Per due mesi mi sono portato dietro un mattone con dentro una termocamera, e a un certo punto ho proprio smesso di notarlo nello zaino. L’AGM G3 Pro non è il telefono che tiri fuori al bar per fare colpo, sia chiaro fin da subito. È l’attrezzo che impugni quando devi capire perché una parete resta fredda, perché un cavo scotta più del dovuto, o se quella scheda video che stai recensendo sta cuocendo come una piadina sulla piastra. Io l’ho usato esattamente così, da telefono secondario: cantiere, trekking, campo di tiro, qualche lavoretto in casa. Mai come dispositivo principale.
La spinta a provarlo, lo ammetto, è arrivata da una cosa sola: quella termocamera da 512×384 pixel. Sulla carta è la risoluzione termica più alta che si trovi oggi su uno smartphone, più del doppio rispetto ai classici sensori 256×192 che montano la concorrenza diretta e gli stessi modelli precedenti del marchio. Il resto, dalla batteria da 10.000 mAh alla corazza in standard militare, all’inizio per me veniva dopo. Poi, usandolo sul serio, qualche sorpresa è saltata fuori. In positivo e, c’è da dirlo, anche in negativo.
Quindi? Quindi mettetevi comodi, perché di carne al fuoco ce n’è tanta, e quasi tutta ruota attorno a quel sensore che, a conti fatti, è il vero motivo per cui questo affare esiste. Attualmente è disponibile su Amazon Italia e sul sito ufficiale.
Apertura e primo impatto
La scatola non racconta favole. Cartone robusto, niente fronzoli da prodotto premium, il logo e una foto del telefono. Capisci al volo che qui i soldi sono finiti dentro, non sul packaging, e per un attrezzo del genere a me sta benissimo così.
Dentro, oltre al telefono, ho trovato il caricatore da 33W con cavo USB-C, lo spillino per il carrellino SIM, una pellicola già applicata sullo schermo (gesto che apprezzo sempre, mi risparmia il pomeriggio a litigare con le bolle d’aria) e un po’ di adesivi. Niente cover in confezione, e qui storco un attimo il naso: su un rugged ci sta che la scocca faccia già il suo, ma una custodia di serie non avrebbe guastato. Nel mio caso, a seconda del periodo promozionale, AGM ha buttato dentro anche un paio di auricolari e una tracolla. Roba che fa numero, sì, però utile davvero quando il telefono pesa quel che pesa e in tasca non lo vuoi.
Prima impressione tenendolo in mano? Pesante. Lo so, lo ripeto, ma è la verità nuda: lo sollevi dalla scatola e il polso lo sente. Eppure è anche stranamente ben fatto. Gli incastri sono precisi, le cornici di gomma rigida non scricchiolano, i tasti hanno una corsa netta. Per essere un telefono da battaglia, l’assemblaggio è di quelli seri. Niente plasticacce che ballano.
E quel faro sul retro, enorme, che ti guarda come l’occhio di un ciclope. Ma di quello parlo dopo, perché merita.
Design e costruzione: un mattone, però educato
Diciamolo: nessuno comprerà mai un rugged phone per l’estetica. Eppure il G3 Pro qualcosa la fa, nel suo genere. Le linee sono squadrate, gli angoli rinforzati, le viti a vista sul dorso (vere o finte poco importa, comunicano “robustezza” e funziona). Ci sono i bumper laterali in gomma, la placca metallica che corre dietro, il faro che spezza il design. È il classico telefono che, se cade dal tavolo, ti preoccupi più per il pavimento.
I numeri: 177,5 × 82,8 mm, con uno spessore che balla tra i 16 e i 18 mm a seconda di dove misuri, e quei famosi 375 grammi sulla bilancia. Per darvi un metro, un flagship normale sta sui 180-190 grammi. Qui siamo al doppio abbondante. Però, e qui viene la parte interessante, nel panorama rugged questo coso è quasi snello. Ho avuto per le mani corazzati che superavano tranquillamente i 500 grammi, certi modelli pure i 600. In confronto, il Pro è il ballerino della categoria.
La cosa che mi ha colpito davvero è un’altra, e l’ho già accennata nell’introduzione: dopo i primi giorni, il peso sparisce dalla percezione. Non perché il telefono dimagrisca, ovvio, ma perché il cervello si abitua. Lo tieni nello zaino durante un trekking e non lo senti. Lo appoggi sul ponteggio mentre lavori e ti fidi che, se ti scivola, non succede niente. Quella tranquillità, alla fine, vale i grammi in più. Personalmente ci ho fatto pace prima di quanto pensassi.
In mano è largo, questo sì. Con una sola mano lo gestisci a fatica, devi spostare il pollice come un pianista per arrivare in cima allo schermo. Ma non è un telefono pensato per scrollare i social a letto. È pensato per stare in piedi, all’aperto, magari con i guanti. E con i guanti spessi, ammetto, il touch a volte fa i capricci. Capita.
La certificazione è di quelle che fanno curriculum: IP68 e IP69K per acqua e polvere, più lo standard MIL-STD-810H per gli urti, con resistenza a cadute dichiarata fino a 1,5 metri. Sopporta anche idropulitrice e getti di vapore, e lavora in un range che va da meno 20 a più 60 gradi. Roba che, se fai certi mestieri, non è marketing: è la differenza tra un telefono che dura e uno da buttare.
Scheda tecnica
Prima di entrare nel vivo, ecco i dati che contano, messi in fila senza riempitivi inutili.
| Specifica | Valore |
|---|---|
| Display | 6,72″ TFT-LCD IPS, 2400×1080 (FHD+), 392 PPI, 120 Hz, Panda Glass, HDR10+ |
| Processore | MediaTek Dimensity 7300 (4 nm), octa-core (4× Cortex-A78 2,6 GHz + 4× Cortex-A55 2,0 GHz) |
| GPU | ARM Mali-G615 MP2 |
| RAM | 12 GB LPDDR4X (con espansione virtuale fino a +12 GB su alcune varianti) |
| Memoria | 512 GB UFS 3.1, espandibile via microSD fino a 1 TB (slot ibrido) |
| Batteria | 10.000 mAh, ricarica 33W cablata (USB-PD), 18W wireless, ricarica inversa wireless |
| Termocamera | 512×384 pixel, registrazione 25 fps, doppia scala da −20 a +550 °C, FOV grandangolare, rilevamento automatico punti caldi/freddi |
| Fotocamera principale | 64 MP Sony IMX682 f/1.8 + 2 MP macro, video fino a 4K 30 fps |
| Fotocamera frontale | 50 MP OV50D40 f/2.2, video Full HD 30 fps |
| Audio | Speaker singolo da 5W, fino a 116 dB, jack 3,5 mm, codec LDAC |
| Connettività | 5G Sub6 dual SIM (ibrido), Wi-Fi 5 (ac), Bluetooth 5.2, NFC, GNSS single-band, FM radio |
| Porte | USB-C 2.0 con Power Delivery e OTG |
| Robustezza | IP68, IP69K, MIL-STD-810H, caduta fino a 1,5 m, esercizio da −20 a +60 °C |
| Sistema operativo | Android 15 |
| Extra | Faro da campeggio LED, tasto funzione configurabile, DRM Widevine L3 |
| Dimensioni e peso | 177,5 × 82,8 × 16-18,1 mm, 375 g |
| Prezzo | 699 € |
Hardware e cuore del telefono
Sotto la corazza batte un MediaTek Dimensity 7300, accompagnato da 12 GB di RAM e 512 GB di memoria interna. Non è un chip da primato, mettiamolo subito in chiaro. È un octa-core di fascia media costruito a 4 nm, con quattro core Cortex-A78 a 2,6 GHz per il lavoro pesante e quattro A55 a basso consumo per il resto, più una GPU Mali-G615 a due core.
Tradotto in pratica: nell’uso quotidiano vola. Apri app, scorri, fai foto, navighi, e non senti un’incertezza. La memoria è abbondante, lo storage UFS 3.1 carica i file con prontezza, e i 12 GB di RAM tengono in piedi un bel po’ di applicazioni in background senza farti ricaricare tutto da capo. Per un telefono nato per il lavoro, è esattamente il tipo di fluidità che serve. Nessun lag mentre passi dalla galleria termica all’app di messaggistica al browser.
Il gaming è un altro discorso, ma onestamente chi compra questo telefono per giocare a titoli pesanti ha sbagliato negozio. Detto questo, l’ho provato lo stesso, per curiosità, una sera. I giochi leggeri girano lisci, quelli impegnativi vanno a dettagli medi senza drammi. Niente da gridare al miracolo, niente da buttare. Sufficiente. E quando il chip lavora, il telefono resta freddo: ho controllato proprio col suo stesso sensore termico, e la dispersione del calore sulla scocca è gestita bene, complice anche la massa generosa che fa da dissipatore naturale.
Una nota tecnica che fa la differenza per certi usi: la memoria è di tipo LPDDR4X, non LPDDR5. Sulla carta è una generazione indietro, e qualcuno potrebbe arricciare il naso. Nella realtà di tutti i giorni, su un telefono così, non ho mai percepito il limite. Mai una volta. Sarà che le mie pretese, con un device da lavoro, non sono quelle di un benchmark da record.
Software, interfaccia e quel tasto in più
A bordo c’è Android 15, e qui AGM ha fatto una scelta che approvo: interfaccia quasi pulita, vicina allo stock, senza valanghe di app preinstallate o personalizzazioni invasive. Il sistema è leggibile, scorre bene, e non ti ritrovi venti applicazioni che non userai mai. Bene così.
Sopra Android, AGM cuce le sue funzioni proprietarie, e il pezzo forte è ovviamente l’app della termocamera. Ne parlo a fondo più avanti, ma anticipo una cosa: è fatta meglio di quanto mi aspettassi. Stabile, reattiva, con i comandi al posto giusto. Non è il software macchinoso che a volte accompagna questi sensori. Cambi palette cromatica, imposti il punto di misura, avvii la registrazione, tutto con pochi tocchi.
Poi c’è il tasto funzione configurabile sul fianco, e qui parlo da utente convinto. Lo programmi per fare quel che vuoi: a me serviva che aprisse al volo la termocamera, e l’ho impostato così. Un tap fisico, e in un secondo sono in modalità termica. Sembra una sciocchezza, ma quando lavori e hai le mani impegnate, non dover sbloccare e cercare l’icona è oro. Lo si può anche assegnare alla torcia, alla fotocamera, al registratore, a una pressione lunga diversa da quella breve. Flessibile davvero.
Sul fronte aggiornamenti, qui devo essere onesto e un po’ meno entusiasta. AGM non brilla per chiarezza sulle politiche di update a lungo termine, e le altre prove che ho consultato segnalano la stessa incertezza. Non è un marchio che ti garantisce cinque anni di patch come fanno i big. Per un telefono da lavoro, che magari tieni per le sue funzioni più che per essere sempre all’ultima versione, ci si convive. Ma è un punto su cui chi cerca supporto software pluriennale deve metterci una pietra sopra in partenza. Lo dico chiaro.
Prestazioni e autonomia
Arriviamo al dunque sull’autonomia, perché qui il telefono gioca una delle sue carte migliori. Quei 10.000 mAh non sono un numero buttato lì per fare scena: sono giorni di utilizzo reale.
Nel mio uso da secondo telefono, quindi acceso ma non martoriato, sono arrivato tranquillamente a coprire più giornate con una sola carica. Quando l’ho spremuto di più, tra registrazioni termiche, schermo a manetta, GPS attivo durante i trekking e qualche ora di utilizzo continuo, la sera arrivavo comunque con margine. Le prove strumentali di altre testate confermano la sostanza: con un uso intenso parliamo di un paio di giorni pieni, con uso leggero si va ben oltre. C’è chi ha registrato cali del 50 percento solo dopo una settimana di utilizzo blando. Cifre da power bank con la SIM dentro.
La ricarica cablata viaggia a 33W via USB Power Delivery. Non è velocissima in assoluto, e con una batteria di questa stazza è inevitabile: per fare il pieno servono attorno alle due ore abbondanti, mentre per arrivare a metà bastano poco meno di un’ora. Ma c’è una chicca che sui rugged non si vede quasi mai: la ricarica wireless, qui presente e funzionante, a 18W. L’ho appoggiato sul caricatore da scrivania come un telefono qualunque, e si ricaricava. Comodo, davvero inaspettato su una categoria di prodotto così spartana.
E poi la ricarica inversa wireless: il telefono diventa una power bank per gli altri tuoi dispositivi. Appoggi gli auricolari sul dorso e si ricaricano attingendo a quella batteria mastodontica. In trekking, lontano da prese, è il tipo di funzione che ti salva la giornata. Mica male.
Un appunto sincero, perché la recensione deve esserlo: il produttore stesso dichiara un numero di cicli di carica non altissimo, attorno agli 800. Significa che, dopo un paio d’anni di ricariche quotidiane, la capacità inizierà a calare prima di quanto farebbe su altri telefoni. Su un device usato come secondo telefono, magari ricaricato ogni tre o quattro giorni, il problema si diluisce parecchio nel tempo. Ma è giusto saperlo.
Due mesi sul campo
Qui finiscono le specifiche e comincia la verità, quella che si scopre solo usando un telefono per davvero, nei contesti per cui è nato. E io questo coso l’ho portato in posti dove un flagship normale lo avrei tenuto chiuso in tasca col fiato sospeso.
Partiamo dai lavoretti in casa. Ho passato un paio di weekend a sistemare alcune cose con mio padre, roba di muratura, intonaci, qualche intervento sugli impianti. Ed è lì che il sensore termico ha smesso di essere un giocattolo da unboxing per diventare uno strumento. Una mattina stavamo cercando di capire da dove entrava freddo in una stanza che, d’inverno, non si scaldava mai bene. Ho puntato il telefono sulle pareti, e in pochi secondi i ponti termici sono apparsi come macchie blu evidenti attorno a un infisso e lungo una giuntura del muro. Nessun dubbio, nessuna stima a occhio: il punto preciso da cui si disperdeva il calore, lì, fotografato. Una cosa che a occhio nudo non vedi e che, senza termocamera, scopri solo a forza di tentativi.
Poi è toccato all’impianto elettrico. Ho controllato il quadro elettrico e alcune prese, cercando anomalie. Un cavo, sotto carico, scaldava più degli altri: un sintomo che, se ignori, col tempo diventa un problema serio. Il telefono me l’ha mostrato subito, con la zona rossa che spiccava sul resto. Lo stesso ho fatto controllando una sospetta perdita d’acqua e il funzionamento del riscaldamento, seguendo la mappa di calore delle tubazioni lungo il pavimento. Roba che, fino a ieri, richiedeva un termometro a infrarossi puntato a casaccio o, peggio, l’intervento di un tecnico con l’attrezzatura giusta.
Cambio scenario completo. Le mie giornate non sono solo cantiere: io recensisco hardware, e questo telefono è entrato di prepotenza nel mio flusso di lavoro. Quando provo un prodotto, sapere dove e quanto scalda è informazione preziosa. Pochi giorni fa stavo testando una scheda video, una Radeon RX 9070, e invece di affidarmi solo ai sensori software ho puntato il telefono sulla GPU sotto stress. In tempo reale vedevo i punti più caldi del dissipatore, le zone dei VRM, il flusso d’aria. Per chi fa il mio mestiere, avere una termocamera decente sempre in tasca cambia il modo di documentare un test. Non torno più indietro.
E l’automobile. Dopo una guidata un po’ allegra ho controllato la temperatura dei dischi freno e del vano motore, più per curiosità tecnica che per necessità, ma il risultato era chiarissimo e leggibile. Stessa cosa con la mia elettrica sotto carica: controllare che il connettore e il cavo non scaldassero in modo anomalo durante la ricarica è il genere di verifica che, da quando ho avuto questo telefono, faccio quasi per riflesso.
Una sera, in giardino, ho fatto la prova che proprio dovevo fare: ho inquadrato i cani al buio totale. Vederli comparire come due sagome luminose nel nero assoluto, mentre mi correvano incontro, è stato uno di quei momenti in cui capisci la potenza dello strumento. Niente luce, eppure li vedevo perfettamente. Per chi gira di notte, va a caccia, o semplicemente vuole controllare il giardino senza accendere mezzo impianto, è una funzione che lascia a bocca aperta.
Poi la parte più brutale, quella in cui questi telefoni o tengono o vanno a casa. L’ho immerso in acqua, completamente, e ha continuato a funzionare senza un battito. L’ho riempito di polvere e sporco durante i lavori, e una sciacquata sotto il rubinetto lo ha riportato come nuovo (provateci, con un telefono normale). Ho voluto esagerare e l’ho pure messo in frigorifero per testare il comportamento al freddo, poi l’ho scaldato. Niente. Nessun riavvio, nessun blocco, nessun calo di prestazioni. È un carro armato, e non lo dico per modo di dire: l’ho stressato e non si è mai lamentato.
La termocamera, nel dettaglio
Ok, parliamo della star. Perché se siete arrivati fin qui, è probabile che il motivo sia questo sensore, e ve lo merito un approfondimento serio. La termocamera del Pro non è un orpello messo lì per vendere: è il cuore dell’intero progetto, e nei miei due mesi è stata l’unica funzione che ho usato ogni singola settimana.
Cosa cambia con la risoluzione 512×384
Il numero da tenere a mente è uno: 512×384. La maggior parte degli smartphone con termocamera, inclusi i modelli precedenti dello stesso marchio, si ferma a 256×192. Qui la risoluzione è più che raddoppiata, e la differenza, ve lo garantisco, si vede a occhio.
Cosa significa in pratica? Che l’immagine termica ha molto più dettaglio. I contorni degli oggetti caldi sono più netti, le piccole differenze di temperatura emergono con chiarezza, e puoi distinguere elementi che su un sensore inferiore sarebbero un’unica macchia confusa. Quando ho inquadrato la scheda video sotto stress, non vedevo “una zona calda generica”: distinguevo i singoli componenti, i bordi del dissipatore, il punto esatto del picco termico. Sul muro di casa, i ponti termici avevano confini definiti, non sbavature. Questa nitidezza, per chi usa la termocamera come strumento di diagnosi e non come gioco, è tutto.
C’è anche un campo visivo grandangolare, più ampio rispetto alla media, che ti permette di inquadrare aree estese senza dover stare a tre metri di distanza. In una stanza, riesci a coprire un’intera parete in un colpo solo. La risoluzione alta, unita al FOV largo, fa sì che ogni fotogramma contenga davvero tanta informazione. È un salto generazionale, non un ritocco. E se venite da una termocamera 256×192, lo noterete dal primo secondo.
Quanto è precisa? Il nodo delle temperature
Qui devo essere il recensore onesto che voglio essere, anche perché ho fatto la prova di persona e i dati delle altre testate vanno nella stessa direzione. La risoluzione è eccellente, ma la precisione delle misure di temperatura ha un margine di errore che va conosciuto.
Confrontando le letture del telefono con quelle di un termometro a infrarossi dedicato, ho riscontrato uno scarto: il sensore tendeva a riportare valori leggermente più alti, nell’ordine di qualche grado. Non è un errore enorme, e per la stragrande maggioranza degli usi è del tutto irrilevante. Se devo capire quale cavo scalda di più, o dove si disperde il calore, il valore assoluto conta poco: mi interessa la differenza relativa, e quella è perfettamente leggibile. Ma se vi servisse una misurazione di precisione assoluta, magari per un lavoro tecnico che richiede certificazione, sappiate che questo non è uno strumento di laboratorio. È uno strumento di diagnosi visiva, e in quel ruolo è formidabile.
L’app, per fortuna, aiuta: puoi fissare un punto di misura specifico, oppure lasciare che il sistema individui e marchi automaticamente la zona più calda e quella più fredda nell’inquadratura. Quest’ultima funzione, in particolare, è comodissima quando scandagli una superficie ampia e vuoi che sia il telefono a dirti dove guardare. La precisione assoluta lascia un po’ a desiderare, lo confermo, ma l’utilità pratica resta altissima. È un compromesso con cui ho fatto pace senza fatica.
Registrazione a 25 fps, palette e doppia scala
Una termocamera che fa solo foto è metà strumento. Questa registra video termici a 25 fps, ed è una funzione che ho usato più di quanto immaginassi. Filmare l’evoluzione del calore nel tempo, vedere una zona che si scalda progressivamente mentre la GPU entra sotto carico, o seguire il raffreddamento di un componente, è informazione che una singola foto non ti dà. I 25 fotogrammi al secondo rendono il flusso fluido, senza scatti, e la riproduzione è stabile anche quando muovi il telefono.
Sul fronte visualizzazione, hai diverse palette cromatiche tra cui scegliere: dal classico ferro (caldo verso il bianco e il giallo, freddo verso il blu e il viola) alle scale in bianco e nero, fino alle versioni più sature. Ognuna serve a uno scopo: per certi controlli la palette ferro è la più leggibile, per altri il bianco e nero rende meglio i contorni. Cambiarle al volo è questione di un tocco.
C’è poi la doppia scala di misura: una va da meno 20 fino a circa 150 gradi, l’altra copre la fascia alta, da 100 fino a 550 gradi. La prima è quella che userete il 90 percento delle volte, per impianti, dispersioni, elettronica, animali. La seconda serve quando hai a che fare con sorgenti molto calde, tipo certi processi industriali o motori sotto sforzo. Nel mio uso quotidiano sono rimasto quasi sempre sulla scala bassa, ma sapere che la portata arriva tanto in alto è una rassicurazione. La copertura totale, da meno 20 a più 550 gradi, è di quelle che ti tolgono ogni limite pratico.
Una termocamera che lavora (e che recensisce)
Voglio chiudere il capitolo termico con il motivo per cui, per me nello specifico, questo telefono ha avuto senso. Esiste il sistema di rilevamento intelligente, che riconosce e segnala automaticamente persone, animali, ponti termici e cavi surriscaldati. Non devi essere un esperto: punti, e il telefono ti aiuta a interpretare quello che vedi.
Ma al di là dell’automatismo, è l’integrazione a fare la differenza. Avere una termocamera ad alta risoluzione dentro il telefono che già porti con te significa non dover comprare, trasportare e gestire un dispositivo separato. Per i professionisti che lavorano su impianti elettrici, idraulici, su sistemi di riscaldamento e raffreddamento, o su automotive, è un coltellino svizzero che sostituisce uno strumento costoso e ingombrante. E per chi, come me, recensisce hardware, è diventato parte integrante del modo in cui documento i test termici dei prodotti.
La portata visiva dichiarata arriva fino a circa 500 metri per il rilevamento di sorgenti calde a distanza, anche se nell’uso reale i numeri vanno presi con le pinze e dipendono moltissimo dalle condizioni. Quello che conta, alla fine della fiera, è che si tratta della termocamera su smartphone più capace che abbia mai usato. E ne ho provate altre, con sensori più piccoli. Il divario è netto.
Il resto del pacchetto
Il sensore termico prende le luci della ribalta, giusto così. Ma un telefono è anche tutto il resto, e qui i giudizi si fanno più sfumati. Con qualche luce e qualche ombra.
Il display sotto il sole
Lo schermo è un LCD da 6,72 pollici con risoluzione Full HD+ e refresh a 120 Hz. Niente OLED, e si vede: i neri non sono profondi come su un pannello organico, il contrasto è quello tipico di un buon LCD, nulla di più. Però, e qui devo difenderlo, nell’uso reale è uno schermo che mi è piaciuto. La luminosità è alta, abbastanza da restare leggibile sotto il sole pieno mentre lavoravo all’aperto, e i 120 Hz rendono lo scorrimento fluido e piacevole. I colori sono vividi, c’è il supporto HDR, e per un telefono di questa natura va più che bene.
Un avvertimento per chi guarda tanti film e serie in streaming: il telefono è certificato solo Widevine L3, non L1. In parole povere, su alcune piattaforme protette potreste non ottenere la riproduzione in alta definizione, restando bloccati a risoluzioni inferiori. Nel mio uso, lo streaming funzionava senza intoppi e la qualità mi sembrava buona, ma se la visione di contenuti premium in HD è una vostra priorità assoluta, questo è un dettaglio da verificare bene prima dell’acquisto.
Connettività: dove AGM ha tagliato
Sulla connettività, AGM ha fatto delle scelte che meritano trasparenza. C’è il 5G, c’è il dual SIM, c’è l’NFC per i pagamenti, c’è il Bluetooth 5.2 con codec LDAC, c’è pure la radio FM e il jack da 3,5 mm (che su un rugged ha tutto il senso del mondo). Nell’uso, il segnale era stabile e la qualità in chiamata nella media.
Ma ci sono i tagli, e vanno detti. Il Wi-Fi si ferma allo standard Wi-Fi 5, niente Wi-Fi 6 né 6E: in una rete moderna lascia sul tavolo un po’ di velocità. Il GPS è single-band, cioè usa solo la frequenza L1: per un telefono pensato anche per l’outdoor e i trekking, dove la precisione di posizionamento conta, è una scelta un po’ avara. Poi c’è lo slot SIM ibrido: o monti due SIM, o ne monti una e aggiungi la microSD. Le due cose insieme non si possono fare, e con 512 GB di base magari non è un dramma, ma chi ha bisogno di doppia SIM e storage espanso resta a bocca asciutta. Manca anche il supporto eSIM. E la porta USB-C è di tipo 2.0, quindi trasferimenti dati lenti e nessuna uscita video. Dettagli, certo, ma su un telefono che costa quasi 700 euro qualche compromesso in meno non avrebbe guastato.
Le fotocamere normali
E qui arriva la nota più tiepida di tutta la recensione. Le fotocamere “tradizionali”, quelle per le foto normali, sono il punto debole. Sulla carta i numeri sono altisonanti: 64 MP per la principale con sensore Sony, addirittura 50 MP per la frontale, più una macro da 2 MP che, come quasi sempre, serve a poco.
Nella pratica, i risultati sono nella media, a tratti sotto. Con buona luce, di giorno, gli scatti sono accettabili: dettaglio discreto, colori onesti, niente di memorabile ma niente da buttare. Quando la luce cala, però, emergono i limiti: rumore, perdita di nitidezza, una gestione delle alte luci non sempre brillante. Il software di elaborazione non fa miracoli, e si sente la differenza con i telefoni “normali” di pari prezzo, che sulla fotografia investono molto di più. Le altre prove che ho letto sono concordi nel definirle mediocri, e nei miei scatti non ho trovato motivi per smentirle. Il punto, però, è capire le priorità: chi compra questo telefono lo fa per la termocamera, la batteria e la robustezza. La fotocamera “normale” è un di più, e va presa per quello che è. Se la fotografia è la vostra priorità, semplicemente, non è il telefono giusto. E va benissimo così, perché non è quello il suo mestiere.
Funzionalità extra
Ci sono un paio di chicche che danno carattere a questo telefono, e che vanno oltre la solita lista della spesa. La prima, l’avevo promesso, è quel faro da campeggio piazzato sul retro. Non è la solita torcina del flash: è una luce LED larga e potente, di quelle che illuminano davvero un’area, non un fascio strettino.
L’ho usata sul serio, e in un contesto che mi è caro. Durante alcune serate al campo di tiro con l’arco, quando dopo gli allenamenti ci siamo fermati e abbiamo acceso la brace per la sera, quel faro ha illuminato la zona meglio di certe lampade da campeggio dedicate. Lo appoggi, lo accendi, e hai luce abbondante per gestire le cose al buio. Per chi va in tenda, in escursione, o semplicemente si trova a smanettare in cantina senza corrente, è una di quelle funzioni che usi e poi ti chiedi come facevi prima.
Poi lo speaker, singolo ma potente: arriva a 116 dB, ed è davvero forte. In ambienti rumorosi, in cantiere, all’aperto col vento, lo senti suonare chiaro. Non aspettatevi la raffinatezza audiophile di uno stereo ben bilanciato, perché è un altoparlante mono pensato per farsi sentire, non per gli audiofili. Ma per il suo scopo, allarmi, notifiche, una chiamata in vivavoce in un capannone, è perfetto. E poi torna il discorso del tasto funzione e della ricarica inversa, di cui ho già detto: piccole cose che, sommate, fanno di questo telefono un attrezzo pensato da chi sa cosa serve sul campo.
Test Termocamera
Pregi e difetti
Riassumo, senza girarci attorno, quello che mi sono portato a casa dopo due mesi.
I pregi:
- La termocamera 512×384 è semplicemente la migliore vista su uno smartphone: nitidezza e dettaglio di un altro livello rispetto ai sensori più piccoli.
- Autonomia da record grazie ai 10.000 mAh, con la rarità della ricarica wireless e inversa su un rugged.
- Robustezza vera e collaudata: l’ho immerso, impolverato, raffreddato e scaldato senza un cedimento.
- Prestazioni fluide nel quotidiano e tanta memoria, con un’interfaccia Android pulita.
- Il faro da campeggio e il tasto funzione configurabile sono comodità che usi davvero.
I difetti:
- Le fotocamere tradizionali sono mediocri, soprattutto quando cala la luce.
- La precisione assoluta delle misure termiche ha uno scarto di qualche grado rispetto a un termometro dedicato.
- Connettività con qualche taglio: Wi-Fi 5, GPS single-band, slot SIM ibrido, USB 2.0, niente eSIM.
- Resta un telefono pesante e ingombrante, per quanto ci si abitui.
- Supporto software a lungo termine incerto e cicli di batteria dichiarati non altissimi.
Prezzo e posizionamento
Veniamo ai soldi, che poi è dove molte recensioni si fanno vaghe e io invece voglio essere chiaro. Il listino parla di 699 euro, una cifra che, detta così, su un telefono con un chip di fascia media e fotocamere mediocri, può far storcere il naso. E in effetti, per un rugged, è un prezzo importante, tra i più alti della categoria.
Ma il ragionamento va fatto per intero. Quei 699 euro non li pagate per il processore o per gli scatti: li pagate per quella termocamera ad alta risoluzione, e per il fatto che è integrata in un telefono che già portereste con voi. Fate il conto: una termocamera dedicata di qualità comparabile, da sola, costa diverse centinaia di euro. I moduli termici da agganciare a uno smartphone, di risoluzione spesso inferiore, viaggiano comunque su prezzi non banali. Se mettete insieme termocamera professionale, batteria da power bank, ricarica wireless e corazza militare certificata, il prezzo smette di sembrare assurdo e inizia ad avere una sua logica. Onestamente.
Il punto è tutto qui: se la termocamera vi serve davvero, per lavoro o per passione, il prezzo è giustificato e a conti fatti pure conveniente, vista l’integrazione. Se invece la usereste due volte l’anno per gioco, allora no, spendete troppo per una funzione che non sfruttate. Lo street price, nel tempo e durante le promozioni, tende comunque a scendere rispetto al listino, e a quel punto la proposta diventa ancora più interessante. Attualmente è disponibile su Amazon Italia e sul sito ufficiale.
Il verdetto, senza voto
Dopo due mesi, la sintesi è semplice: questo non è un telefono per tutti, e non vuole esserlo. È uno strumento, e come strumento è di quelli che, una volta entrati nel tuo modo di lavorare, fai fatica a mollare.
Lo consiglio senza esitazioni a chi una termocamera la userebbe sul serio: l’elettricista, l’idraulico, il tecnico di impianti, il manutentore, chi lavora nell’automotive, l’appassionato di fai da te che vuole capire la propria casa. E lo consiglio a chi, come me, ha bisogno di un sensore termico sempre a portata di mano per il proprio mestiere. A loro, il G3 Pro regala uno strumento che prima richiedeva attrezzatura dedicata, costosa e ingombrante, dentro un telefono che sopravvive a qualunque cosa.
Lo sconsiglio, invece, a chi cerca un telefono da usare tutti i giorni come device principale, a chi mette la fotografia o lo streaming HD in cima alle priorità, a chi non sopporta peso e ingombro. Per loro esistono scelte migliori, e più economiche.
Lo scenario perfetto? Cantiere di mattina, trekking nel weekend, e la sera la termocamera puntata su un componente da recensire. In quel mondo lì, fatto di lavoro vero e di mani sporche, l’AGM G3 Pro non è un compromesso. È esattamente l’attrezzo giusto.

































