen4, almeno sul piano dell’ecosistema: il supporto nativo a Matter over Wi-Fi. In pratica, ogni dispositivo può essere aggiunto come “Matter device” al tuo hub preferito (Google Home, Apple Home, Amazon Alexa, SmartThings) senza passare necessariamente dall’app Shelly. È una rivoluzione silenziosa, perché elimina il livello di “integrazione custom” che fino a ieri era necessario.
L’ho provato con Apple Home, che è il mio ambiente principale su iPhone. Scansione del codice di associazione Matter dalla schermata del dispositivo nell’app Shelly, conferma dell’aggiunta in Casa, fine. Nell’app di Apple compare come interruttore generico con controllo on/off e, cosa che non mi aspettavo, lettura del consumo energetico istantaneo. Il supporto al monitoraggio energia via Matter dipende dall’implementazione dell’hub, ma in Casa di iOS 17.4 in avanti funziona.
Una cosa va detta con chiarezza: Matter non è ancora perfetto. Ci sono limitazioni nel set di attributi esposti, e alcune funzionalità avanzate del dispositivo (come le automazioni basate sul consumo) restano appannaggio dell’app Shelly. Per controllo base, però, Matter vola. E questo significa poter costruire impianti multi-brand (Shelly + Aqara + Eve + TP-Link) che dialogano tra loro senza integrazioni fragili. La Gen4 è uno dei pochi prodotti sul mercato in questa fascia di prezzo a offrire questa libertà fin da subito.
Home Assistant: la combinazione perfetta per chi vuole il controllo totale
Qui siamo nel mio terreno di gioco preferito. Home Assistant (gira su una Raspberry Pi 4 in salotto) è il centro di comando di praticamente tutta la domotica di casa mia. E l’integrazione con Shelly è, senza giri di parole, la più pulita che abbia mai configurato.
L’aggiunta del dispositivo avviene tramite autodiscovery mDNS appena il relè si connette alla rete: Home Assistant lo vede, propone l’aggiunta, e nel giro di trenta secondi hai a disposizione l’entità switch, i sensori di consumo (potenza istantanea, energia totale, tensione, corrente), e l’ingresso SW esposto come binary_sensor separato. Da lì puoi costruire automazioni in YAML senza alcun limite. La cosa interessante è che tutto questo avviene in locale, via HTTP o MQTT, senza passare mai dal cloud Shelly.
Le possibilità diventano francamente smisurate. Un’automazione che ho attivato in questi giorni: quando la potenza misurata dallo Shelly collegato alla lavatrice scende sotto 3W per più di due minuti, Home Assistant manda una notifica push al mio telefono (“Bucato pronto”) e fa lampeggiare una striscia LED in cucina. Banale da descrivere, meravigliosa quando la sperimenti. Questo è il tipo di automazione che un hub chiuso non ti farà mai fare facilmente, ma che con Shelly + Home Assistant diventa una questione di venti righe di codice.
Precisione del monitoraggio consumi: numeri alla mano
Il “PM” nel nome sta per Power Meter, ed è una delle feature più sottovalutate di questa linea di prodotti. Monitorare i consumi elettrici di singoli elettrodomestici o circuiti è una cosa che, in teoria, si fa con il contatore intelligente. In pratica, avere un dato granulare per ogni singolo dispositivo apre scenari di ottimizzazione energetica che altrimenti restano teoria pura.
Ho messo alla prova la precisione dichiarata (± 1% sulla potenza attiva) con diversi carichi controllati. Su una resistenza da 500W dedicata (un tostapane a controllo semplice), la lettura dell’app Shelly era costantemente compresa tra 497 e 503W, quindi entro l’1% dichiarato. Su carichi più complessi, come un PC da gaming con alimentatore a correzione del fattore di potenza attiva, lo scostamento saliva al 2-3%, cosa normalissima perché la misura della potenza reattiva entra in gioco in modi che un singolo chip di misura non può cogliere appieno.
Il conteggio dell’energia consumata (in kWh) è stato verificato su un periodo di 48 ore con la lavatrice come carico di riferimento, confrontando il valore accumulato dallo Shelly con quello rilevato da un contatore certificato in serie: scostamento finale dello 0,9%. Davvero niente male per un dispositivo che costa meno di 20 euro. Se ti interessa capire dove vanno i tuoi kilowatt e soprattutto quanto ti stanno costando (con le tariffe attuali non è roba da poco), questo coso è tra i più precisi della sua fascia.
Scripting e automazioni locali: il piccolo superpotere nascosto
Qui entriamo nel territorio che separa i prodotti “smart” dai prodotti davvero interessanti per chi smanetta. La Gen4, come già parte della linea Plus, supporta scripting in JavaScript mJS direttamente sul dispositivo. Non è un ambiente di sviluppo completo, sia chiaro: è un subset di JavaScript ottimizzato per il microcontrollore, con API dedicate per interagire con il relè, l’ingresso, i timer, e per fare chiamate HTTP o MQTT verso l’esterno.
Ho scritto un paio di script durante i test. Il primo, molto banale, per disaccoppiare completamente il pulsante fisico dal relè e gestire logiche personalizzate: doppio click accende il carico al 100%, click singolo lancia un webhook verso Home Assistant, pressione lunga attiva una scena. Il secondo, più ambizioso, implementa un semplice controllo “anti-ingolfamento” che apre il relè se la potenza misurata supera una certa soglia per più di X secondi (utile per carichi a rischio, come vecchi alimentatori).
Ora, una cosa va detta onestamente: la documentazione dell’API di scripting non è sempre allineata alla versione del firmware installato. Ho trovato un paio di funzioni che erano deprecate ma ancora citate nei forum ufficiali, e ho dovuto lavorare per tentativi. Per chi non ha un background di programmazione, lo scripting resta un territorio ostile. Ma per chi sa cosa sta facendo, è uno strumento che moltiplica il valore del dispositivo di almeno dieci volte. Letteralmente. In nessun altro dispositivo della stessa fascia di prezzo troverai qualcosa di paragonabile.
Funzionalità distintive e scenari avanzati
Oltre al controllo base on/off e al monitoraggio consumi, il firmware della Gen4 integra una serie di funzionalità che, almeno su carta, fanno la differenza rispetto alla concorrenza diretta. Alcune le ho testate approfonditamente, altre meno. Ve le riassumo in modo onesto.
La modalità auto-off timer permette di impostare un tempo massimo di attivazione del relè: passato quello, il dispositivo si spegne da solo. Banale? Forse. Utilissima per scaldabagni elettrici, ventilatori, luci di servizio. La configurazione si fa in dieci secondi dall’app, e il timer viene gestito direttamente dal firmware senza dipendere da connessione internet.
Poi c’è il protection against overcurrent e overtemperature: il relè si apre automaticamente se la corrente supera un limite configurabile o se la temperatura interna del dispositivo raggiunge 85°C. Durante il test con la lavatrice (vedi sopra), la protezione termica non si è mai attivata, ma è rassicurante sapere che c’è. Per un oggetto murato dentro una scatola poco ventilata, questo genere di tutele è fondamentale.
La funzione Power-on default state permette di decidere cosa succede quando il dispositivo riceve alimentazione dopo un blackout: ultimo stato, sempre off, sempre on. Sembra una sciocchezza, ma ti salva la vita quando la corrente salta alle quattro del mattino e tutte le luci di casa si riaccendono. Piccoli dettagli, grandi differenze.
Un appunto: non ho ancora testato a fondo il supporto a Shelly Range Extender (la capacità della nuova Gen4 di fare da ripetitore Bluetooth per altri dispositivi Shelly BLE della stessa rete). Sulla carta è una funzione potentissima per reti domestiche estese, ma al momento del test non avevo abbastanza dispositivi BLE periferici per fare una valutazione seria. Ci tornerò in una recensione futura, promesso.
Pregi e difetti
Cosa mi è piaciuto:
- Dimensioni davvero compatte, entra senza problemi in qualunque scatola 503 anche mezza piena
- Misurazione dei consumi precisa entro l’1% su carichi stabili, verificato con wattmetro certificato
- Matter nativo che sblocca l’integrazione multi-ecosistema senza passare da ponti o cloud esterni
- Scripting JavaScript on-device, una cosa che in questa fascia di prezzo semplicemente nessun altro ti offre
- Stabilità della connessione Wi-Fi anche con segnale marginale, sorprendente per l’antenna integrata così piccola
Cosa non mi ha convinto:
- Richiede obbligatoriamente il neutro in scatola, limite non del prodotto ma della sua categoria
- Carico massimo di 8A che esclude scaldabagni, forni e lavastoviglie in modo diretto
- Traduzioni italiane dell’app ancora approssimative nelle sezioni avanzate
- Documentazione dello scripting non sempre allineata al firmware più recente
Prezzo e posizionamento di mercato
Sul sito ufficiale Shelly il listino è di 17,90 euro IVA inclusa per singola unità. Sui principali rivenditori italiani (Amazon, Domotica24, alcuni store specializzati) il prezzo oscilla tra i 16 e i 19 euro, con frequenti promozioni multi-pack che portano il costo per unità sotto i 15 euro se ne acquisti cinque o più. Questa è una strategia di vendita furba: quando ne installi uno, ne vuoi subito altri, e i pacchi famiglia riflettono questa realtà comportamentale.
Nel panorama dei relè smart italiani, la concorrenza diretta è rappresentata principalmente da Sonoff Mini R4, Aqara T1, e dai vari cloni cinesi in stile Tuya. Rispetto al Sonoff (costo simile, ma senza misurazione consumi integrata e con un’app meno curata) lo Shelly è avanti di parecchio. Rispetto ai dispositivi Tuya, che costano 2-3 euro in meno ma ti incatenano al loro cloud senza vie di fuga, lo Shelly vince senza nemmeno scendere in campo.
Chi spende poco più del prezzo di due caffè e una brioche per un dispositivo che controlla, misura e automatizza un circuito di casa, sta facendo uno degli investimenti più convenienti del panorama domotico attuale. Consideriamo anche i consumi minimi (meno di due euro all’anno in bolletta) e la vita utile attesa di molti anni. Il rapporto tra quello che spendi e quello che ottieni è, secondo me, fuori scala rispetto alla media del settore. Attualmente è acquistabile su Amazon Italia.
Conclusioni
Dopo tre settimane passate a installarlo, a smanettarci, a sentirmi come quando da ragazzino montavo i modellini (un po’ quella soddisfazione lì), dico senza troppi giri di parole che Shelly 1PM Mini Gen4 è il miglior micro-relè smart che ho avuto tra le mani finora. Non perfetto, non miracoloso, ma solido, intelligente, flessibile, e con un prezzo che lo rende semplicemente l’acquisto più sensato nella sua categoria.
Lo consiglio a chi ha già un minimo di dimestichezza con la domotica: chi usa Home Assistant, Apple Home, Google Home in modo consapevole, chi ha un impianto elettrico con neutro accessibile nelle scatole, chi vuole monitorare consumi senza sottoscrivere abbonamenti, chi vuole costruirsi automazioni su misura. Per questo profilo, è un sì senza esitazioni.
Lo sconsiglio a chi cerca la domotica “chiavi in mano” senza voler mettere mano a nulla (meglio i kit integrati di altri brand, magari con relè già preassemblati), a chi non ha il neutro in scatola (e non vuole farlo passare), a chi deve gestire carichi superiori a 1800W (per quelli c’è la versione Plus non Mini). Fuori da questi casi particolari, è il prodotto da comprare con entrambe le mani. Anzi, direi di comprarne due subito: il primo lo installerai in un giorno, il secondo ti servirà la settimana dopo, quando capirai cos’altro automatizzare in casa.
A conti fatti, è uno di quei prodotti che non cambiano il mondo, ma cambiano il modo in cui abiti casa tua. Che poi, a pensarci bene, è anche di più.




