xAI incassa un altro stop, stavolta da Singapore, che ha respinto le richieste di documenti avanzate dalla società di Elon Musk nell’ambito della causa intentata contro Apple e OpenAI. Le autorità locali hanno chiuso la porta su quattro istanze diverse, sostenendo che non rispettavano i requisiti previsti dalle convenzioni internazionali sulla raccolta delle prove. Una decisione che ricalca, quasi punto per punto, quanto già accaduto qualche mese prima in Corea del Sud.
xAI: una causa che si allarga ben oltre i confini americani
Per capire cosa sta succedendo bisogna fare un passo indietro. All’inizio dell’anno la Corte Suprema della Corea del Sud aveva già detto no a xAI, che cercava documenti da Kakao, la super app sudcoreana usata praticamente da chiunque nel Paese. Quella era solo una delle tante richieste che invece il tribunale statunitense aveva approvato, dando il via libera a xAI (oggi sotto il controllo di SpaceX) per cercare materiale presso aziende sparse in mezzo mondo, quasi tutte legate allo sviluppo o alla gestione di super app nei mercati asiatici.
Il cuore della causa contro Apple e OpenAI ruota attorno a due accuse. La prima: Apple e OpenAI si sarebbero messe d’accordo per favorire ChatGPT all’interno dell’App Store, mettendo in difficoltà la concorrenza. La seconda riguarda invece X, che secondo Musk non riuscirebbe a trasformarsi in una super app proprio a causa delle regole imposte dall’App Store. È su quest’ultimo fronte che xAI ha chiesto al tribunale americano di andare a recuperare documenti da società straniere.
Lo strumento giuridico usato è la Convenzione dell’Aia sulle prove, un meccanismo che consente ai tribunali di raccogliere materiale probatorio da soggetti esteri in ambito civile o commerciale. Ma se la Corte Suprema coreana aveva già respinto le richieste su Kakao, restano in sospeso molte altre istanze, comprese quelle che coinvolgono aziende in Cina, Indonesia, Giappone, India e Vietnam.
Le quattro istanze bocciate e l’accusa di “pesca a strascico”
Tra le richieste appena respinte, e i cui documenti sono diventati pubblici solo ora, c’è quella con cui xAI puntava a ottenere materiale da diverse società attive a Singapore: Gojek, Grab, GrabTaxi e WeChat. In una lettera indirizzata alla Corte distrettuale del Distretto Settentrionale del Texas, la Procura Generale di Singapore ha spiegato di non poter accogliere nessuna delle quattro istanze, e lo ha fatto elencando una serie di motivi piuttosto precisi.
Primo punto: secondo Singapore la vicenda riguarda accuse di antitrust e concorrenza sleale, materie che a loro avviso restano fuori dal raggio d’azione della Convenzione dell’Aia. Secondo: le richieste non erano abbastanza precise su chi o cosa andasse esaminato. Nel caso di Gojek e Grab, addirittura, i nomi delle aziende indicati non corrispondevano alle entità realmente registrate nel registro imprese di Singapore.
C’è poi il terzo motivo, lo stesso sollevato dalla Corea del Sud sul caso Kakao: le richieste erano troppo generiche. Invece di chiedere documenti specifici, xAI puntava a intere categorie di materiale legato all’uso delle app, ai pagamenti interni, ai ricavi, alle classifiche dell’App Store, alle funzioni dell’App Store di Apple, alle super app, al comportamento degli utenti che cambiano servizio e ai piani per integrare l’intelligenza artificiale generativa in quelle stesse applicazioni.
Esattamente come la Corea, anche Singapore ha definito il tutto una “pesca a strascico”, un’espressione che lo stesso tribunale americano aveva già usato in passato bocciando alcune delle richieste presentate da Musk. Nella lettera di rigetto si legge che la Procura Generale ritiene che le istanze sembrino far parte di una “pesca a strascico”, pratica non ammessa dalla Convenzione dell’Aia.