Avete presente quella scena che si ripete ogni estate? Apri la piscina, fai due bracciate, e la sera ti ritrovi a pescare foglie con il retino come uno scemo. Ecco. Beatbot Sora 70 nasce per cancellare quella scena. O almeno per provarci.
L’ho avuto tra le mani per qualche settimana, testandolo in due contesti completamente diversi. La prima piscina è una fuori terra in legno (struttura tipo Nemo, 4,3 per 3 metri, fondo in PVC) di Emanuele, un amico che gestisce un B&B fuori Roma. La seconda è interrata, lunga circa diciotto metri, vasca classica con piastrelle, casa di un altro amico che ha la fortuna di una piscina vera, di quelle che vedi nei film. Due mondi diversi, stessi problemi: foglie in superficie, polline, qualche insetto annegato, e quella patina sottile sul fondo che dopo qualche giorno comincia a dare fastidio.
Premessa onesta: di robot piscina ne ho visti passare diversi. Quasi tutti pulivano fondo e pareti, qualcuno arrivava alla linea di galleggiamento, ma la superficie restava sempre un capitolo a parte. Skimmer separato, retino, ramazza. Insomma il solito. Questo modello promette di cambiare le carte in tavola, e con una formula 4-in-1 (fondo, pareti, linea d’acqua, superficie) cerca di liberarti da metà del lavoro manuale. Ci riesce davvero? La risposta è interessante, e a tratti contraddittoria. Vediamo ma se vuoi già acquistarlo lo trovi su Amazon Italia.
Unboxing
La scatola è grande. Non enorme, ma sentita: c’è dentro un peso vero, e quando la sollevi senti subito che non stai per disimballare un giocattolo da venti euro. Apertura pulita, il robot è incassato in una sagoma di polistirene robusto, con i pezzi separati in vaschette laterali. Tutto ordinato.
Dentro trovi: il corpo del robot, l’alimentatore con cavo di ricarica (più lungo del previsto, una piccola gioia), un manuale cartaceo in più lingue (italiano incluso, e tradotto dignitosamente), un cestello filtro estraibile da sei litri, una scheda di garanzia, e un paio di adesivi piuttosto inutili a forma di logo. Niente borsa per il trasporto. C’è da dire che alcuni concorrenti la includono, e qui un piccolo punto si perde. Su un prodotto da 1.499 euro mi sarei aspettato anche un kit di manutenzione base (spazzolino per pulire le rotelle, panno in microfibra, qualcosa). Niente.
Il filtro ultrafine da 3 micron, che dalle specifiche viene presentato come accessorio aggiuntivo per chi vuole acqua “cristallina”, non c’è in confezione. Sarà venduto separatamente nei prossimi mesi, mi dicono. Vabbè.
Quello che invece ho apprezzato subito è la qualità del packaging interno: niente sacchetti di plastica volanti, ogni pezzo ha la sua sede, e in pochi minuti hai tutto fuori e pronto. Devo dire che Beatbot, su questo aspetto, ha sempre avuto la mano. Ed è una di quelle piccole cose che fanno la differenza quando spendi una cifra del genere.
Design e costruzione
Estetica: viola lavanda con accenti chiari. Lo so, detto così sembra strano. La prima volta che l’ho visto in foto pensavo: “ma chi lo compra in viola?”. Poi te lo trovi davanti, e capisci che funziona. È un colore che si fa notare in acqua, e in caso di blackout dell’app riesci a localizzarlo in due secondi anche sul fondo. Esiste anche una variante in blu scuro più tradizionale, per chi preferisce qualcosa di meno appariscente.
La struttura è solida, plasticosa nel senso buono del termine: i materiali non scricchiolano, le giunture sono pulite, e il manico superiore in plastica rinforzata trasmette fiducia quando lo afferri per estrarlo dall’acqua. Pesa 10,4 chili a secco, e questo è un dato importante perché bagnato pesa decisamente di più. Le dimensioni sono di 434 x 430 x 285 millimetri, cioè un parallelepipedo abbastanza compatto da entrare in un armadio da giardino senza problemi, ma non da farlo sparire sotto il lettino.
Sotto trovi due cingoli larghi in gomma, simili a quelli di un piccolo carro armato. Sono questi a garantire l’aderenza alle pareti della piscina, e devo ammettere che lavorano bene, anche in superfici scivolose come il PVC della piscina di Emanuele. Le ruote di guida laterali, quattro in totale, sono una novità rispetto ai modelli precedenti del marchio: servono a mantenere il robot allineato durante le risalite verticali e a evitare lo strisciamento contro le pareti più morbide. Si vedono poco, ma si sentono nel comportamento.
Il portello di carica è una delle cose meglio progettate di tutto il robot: niente tappi in gomma da svitare, niente guarnizioni da pestare con le dita bagnate. C’è uno sportellino con cerniera che si apre solo per inserire il caricatore e si richiude da solo. Geniale.
L’unico appunto strutturale che mi sento di fare riguarda il manico: è funzionale, ma non ha alcun rivestimento antiscivolo. Quando lo tiri fuori dall’acqua e hai le mani bagnate, scivola un po’. Non è drammatico, ma una rifinitura in gomma migliorerebbe parecchio l’esperienza.
Specifiche tecniche
| Specifica | Valore |
|---|---|
| Modello | Beatbot Sora 70 |
| Colori disponibili | Lavender Purple, Deep Blue |
| Dimensioni | 434 x 430 x 285 mm |
| Peso (a secco) | 10,4 kg |
| Batteria | 10.000 mAh agli ioni di litio |
| Autonomia (fondo) | Fino a 5 ore |
| Autonomia (superficie) | Fino a 7 ore |
| Tempo di ricarica | Circa 4,5 ore |
| Potenza di aspirazione | 6.800 GPH (25.700 LPH) |
| Capacità cestello detriti | 6 litri |
| Filtro standard | 150 µm |
| Filtro opzionale | 3 µm (venduto separatamente) |
| Profondità minima d’acqua | 20 cm |
| Copertura piscina | Fino a 300 m² |
| Grado di protezione | IP68 |
| Connettività | Wi-Fi 2,4 GHz, Bluetooth |
| App companion | Beatbot (iOS/Android) |
| Sensori | Ultrasonici (SonicSense) |
| Modalità di pulizia | 5 |
| Compatibilità acqua salata | Sì, fino a 5.000 PPM |
| Tipo piscine compatibili | Interrate e fuori terra (cemento, vinile, fibra di vetro, piastrelle, acciaio) |
| Garanzia | 3 anni |
Hardware
E qui arriviamo a una delle parti più interessanti. Sotto la scocca c’è un ingranaggio piuttosto evoluto, anche se Beatbot ha tagliato qualcosa rispetto ai suoi modelli premium per arrivare al prezzo di 1.499 euro.
Il cuore del sistema si chiama HydroBalance, una struttura che ospita una pompa centrale ad alta efficienza progettata internamente dall’azienda. Genera quei 6.800 GPH di aspirazione che fanno paura sulla scheda tecnica e che, una volta in vasca, si traducono in un’aspirazione capace di raccogliere senza fatica sabbia fine, foglie intere e qualche piccola alga ostinata. Ho visto il robot ingoiare un mucchio di aghi di pino senza fare una piega, e quella è una prova che molti modelli falliscono.
Sopra il sistema di aspirazione siedono due rulli a spazzola, uno anteriore e uno posteriore, dotati di setole abbastanza rigide da staccare lo sporco dalle pareti senza graffiare il PVC. Le setole sono distribuite a spirale, e ruotando in senso opposto creano una specie di “tunnel di aspirazione” che convoglia i detriti nel cestello. La cosa funziona davvero, anche se sui rivestimenti più delicati conviene controllare ogni tanto.
I due sensori ultrasonici frontali, parte del sistema chiamato SonicSense, gestiscono la navigazione subacquea. Riconoscono ostacoli, dislivelli, scalini e quelle famose piattaforme “prendisole” che tanti robot ignorano. Non c’è una telecamera (questa è una delle rinunce del modello rispetto agli AquaSense top di gamma), e quindi il riconoscimento dei detriti basato su intelligenza artificiale qui non è presente. Serve davvero? Onestamente, in tre settimane di prove, mai sentita la mancanza.
Le quattro camere galleggianti interne sono la chicca ingegneristica del robot: pompano aria o acqua per regolare la galleggiabilità. È quel sistema che permette al robot di tornare in superficie a fine ciclo come un piccolo sottomarino, senza che tu debba pescarlo dal fondo con la cordicella e le bestemmie. Roba che, una volta provata, non vuoi più tornare indietro.
App Beatbot
Allora, parliamone. L’app non è perfetta, e qui devo essere onesto.
Setup iniziale: dieci minuti scarsi. Apri l’app (disponibile per iOS e Android), crei un account con la mail, inquadri il QR code sul retro del robot, segui le istruzioni per il pairing Wi-Fi, e sei dentro. La rete deve essere a 2,4 GHz, e questo in Italia è ormai uno standard, ma se hai solo una rete 5 GHz dovrai armarti di pazienza e creare una rete dedicata o usare un range extender.
L’interfaccia è pulita, abbastanza moderna, anche se la traduzione italiana ha qualche zoppicamento qua e là (un paio di tooltip lasciati in inglese, qualche frase tradotta col machete). Niente di drammatico, ma su un’app a corredo di un dispositivo da quasi 1.500 euro mi aspetterei una localizzazione più curata.
Le modalità di pulizia sono cinque, e qui sta uno dei punti su cui i recensori internazionali hanno storto il naso: i modelli AquaSense più cari ne hanno molte di più. Per il mio uso, comunque, sono più che sufficienti. C’è la modalità Pro (pulizia completa con superficie inclusa), Standard (tutto tranne superficie), Solo Fondo, Solo Pareti, Solo Superficie. Una sesta scelta personalizzata si può associare al pulsante fisico sul robot, utile quando non hai voglia di tirare fuori il telefono.
Il punto critico? Quando il robot è sott’acqua, l’app non comunica più. Nessuna sorpresa, è una limitazione fisica: Wi-Fi e Bluetooth non attraversano l’acqua. Significa che mentre lavora sul fondo non puoi vedere lo stato di pulizia in tempo reale, né interrompere il ciclo da remoto. Per farlo, devi aspettare che riemerga in superficie. Detto questo, la cosa non mi ha mai dato un fastidio reale, perché tanto una volta avviato lo lasci lavorare. Ma è un limite che vale la pena conoscere.
L’app traccia i cicli di pulizia, ti dice quanta carica resta, ti avvisa quando il filtro va svuotato, e supporta gli aggiornamenti OTA del firmware: questo è un punto a favore, perché significa che il robot continuerà a migliorare nel tempo.
Prestazioni e autonomia
Sulla carta, fino a 5 ore di pulizia del fondo o 7 ore di skimming superficiale con una singola carica. Numeri che ho cercato di mettere alla prova in entrambe le piscine.
Nella piscina fuori terra di Emanuele (parliamo di circa quattordici metri quadri di superficie e circa 17 metri cubi d’acqua), un ciclo Pro completo si chiude in poco più di due ore e mezza. Il robot esce dall’acqua con ancora circa il 50% di batteria. Ottimo. Significa che per piscine di quelle dimensioni puoi fare tranquillamente due cicli di fila prima di doverlo ricaricare, oppure pulizie profonde con il filtro da 3 micron senza paura di restare a metà.
Sulla piscina interrata da diciotto metri (vasca grande, intorno ai 70 metri quadri di specchio d’acqua), la storia cambia. Un ciclo Pro completo arriva intorno alle tre ore e mezza, quattro ore se la piscina è particolarmente sporca e le modalità di skimming superficiale si attivano a lungo. Qui la batteria si avvicina al 15-20% a fine ciclo, e per un secondo passaggio bisogna mettere in carica.
I tempi di ricarica si attestano sulle 4 ore e mezza per una carica completa da zero. Se lo metti la sera in carica e lo lasci tutta la notte (cosa che ho fatto sempre), al mattino è pronto. Niente caricatore wireless o dock automatica, devi infilare l’alimentatore manualmente: alcuni recensori internazionali hanno fatto storie su questo, ma a me sinceramente non ha mai dato fastidio. Si tira fuori, si infila lo spinotto, si lascia in ricarica. Se vuoi un’esperienza completamente automatica, devi salire di gamma sui modelli con AstroRinse, ma lì siamo in un’altra fascia di prezzo.
Da segnalare un dettaglio carino: ad ogni inserimento in acqua, il robot impiega due o tre minuti a “imbarcare acqua” prima di immergersi. È normale, fa parte del sistema delle camere galleggianti. La prima volta ti chiedi se sia rotto. Poi capisci e ci fai pace.
Test sul campo
Ed è qui che si vede se un robot piscina vale i soldi che chiede.
Piscina fuori terra in legno (B&B di Emanuele). Acqua dichiaratamente sporca. Il giardino del B&B ha diversi alberi attorno (un nocciolo, un pino marittimo, un fico) e basta una giornata di vento per ritrovarsi la superficie costellata di foglioline, aghi, piccoli rametti. Ho lasciato apposta accumulare detriti per due giorni prima del primo test, giusto per dare un compito vero al robot.
Primo ciclo Pro, lanciato alle 15 di un mercoledì pomeriggio. Il robot è sceso lentamente, si è stabilizzato sul fondo, e ha cominciato a percorrere la piscina con una traiettoria a S abbastanza regolare. Mi ha colpito la metodicità: niente movimenti casuali, nessuna sensazione di “robot ubriaco” che si vede su modelli più economici. SonicSense funziona, e si vede.
Dopo circa 90 minuti il robot ha terminato la fase subacquea, ha attivato il sistema di galleggiamento, ed è risalito in superficie. Da lì, è iniziata la fase di skimming JetPulse: due getti d’acqua frontali che convogliano i detriti galleggianti verso la bocca di aspirazione. Funziona meglio di quanto pensassi. Le foglie più piccole vengono risucchiate in un attimo, quelle grandi (tipo le foglie di fico) richiedono qualche passaggio in più ma alla fine entrano. Una volta finito, il robot si è parcheggiato autonomamente al bordo, esattamente sotto il punto in cui ero appoggiato. Mi sono dovuto solo abbassare e tirarlo fuori. Niente reti, niente cacciate al tesoro.
Risultato: cestello pieno per circa due terzi, acqua visibilmente più pulita, fondo perfetto al tatto (nemmeno un granello di sabbia), pareti pulite. Linea di galleggiamento? Qui un po’ meno bene del previsto: c’erano ancora delle tracce di unto in alcuni punti, probabilmente solare o crema corpo dei bagnanti dei giorni precedenti. Un secondo ciclo “solo pareti” la sera dopo ha sistemato anche quello.
Piscina interrata 18 metri. Acqua pulita, manutenzione regolare, fondo in piastrelle bianche. Test diverso: qui non c’era sporco grosso da raccogliere, ma volevo vedere come si comportava il robot in una piscina larga, lunga, con angoli e una piattaforma prendisole rialzata. La famosa “tanning ledge” di profondità inferiore ai 50 cm.
Bene, qui devo dire che il robot ha sorpreso. Le piattaforme poco profonde sono di solito il punto debole della categoria: la maggior parte dei modelli passa al limite o le ignora completamente. Sora 70 invece le ha trattate come zone normali, salendo, scendendo, ripassando con metodo. La profondità minima dichiarata di 20 centimetri è effettiva, l’ho verificata.
L’unico inciampo l’ho avuto in un angolo morto vicino agli sfioratori, dove il robot ha esitato qualche secondo prima di trovare la traiettoria di uscita. Niente di tragico, niente di bloccato, ma quei tre o quattro secondi di “pensamento” si vedono, e su un robot di questo prezzo te li aspetti meno.
In entrambe le piscine, il rumore in funzione è praticamente nullo. Si sente un piccolo gorgoglio quando emerge in superficie, ma sott’acqua è silenzioso come deve essere.
Approfondimenti
Navigazione SonicSense e gestione degli ostacoli
Il sistema di navigazione di questo robot è uno dei suoi punti più curati, e in due settimane di test ho avuto modo di vederlo all’opera in scenari molto diversi. Niente camera AI, lo abbiamo già detto: la navigazione è affidata interamente ai due sensori ultrasonici frontali (sotto il muso del robot) e a un algoritmo che disegna un percorso a zigzag sul fondo, ottimizzato per coprire l’intera area in un solo passaggio.
In pratica, quando lo metti in acqua, il robot fa una specie di “perlustrazione” iniziale a tre linee, capisce le dimensioni della vasca, e poi imposta il pattern di pulizia. Sulla piscina fuori terra è stato preciso, mentre sull’interrata ha avuto bisogno di un paio di minuti in più per “leggere” la vasca. Niente di sbagliato, anzi: un’analisi più lenta porta a percorsi più precisi.
Gli ostacoli vengono evitati con buona affidabilità. Ho lasciato volutamente un materassino gonfiabile in acqua durante un test: il robot lo ha aggirato senza incepparsi, anche se non l’ha mai più sfiorato per tutto il ciclo (quasi come se l’avesse memorizzato). Lo stesso vale per le scalette interne, che vengono percepite come pareti e affrontate con la giusta angolazione di salita.
Una nota: in piscine di forma irregolare (a fagiolo, a otto, con isole interne), il sistema potrebbe avere bisogno di un paio di cicli per ottimizzarsi. Non ho potuto testarlo direttamente, ma diversi recensori internazionali confermano che le piscine “complesse” richiedono qualche pazienza in più.
JetPulse e la pulizia della superficie
Questa è la feature differenziante. Quella per cui scegli Sora 70 invece di un Sora 30 o di un altro modello d’ingresso. E vale la pena spenderci due parole.
Il sistema JetPulse sfrutta due ugelli frontali che spruzzano acqua in avanti e leggermente verso il basso, creando una sorta di imbuto a bassa pressione che attira i detriti galleggianti verso la bocca di aspirazione anziché spingerli lateralmente. Detto così sembra ingegneria spaziale, in pratica è una soluzione elegante a un problema che tutti i robot piscina hanno: quando si muovono in superficie, l’onda che generano spinge via le foglie invece di catturarle. JetPulse risolve il paradosso.
Il punto è: funziona davvero? Sì, ma con qualche distinguo. Sulle foglie piccole e medie, sui residui di polline, sugli insetti annegati, è efficace al 90%. Sui detriti più grandi, tipo foglie di fico o di platano intere, può servire un secondo passaggio. Il robot ci ritorna sopra, eh, ma serve tempo. Se hai una piscina sotto un platano e siamo a fine ottobre, non aspettarti miracoli con un solo ciclo.
L’altra cosa che mi ha stupito è la manovrabilità in superficie. Tramite app puoi pilotarlo manualmente come un piccolo joystick, indirizzandolo verso le aree più sporche. La risposta non è istantanea, c’è qualche secondo di latenza, ma è una funzione che diverte e che diventa utile quando vedi un agglomerato di detriti in un angolo specifico.
Pulizia di pareti e linea di galleggiamento
Il vero banco di prova di un robot piscina, per come la vedo io, sta nella linea di galleggiamento. È quella fascia sottile dove l’acqua incontra l’aria, e dove si accumulano oli, creme solari, polline e un sottile strato grasso che a occhio non si vede ma esiste.
Sora 70 affronta questa zona attraverso una modalità dedicata che fa salire il robot lungo le pareti fino a metà fuori dall’acqua, dove le spazzole anteriori riescono a strofinare la linea di confine. Funziona, ma in modo diseguale a seconda del materiale.
Sul PVC della piscina fuori terra, il risultato è ottimo dopo due passaggi. Sulla piastrella della piscina interrata, è praticamente perfetto al primo colpo. Sul rivestimento in liner (che non ho potuto testare direttamente, ma che secondo i riscontri online è il banco di prova più ostico), le quattro ruote di guida laterali sembrano fare la differenza, mantenendo il robot perfettamente aderente anche nelle curve.
Le pareti vere e proprie, dal canto loro, vengono pulite con una traiettoria a zigzag verticale piuttosto convincente. Il robot risale, scende, si sposta lateralmente di qualche centimetro, risale di nuovo. È un balletto lento ma efficace.
Piscine fuori terra e piscine interrate: due esperienze diverse
Una cosa che voglio sottolineare, perché sui siti del marchio non viene molto enfatizzata: il comportamento di questo robot cambia in modo significativo a seconda del tipo di piscina.
Nella fuori terra in legno di Emanuele, Sora 70 si è trovato a suo agio. La vasca è regolare, rettangolare, con angoli vivi e fondo piatto. Il robot ha lavorato su superfici prevedibili, i suoi cingoli hanno avuto una buona aderenza al PVC, e i tempi sono stati quelli dichiarati.
Nell’interrata invece, le cose si complicano un po’. La vasca era più grande, i bordi erano più arrotondati, c’erano scalini, una piattaforma prendisole, e una sezione più profonda. Il robot ha lavorato bene, ma ha consumato più batteria, ha impiegato più tempo, e ha avuto bisogno di qualche micro-aggiustamento sulle traiettorie. Niente di problematico, ma il messaggio è: se hai una piscina sopra i 70 metri quadri o complessa, mettetevi in conto che un solo ciclo potrebbe non bastare per una pulizia profonda.
L’altra differenza riguarda l’estrazione. Nella fuori terra, una volta parcheggiato al bordo, lo sollevavo direttamente da fuori, senza piegarmi quasi: facile. Nell’interrata, soprattutto se la piscina ha un bordo spesso e una scaletta fissa lontana, il recupero richiede di accucciarsi sul bordo e tirarlo su con un po’ di sforzo. Qui il manico migliora la presa, ma la mancanza di rivestimento antiscivolo si fa sentire.
Sistema di galleggiamento e recupero (Smart Surface Parking)
Una delle cose che, una volta provata, non vuoi più mollare. Il sistema funziona attraverso quattro camere galleggianti interne che, a fine ciclo o quando la batteria scende sotto il 15%, si svuotano dell’acqua e si riempiono d’aria. Il robot diventa positivamente galleggiante e risale in superficie da solo. Da lì, naviga autonomamente verso il bordo più vicino e si “parcheggia” lì, in attesa di essere tirato fuori.
Geniale per due motivi. Primo: niente più operazioni da sub per tirarlo su dal fondo. Secondo: se si scarica a metà ciclo, non resta abbandonato sul fondale, ma viene da te per essere ricaricato.
Il sistema SmartDrain, invece, scarica automaticamente l’acqua interna nel momento in cui sollevi il robot. Detto in altro modo: invece di tirare fuori dieci kili d’acqua e sgocciolarli per un metro, il robot si “asciuga” da solo durante l’estrazione. La differenza è enorme, soprattutto quando devi spostarlo in un altro punto del giardino o riportarlo in deposito. Ho cronometrato: lo scarico interno avviene in meno di dieci secondi.
Una piccola nota di pignoleria: non sempre il robot si parcheggia esattamente sotto di te. A volte si ferma a un metro di distanza dal punto dove lo aspetti. In questi casi, dall’app puoi richiamarlo con il pulsante “Surface Parking” e farlo arrivare al punto desiderato. Funziona quasi sempre, ma con un paio di secondi di latenza.
Filtro e gestione dei detriti
Il cestello da 6 litri è una bestia. Per dare un’idea, parliamo del doppio della capacità media di un robot piscina di fascia media. Si estrae sollevando il coperchio superiore, e si svuota in un cestino o in un sacco senza dover smontare nulla.
Il filtro standard cattura particelle fino a 150 micron, dimensione sufficiente a trattenere foglie, sabbia, polline, capelli, insetti e quasi tutto quello che troverai in una piscina domestica. Per una pulizia ancora più fine c’è il filtro opzionale da 3 micron (venduto separatamente), che cattura particelle quasi cinquanta volte più piccole. È utile per chi vuole l’acqua davvero cristallina, ma in condizioni d’uso normali il filtro standard fa più che il suo dovere.
Pulire il filtro è semplice: lo estrai, lo passi sotto un getto d’acqua per qualche secondo, e lo rimetti in sede. Cinque minuti, basta. Una sola raccomandazione: fallo dopo ogni ciclo se la piscina è particolarmente sporca, altrimenti ogni due o tre cicli è più che sufficiente.
Manutenzione e durata nel tempo
Su questo punto devo essere onesto: tre settimane di test non bastano per giudicare la durata effettiva di un dispositivo come questo. Posso però osservare alcuni indicatori positivi.
Le spazzole rotanti sono progettate per essere sostituite quando si usurano, e i ricambi sono disponibili sul sito Beatbot. La batteria, dichiarata per circa 500 cicli di carica completa (cioè diversi anni d’uso normale), è non sostituibile dall’utente, e questo è un piccolo neo: per la sostituzione bisogna rivolgersi al servizio assistenza.
La garanzia di tre anni è uno degli elementi più rassicuranti dell’offerta: due anni in più rispetto a quanto offrono molti concorrenti. Beatbot copre il robot a livello globale, con assistenza dedicata anche in Italia.
L’altra cosa importante è la possibilità di aggiornamenti firmware OTA: il robot non resta fermo al firmware di lancio, ma riceve miglioramenti algoritmici nel tempo. Ne ho già visti due passare durante il periodo di test.
Compatibilità con piscine in acqua salata
Per chi ha una piscina con sistema di clorazione salina (sempre più diffuso), buone notizie: il robot è compatibile fino a 5.000 PPM di concentrazione salina. È un valore standard per la maggior parte degli impianti residenziali. La protezione IP68 è completa, e i materiali utilizzati resistono al sale senza corrodersi.
Quello che consiglio comunque, dopo ogni utilizzo in acqua salata, è un breve risciacquo con acqua dolce: non è obbligatorio, ma allunga la vita del prodotto. Sono cinque minuti di lavoro, e dato il prezzo del robot, non sono un fastidio.
Funzionalità
Le 5 modalità di pulizia sono ben distribuite e coprono tutte le esigenze realistiche di un proprietario di piscina:
Pro Mode è quella che usi il 70% delle volte: pulizia integrale di superficie, fondo, pareti, linea d’acqua e piattaforme. Standard Mode salta la superficie ed è perfetta per quando l’acqua sopra è già pulita. Solo Fondo è veloce e mirata, ideale prima di una pool party quando vedi solo qualche granello sul fondo. Solo Pareti lavora solo verticalmente. Solo Superficie attiva direttamente il JetPulse senza fare il sottomarino, utile dopo un temporale che ha portato foglie ma non sporco profondo.
C’è anche il Quick Button, un pulsante fisico sulla scocca a cui puoi associare la modalità che usi più spesso. Quando non hai voglia di tirare fuori il telefono, premi e via. Semplice, ed efficace.
La modalità di navigazione remota in superficie trasforma l’app in un piccolo joystick: puoi pilotare manualmente il robot per indirizzarlo verso aree specifiche. La risposta è un po’ lenta, ma utile in scenari particolari. Non sostituisce un controllo automatico, ma è una feature in più che fa piacere avere.
Tra le funzionalità che mancano, segnalo l’assenza del controllo vocale (presente invece sui modelli AquaSense X più recenti) e l’assenza di una stazione di pulizia automatica del filtro tipo AstroRinse: per quella bisogna salire di gamma. Per qualcuno saranno mancanze pesanti, per chi non vuole spendere oltre 3.000 euro sono compromessi accettabili.
Pregi e difetti
Cosa funziona davvero bene:
- Lo skimming di superficie con JetPulse è una svolta nella categoria, e copre un’esigenza reale
- Il cestello da 6 litri è enorme, ti permette di non svuotarlo a ogni ciclo
- Il sistema di parcheggio in superficie e SmartDrain salva la schiena (e il sudore)
- L’autonomia di cinque ore sul fondo è competitiva e consente cicli completi anche su piscine grandi
- Le quattro ruote di guida laterali migliorano sensibilmente la presa sulle pareti, soprattutto su liner
Cosa invece convince meno:
- Il prezzo di 1.499 euro resta importante per un acquisto domestico
- L’app non funziona quando il robot è sott’acqua (limite tecnologico generale, ma va saputo)
- Non c’è dock di ricarica wireless, devi sempre infilare l’alimentatore
- La traduzione italiana dell’app ha qualche zoppicamento qua e là
- Il manico, pur funzionale, manca di un rivestimento antiscivolo che farebbe comodo
Prezzo e posizionamento
Sora 70 è in vendita a 1.499 euro sul sito ufficiale e su Amazon, in due varianti di colore (Lavender Purple e Deep Blue). È un prezzo importante, va detto subito. Ma va contestualizzato.
La gamma Beatbot parte dal Sora 10 (più economico, senza pulizia superficie), passa per il Sora 30 (più potente del 10 ma sempre senza skimming), e arriva al Sora 70 come modello “completo” della serie. Sopra ci sono gli AquaSense, che superano i 2.000 e arrivano fino ai 3.000 e oltre per il modello AquaSense 2 Ultra. Il salto tra Sora 70 e AquaSense, in soldi, è di circa 800-1.000 euro. Cosa ottieni in più? Camera AI per riconoscimento detriti, dock di ricarica wireless, mappatura HybridSense, controllo vocale, e altre amenità che, francamente, per un proprietario di piscina medio sono più gadget che necessità.
Sora 70 si posiziona quindi nel punto più sensato della gamma per chi vuole il set completo di funzionalità essenziali (compresa la superficie) senza pagare le feature da vetrina. Confrontato con il costo di un servizio di pulizia piscina settimanale (che a Roma può andare dai 50 ai 100 euro a intervento), il robot si ripaga nel giro di due o tre stagioni. Per un B&B come quello di Emanuele, fa davvero la differenza in termini di tempo guadagnato.
Da segnalare che il marchio applica spesso codici sconto al lancio e in occasione di eventi commerciali (Amazon Prime Day, Black Friday). Tenendo d’occhio le promozioni, lo si può portare a casa anche sotto i 1.350 euro. Se vuoi già acquistarlo lo trovi su Amazon Italia.
Conclusioni
Dopo qualche settimana di prove vere, in due piscine completamente diverse, l’impressione che mi resta è quella di un prodotto maturo, ben progettato e centrato sull’esigenza reale del proprietario di piscina. Non è il robot più sofisticato del mercato, e Beatbot stessa lo posiziona un gradino sotto la sua gamma top. Ma proprio per questo riesce a essere quello con il rapporto qualità/funzionalità più equilibrato di tutta la serie.
Lo consiglio a chi ha una piscina di medie dimensioni (fino a 70-80 metri quadri di specchio d’acqua), specialmente se circondata da alberi o esposta a vento, polline e detriti vari. Lo consiglio a chi non vuole più impazzire con retini, skimmer e ramazze. Lo consiglio a chi gestisce strutture ricettive piccole e ha bisogno di una manutenzione automatizzata che funzioni davvero, senza richiedere supervisione continua.
Lo sconsiglio a chi ha una piscina enorme (sopra i 100 metri quadri), perché probabilmente avrà bisogno di due cicli per pulizia profonda. Lo sconsiglio anche a chi cerca il top assoluto: in quel caso, vale la pena guardare verso AquaSense X. E lo sconsiglio a chi vuole spendere il meno possibile, perché qui non siamo nella fascia entry-level.
Lo scenario perfetto? Una mattina d’estate, lo butti in acqua, vai a fare colazione sotto al pergolato, e quando torni la piscina è pronta. Tu non hai sudato, lui ha fatto il suo lavoro. È esattamente quello che ci si aspetta da un dispositivo del genere, e Sora 70 lo mantiene.








