Cinquantanove euro. Lo scrivo subito, in cima, perché è la cifra attorno a cui ruota tutto il discorso e perché senza tenerla a mente si rischia di giudicare male questo prodotto. La prima volta che ho tirato fuori dalla scatola le Urbanista Valencia nella loro variante bianca (Cloud White), seduto alla scrivania un martedì mattina con il caffè ancora fumante, ho pensato una cosa banale: “queste costano come due pizze e una birra”. E invece avevano l’aria di costare il triplo.
Il brand svedese, lo sappiamo, ha costruito la sua reputazione su un’idea precisa. Audio lifestyle, design pulito, prezzi che non fanno male. Le solari Los Angeles erano il manifesto un po’ esibizionista di questa filosofia. Qui invece il discorso cambia: niente pannelli fotovoltaici, niente trovate da copertina. Solo un paio di cuffie over-ear che provano a fare le cose normali, ma a un prezzo anormale. È il primo modello pieghevole della casa, pensato dichiaratamente per chi si sposta. Pendolari, viaggiatori, gente che butta le cuffie nello zaino senza troppi riguardi.
Io le ho usate soprattutto in ufficio. Chiamate, riunioni, qualche ora di musica per isolarmi dal collega che parla al telefono a volume sostenuto (sa chi è). Dieci giorni circa, abbastanza per togliermi l’entusiasmo da unboxing e farmi un’idea vera. E l’idea vera è questa: non sono cuffie che ti cambiano la vita, ma sono cuffie oneste. Fanno quello che promettono. A volte un filo di più, in un paio di casi un filo di meno. Ma di questo parlo tra poco.
La domanda vera è un’altra: a 59 euro, cosa hai il diritto di pretendere? Tanta roba, a quanto pare. Vediamo se reggono la prova. Attualmente sono disponibili su Amazon italia.
Unboxing: poca scena, sostanza giusta
Niente teatrini. La confezione è piccola, di cartone riciclato, con quel packaging plastic-free in carta certificata FSC che ormai è diventato un piccolo segnale di buone intenzioni. Apri, e le cuffie sono lì, ripiegate, che occupano lo spazio di poco più di un panino imbottito.
Dentro trovi le cuffie e basta? Quasi. C’è il cavo AUX, perché sì, l’ingresso jack è presente e questo per certi versi mi ha fatto piacere. C’è un foglietto di istruzioni che nessuno legge. E poi… il vuoto. Niente custodia rigida, niente sacchetto morbido, e qui viene il dolente: manca anche il cavo di ricarica USB-C. Lo so, ce ne abbiamo cinque in giro per casa. Ma a livello di percezione fa un certo effetto aprire una scatola e non trovarci dentro il cavetto.

Ammetto che all’inizio la cosa mi ha infastidito più del dovuto. Poi ci ho ragionato. A questo prezzo, qualcosa deve saltare, e Urbanista ha deciso di tagliare sugli accessori invece che sui componenti audio. Scelta che, ripensandoci, ha pure una sua logica. Meglio un driver decente e niente custodia, che il contrario.
Resta il fatto che, se le porti in giro (e sono nate per quello), una custodia te la dovrai comprare a parte oppure ti dovrai accontentare di infilarle ripiegate nello zaino sperando che reggano. C’è da dire che la plastica usata sembra robusta, ma una protezione in più non avrebbe guastato. Insomma, dotazione spartana. Sufficiente, non generosa.
Design e costruzione: il bianco che ci sa fare
Tocchiamo l’argomento estetica, perché qui le Valencia hanno una marcia in più rispetto a quanto il prezzo lascerebbe immaginare. La livrea Cloud White non è il solito bianco plasticoso da prodotto economico. È un bianco caldo, leggermente panna, con una finitura opaca che non strilla. Appoggiate sul tavolo accanto a un portatile chiaro ci stanno da Dio, e non è suggestione da primo giorno: dopo dieci giorni continuavano a piacermi.
I padiglioni hanno una forma arrotondata, pulita, senza fronzoli. L’archetto è rivestito nella parte interna con lo stesso materiale leather-like (similpelle morbida) dei cuscinetti. E proprio i cuscinetti meritano una parola: sono soffici al punto giusto, abbracciano l’orecchio senza schiacciarlo. La forza di chiusura, quella pressione laterale che su certe cuffie ti fa venire il mal di testa dopo un’ora, qui è calibrata bene. Né morsa né cuffia che balla.
Peso sulla bilancia: 246 grammi. Pochi. Te ne accorgi quando le indossi per la prima volta e ti aspetti di sentirle gravare sulla testa, e invece niente. Stanno lì, leggere, quasi le dimentichi. Quasi.

Il meccanismo pieghevole funziona con due snodi che ruotano e fanno collassare i padiglioni verso l’interno. È fluido, ma non dà quella sensazione di solidità eterna. Mi spiego meglio: quando li ripieghi senti un piccolo gioco nelle cerniere, un minimo lasco che ti fa pensare “occhio a non forzare”. Non scricchiolano, sia chiaro. Ma è uno di quei punti dove il prezzo si sente, eccome. Sulla carta sembra peggio di quanto sia nella pratica, però l’avvertenza la metto: trattatele con un minimo di garbo nei movimenti di apertura e chiusura.
I comandi sono fisici, a pulsante, sul padiglione destro. E qui mi sbilancio: personalmente preferisco i tasti veri ai touch capacitivi che fanno i capricci con la pioggia o le dita fredde. Volume su, volume giù, multifunzione centrale, tasto dedicato all’ANC. Click netti, feedback tattile chiaro. Li trovi al volo anche senza guardare. Roba semplice che funziona, e va benissimo così.
C’è anche una porta AUX da 3,5 mm e, ovviamente, la USB-C per la ricarica. Costruzione complessiva onesta: niente metallo, tutta plastica, ma plastica fatta bene. Non urla “economiche”. Sussurra “ci sappiamo fare con poco”.
Specifiche tecniche
Prima di entrare nel dettaglio dei test, ecco la scheda completa delle Urbanista Valencia, così abbiamo tutti i numeri sotto mano.
| Specifica | Valore |
|---|---|
| Tipologia | Cuffie over-ear con ANC |
| Design | Pieghevole |
| Colore (in prova) | Cloud White (Bianco) |
| Dimensioni | 185 x 185 x 80 mm |
| Peso | 246 g |
| Driver | Dinamico, 40 mm |
| Diaframma | PET (polietilene tereftalato) |
| Sensibilità | 110 ± 3 dB SPL/mW @ 1 kHz |
| Impedenza | 16 Ω (± 15%) |
| Risposta in frequenza | 20 – 20.000 Hz |
| Codec audio | SBC |
| Cancellazione rumore | Feedback ANC, fino a 25 dB |
| Range ANC | Fino a 2.000 Hz |
| Microfoni | 3 totali, tipo ECM, con ENC |
| Autonomia musica | Fino a 50 ore |
| Autonomia in chiamata | Fino a 40 ore |
| Batteria | 500 mAh |
| Ricarica | USB Type-C, circa 2,5 ore |
| Ricarica rapida | 10 minuti = 1 ora di ascolto |
| Bluetooth | 5.3, portata 10 metri |
| Profili Bluetooth | A2DP, AVRCP, HFP, HSP |
| Multipoint | Sì |
| Ingresso cablato | AUX 3,5 mm |
| Controlli | Pulsanti fisici |
| Assistente vocale | Supportato |
| Prezzo di listino | 59 € |
Hardware: dove sono finiti i 59 euro
Ok, parliamo di cosa c’è sotto la scocca. Perché la domanda che mi sono fatto per tre giorni di fila è sempre la stessa: dove hanno tagliato per arrivare a questo prezzo senza far schifo?
Il cuore sono i driver dinamici da 40 mm con diaframma in PET. Il PET è un materiale leggero e rigido al punto giusto, che permette risposte rapide senza appesantire la membrana. Non è esotico, lo montano in tante cuffie di questa fascia, ma è una scelta sensata. Sensibilità dichiarata di 110 dB SPL/mW e impedenza di 16 Ohm: tradotto, si pilotano benissimo anche con uno smartphone qualsiasi, senza bisogno di amplificazione. Volume abbondante, ne avanza pure.
La parte di cancellazione attiva del rumore usa una soluzione feedback ANC, con microfoni che leggono il suono dentro il padiglione e generano la controfase. È un approccio più semplice rispetto ai sistemi ibridi feedforward più feedback che trovi su prodotti ben più costosi. Lavora fino a circa 2.000 Hz, il che ti dice già una cosa: agisce bene sulle frequenze basse e medio-basse, molto meno sulle alte. Ma sui dettagli dell’ANC torno nella sezione dedicata, che lì c’è da dire parecchio.

Tre i microfoni a bordo, di tipo ECM, con tecnologia ENC per la pulizia della voce in chiamata. Su questo fronte, anticipo, sono rimasto sorpreso in positivo.
Un appunto onesto sul codec. La scheda ufficiale parla solo di SBC, lo standard base del Bluetooth. Ho trovato in giro qualche riferimento ad aptX, ma le fonti divergono e il sito del produttore è chiaro: SBC e basta. Su questo punto preferisco fidarmi del dato ufficiale e dirvelo com’è: niente codec ad alta risoluzione, niente AAC dichiarato. Per ascolto da telefono in mobilità la differenza è meno drammatica di quanto i puristi vogliano farti credere, ma se cerchi l’ultimo grammo di dettaglio da file lossless, queste non sono lo strumento. E va detto chiaro, senza girarci intorno.
Quindi? Quindi il taglio vero è qui: codec essenziale, ANC mono-stadio, niente chip fancy. Ma i driver, quelli, se li sono tenuti buoni. E si sente.
Prestazioni e autonomia: la maratoneta del gruppo
Se c’è un numero che mette d’accordo tutti, è questo: 50 ore. Cinquanta ore dichiarate di riproduzione musicale, quaranta in chiamata. E sapete una cosa? Ci credo. Anzi, di più.
Il terzo giorno di prova le ho staccate dalla presa la mattina presto, batteria piena, e le ho usate come si usa una cuffia da ufficio: musica a tratti, un paio di call lunghe, qualche video. A fine settimana lavorativa, quindi cinque giorni dopo, ero ancora abbondantemente sopra il 30%. A un certo punto ho proprio smesso di controllare l’indicatore, e questa per me è la prova migliore. Quando non pensi più alla batteria, vuol dire che la batteria fa il suo lavoro.
C’è da dire che attivando l’ANC il consumo sale, è fisiologico. Ma anche tenendo la cancellazione sempre accesa non sono mai sceso sotto le tre giornate piene di uso intenso. Per chi viaggia, o per chi (come me in quei giorni) le tiene in testa dalle nove alle sei, è un dato che cambia le carte in tavola. Non porti dietro il cavo? Pace. Tanto la ricarica te la dimentichi davvero.

La ricarica avviene via USB-C e impiega attorno alle due ore e mezza per il pieno completo, a seconda dell’alimentatore. Ma la chicca è la ricarica rapida: dieci minuti attaccato al muro ti danno circa un’ora di ascolto. Una sera, verso le undici, mi sono accorto che le volevo usare l’indomani e le avevo lasciate scariche. Le ho buttate in carica mentre lavavo i piatti, dieci minuti scarsi, e la mattina dopo avevo autonomia a sufficienza per arrivare a pranzo. Mica male.
Una nota sulla batteria da 500 mAh: è una capacità contenuta che però, unita a un’elettronica evidentemente parca nei consumi, regge quei numeri lì. Non chiedetemi la magia dietro. Funziona, e tanto basta.
Test sul campo: dieci giorni alla scrivania (e dintorni)
Qui si fa sul serio. Perché le specifiche sono una cosa, l’uso quotidiano un’altra. E le mie giornate con questo paio di cuffie sono state fatte soprattutto di ufficio, riunioni e qualche tragitto.
Partiamo dalle chiamate, che per me erano il banco di prova principale. Primo giorno, una call di lavoro durata quasi un’ora. Io che parlavo, dall’altra parte tre colleghi. A fine riunione ho chiesto, un po’ per curiosità un po’ per il mestiere: “come mi sentivate?”. Risposta: “normale, perché?”. Ecco, quel “normale” per una cuffia da 59 euro è un complimento enorme. I tre microfoni con ENC fanno un lavoro pulito. La mia voce arrivava cristallina, senza quell’effetto tunnel o robotico che ti aspetti dal low cost. Il rumore di tastiera, di fondo, lo gestivano bene. Non perfetto, ma bene.
Secondo scenario, la musica in ufficio per isolarmi. Open space, gente che parla, telefoni che squillano. Ho messo su di tutto in quei giorni: un po’ di jazz, parecchio pop, qualche podcast, e nelle pause anche roba più tirata. La firma sonora la sviscero dopo, ma in termini di esperienza d’uso il punto è che riuscivo a crearmi la mia bolla. Non assoluta, ma sufficiente a non sentire più il collega telefonico molesto. Vittoria.
Poi i tragitti. Qualche spostamento a piedi, un paio di volte in metro. E qui è emerso il primo vero limite, quello di cui parlerò meglio nella sezione ANC: con il rumore costante e profondo del vagone, le cuffie attenuano ma non cancellano. Il brusio resta percepibile sotto la musica. In strada, invece, con il traffico, se la cavano meglio. La domanda è: ti danno fastidio in mobilità? Dipende da quanto sei esigente. A me, sinceramente, per l’uso che ne ho fatto, no.
Un test che mi piace fare sempre è quello del comfort prolungato. Il sesto giorno me le sono tenute in testa per quasi quattro ore filate, tra scrittura e una lunga sessione di ascolto. Verso la terza ora ho iniziato a sentire un leggero calore attorno alle orecchie, complice anche la chiusura over-ear che, per isolare, deve per forza sigillare un po’. Niente dolore, niente punti di pressione fastidiosi. Solo quel tepore che, d’estate, immagino possa diventare un tema. In autunno, alla scrivania, zero problemi.
Ho provato anche il collegamento via cavo AUX, giusto per vedere. Funziona, il suono c’è, ma onestamente con queste cuffie non ha molto senso se non in due casi: batteria a zero, oppure aereo con la presa jack del sedile. Per il resto vivono di Bluetooth.
E il multipoint? L’ho stressato apposta. Collegate insieme a telefono e portatile, passavo da una traccia su Spotify sul cellulare a una call sul computer e viceversa. La transizione c’è, funziona, anche se ogni tanto richiede un secondo di troppo per “capire” da dove arriva l’audio. Una volta, in particolare, è partita una notifica del telefono mentre ero in riunione sul PC e mi sono ritrovato la call abbassata. Roba da niente, ma succede. Non è chirurgico, ma fa il suo.
Cosa non ho potuto testare a dovere? L’uso in aereo, perché in questi dieci giorni non ho volato. Mi sono dovuto fidare di quanto riportano altri sul comportamento dell’ANC contro il rombo dei motori, e il quadro che ne esce è coerente con quello che ho sperimentato in metro: attenua, non annulla. E poi la tenuta nel lungo periodo delle cerniere, ovviamente: dieci giorni non bastano per dire come staranno tra un anno di apri e chiudi. Su questo servirebbe più tempo.
Approfondimenti
Firma sonora e carattere
Veniamo al sodo, al suono. Perché alla fine della fiera una cuffia la giudichi da come suona, no?
La firma delle Valencia è quella che definirei equilibrata con una spruzzata di calore. Niente esagerazioni. I medi sono il punto forte: voci presenti, naturali, ben piazzate al centro della scena. Le chitarre acustiche, il pianoforte, il parlato dei podcast, tutto suona pulito e a fuoco. Gli alti ci sono, hanno la giusta brillantezza senza diventare sibilanti o stancanti. Un mix che funziona per la maggior parte dei generi che ho ascoltato.
E i bassi? Qui devo essere onesto. Ci sono, sono corposi nella fascia medio-bassa, danno corpo alla musica. Ma il sub-basso più profondo, quello che senti nello stomaco con l’elettronica o l’hip hop, manca un po’ all’appello. Non è assenza totale, intendiamoci. È più una rinuncia al fondoscala. Stavo per scrivere che è un difetto grave, ma ripensandoci no: per pop, rock, jazz, parlato e ascolto da ufficio, il bilanciamento è azzeccato. Se sei un bass-head, invece, sentirai la mancanza.
La cosa che mi ha colpito è la coerenza. A volume basso o alto, la cuffia non si scompone. Non c’è quel punto in cui i bassi diventano fango o gli alti graffiano. Tiene botta. Per 59 euro, è un piccolo miracolo di equilibrio.
Palcoscenico e dettaglio
Il soundstage, lo spazio percepito attorno alla testa, è quello tipico di una over-ear chiusa di fascia accessibile. Cioè: contenuto. Non aspettarti l’ampiezza ariosa delle cuffie aperte da centinaia di euro. La scena è abbastanza intima, gli strumenti suonano vicini, un po’ addossati.
Detto questo, l’imaging, ossia la capacità di posizionare i suoni a sinistra, a destra, al centro, è più che dignitoso. In un brano ben registrato riuscivo a distinguere dove stesse ogni strumento. Non con precisione millimetrica, ma con ordine. Il dettaglio sui medi è buono, sugli alti si perde qualcosa, complice anche il codec SBC che taglia un po’ le ali alla risoluzione.
Mi spiego meglio con un esempio concreto. Ascoltando un quartetto jazz, una sera tardi a luci basse, distinguevo benissimo contrabbasso, piano e sax. Il piatto della batteria, però, perdeva quel “shimmer”, quella coda cristallina che su impianti migliori ti fa venire la pelle d’oca. Niente pelle d’oca, qui. Ma musica godibile, sì.
Isolamento passivo e ANC
E qui arriva il capitolo più sfumato di tutta la recensione. Perché l’ANC di queste cuffie è una di quelle cose che dovrebbe darmi fastidio, e invece ci ho fatto pace.
Partiamo dal dato: fino a 25 dB di attenuazione, soluzione feedback, range fino a 2.000 Hz. In parole povere, la cancellazione lavora bene sul ronzio costante e grave (il condizionatore dell’ufficio, il brusio di fondo, il motore in lontananza) e molto meno sui rumori acuti e improvvisi (le voci nitide, lo squillo, lo stridio). Funziona davvero? Sì, ma con riserva.
Nell’uso da ufficio mi è bastata. Accendi l’ANC, il rumore ambientale si abbassa di un gradino netto, e tra quello e la musica ottieni la tua bolla di concentrazione. In metro, come dicevo, il limite emerge: il rombo profondo viene smorzato, ma sotto la musica resta un velo di rumore. E con rumori molto forti e a bassa frequenza, tipo i motori di un aereo o i freni di un treno, la cancellazione mostra la corda. Ho anche notato, in un paio di frangenti, una minima distorsione quando l’ANC lavora a pieno regime in ambienti molto rumorosi. Pelo nell’uovo, ma onestà vuole che lo scriva.
A conti fatti: non è un’ANC da prodotto premium, e non pretende di esserlo. È un’ANC “abbastanza”, che nel contesto giusto, l’ufficio, il treno tranquillo, il bar, fa esattamente il suo dovere. Niente di più, ma niente di meno.
Microfono e chiamate
L’ho già anticipato nei test, ma merita un paragrafo suo perché è una delle sorprese più liete. Per essere cuffie da meno di 60 euro, in chiamata si comportano sopra le aspettative.
I tre microfoni ECM con ENC restituiscono una voce pulita, naturale, senza compressioni aggressive. Ho fatto un paio di call con la finestra aperta e il traffico sotto: la mia voce passava chiara, il rumore di fondo veniva attenuato bene anche se non azzerato. Per smart working e riunioni quotidiane sono più che sufficienti.
Il limite, semmai, è in condizioni estreme: vento forte, ambiente molto caotico. Lì la voce comincia a impastarsi un po’. Ma siamo, di nuovo, ai casi limite. Nell’uso normale, queste cuffie telefonano meglio di tanta concorrenza più cara. E lo dico dopo averle messe sotto torchio.
Connettività e multipoint
Il Bluetooth 5.3 garantisce una connessione stabile. Nei dieci giorni di prova non ho avuto micro-interruzioni o scollegamenti, neanche girando per casa con il telefono lasciato in un’altra stanza. La portata dichiarata di 10 metri è realistica, anzi, con un muro di mezzo reggevano bene.
Il multipoint è la feature che, in un contesto da ufficio, fa la differenza vera. Telefono più computer collegati insieme, e passi dall’uno all’altro senza riaccoppiare ogni volta. Funziona, l’ho usato ogni giorno. Non è velocissimo nello switch, e una volta mi ha giocato lo scherzetto della call abbassata da una notifica, ma sono inezie. Il valore aggiunto resta enorme per chi lavora su più dispositivi.
C’è da dire che l’accoppiamento iniziale è immediato: tieni premuto, compaiono nella lista, le selezioni, fine. Niente app da scaricare (perché un’app non c’è, e ci arrivo), niente account da creare. Plug and play vecchio stile. Che, a volte, è una benedizione.
Comfort nelle lunghe sessioni
Torno sul comfort perché è il terreno su cui queste cuffie si giocano gran parte della loro ragion d’essere. Sono nate per stare in testa a lungo, e in larga parte ci riescono.
I 246 grammi ben distribuiti aiutano tantissimo. L’archetto imbottito non crea quel punto di pressione sulla sommità del capo che con le cuffie pesanti diventa tortura. I cuscinetti morbidi sigillano senza stritolare. Ho portato gli occhiali per buona parte dei test e l’aderenza sulle stanghette era tollerabile, non perfetta, ma tollerabile.
L’unico vero appunto, ricordate il discorso sul calore? Eccolo che torna. Dopo tre ore abbondanti, le orecchie scaldano. È il dazio da pagare per una chiusura che isola. In una giornata d’ufficio con l’aria condizionata non è un problema. In estate, all’aperto, immagino di sì. Ma per il mio uso reale, dieci giorni alla scrivania, il comfort è stato un punto a favore, non a sfavore.
Funzionalità: l’essenziale, fatto bene
Niente app companion. E qui lo dico in modo netto perché è una scelta che pesa: non esiste un software per gestire le cuffie, regolare l’equalizzazione, aggiornare il firmware o personalizzare i comandi. Quello che senti è quello che c’è, punto. Non puoi spostare un dito sui bassi, non puoi creare profili. Per chi ama smanettare con l’EQ, è una mancanza che si fa sentire.
Però, ragioniamo. L’assenza di app ha anche un risvolto positivo che ho imparato ad apprezzare: zero complicazioni. Niente account, niente privacy policy da accettare, niente notifiche che ti chiedono di aggiornare. Le accendi e suonano. Strano, ma ci ho fatto l’abitudine in fretta.
I comandi fisici coprono tutto il necessario: play e pausa, traccia avanti e indietro, volume, gestione chiamate, attivazione dell’assistente vocale del telefono e il tasto dedicato per ciclare tra ANC acceso e spento. Il supporto agli assistenti vocali funziona: una pressione, parli, e Google o Siri rispondono. Comodo quando hai le mani occupate.
Manca una modalità trasparenza vera e propria, quella che amplifica i suoni esterni per sentire l’ambiente senza togliere le cuffie. C’è solo l’ANC on/off. Per ascoltare un annuncio o parlare con qualcuno devi spostare un padiglione o togliertele. In questa fascia, è normale. Ma una trasparenza l’avrei gradita.
Pregi e difetti
Dopo dieci giorni, ecco il bilancio senza fronzoli. Prima quello che mi ha convinto.
- Autonomia fuori scala: le 50 ore dichiarate sono reali, anzi prudenti. Te ne dimentichi e basta.
- Qualità in chiamata sorprendente: i microfoni con ENC fanno un lavoro che non ti aspetti da una cuffia così economica.
- Comfort e leggerezza: 246 grammi ben bilanciati, cuscinetti morbidi, le porti ore senza dolore.
- Estetica della variante bianca: il Cloud White è elegante, opaco, niente affatto plasticoso.
- Rapporto qualità/prezzo onesto: a 59 euro, l’equilibrio sonoro e la dotazione tecnica fanno un figurone.
E adesso i nei, perché ci sono e vanno detti.
- Sub-bassi timidi: manca il fondoscala profondo, gli amanti dei bassi resteranno con un po’ di fame.
- ANC che cede sui rumori forti: ottima sul brusio costante, in difficoltà con aereo, treno, ambienti molto rumorosi.
- Niente app né EQ: zero personalizzazione del suono, prendere o lasciare.
- Dotazione spartana: niente custodia, e soprattutto niente cavo di ricarica in confezione.
- Cerniere con un filo di gioco: la sensazione costruttiva degli snodi non trasmette solidità a vita.
Prezzo e posizionamento
59 euro di listino. Questa è la cifra ufficiale, e ho visto in giro la stessa unità proposta a volte intorno ai 69, a volte in offerta sotto i 50. Il colore bianco è una delle varianti disponibili, insieme al nero e, in certi mercati, a qualche tinta più vivace.
A questa cifra, il discorso valore si fa interessante. Cosa ci guadagni rispetto a soluzioni ancora più economiche? Un suono più maturo, un’autonomia mostruosa, un ANC che almeno c’è e funziona nei contesti giusti, e una qualità in chiamata che giustifica l’acquisto da sola se lavori molto in cuffia. Cosa ci perdi rispetto a prodotti più costosi? La cancellazione di alto livello, i codec ad alta risoluzione, l’app per smanettare, una costruzione più rifinita e gli accessori.
Il punto è questo: chi spende 59 euro non si aspetta il top assoluto. Si aspetta che le cose funzionino e che non ci sia la fregatura nascosta. E la fregatura, qui, non l’ho trovata. È un prezzo che, considerando soprattutto la batteria e i microfoni, definirei azzeccato. Non un’occasione irripetibile, ma un acquisto sensato a occhi aperti. Se poi le becchi in sconto sotto i 50, allora il discorso diventa quasi un affare. Attualmente sono disponibili su Amazon italia.
Conclusioni
Allora, dopo dieci giorni di convivenza, dove le colloco? Le Urbanista Valencia in versione bianca sono cuffie oneste fino al midollo. Non ti fanno gridare al capolavoro, non ti deludono mai davvero. Fanno il loro mestiere, e lo fanno con una compostezza che a questo prezzo non era scontata.
Le consiglio a chi vive di chiamate e smart working, a chi cerca un paio di over-ear leggere da tenere in testa tutto il giorno senza pensare alla ricarica, a chi vuole un suono equilibrato e pulito per pop, jazz, parlato e ascolto quotidiano. Sono perfette per la scrivania, per il pendolarismo tranquillo, per chi mette il rapporto qualità/prezzo davanti all’ossessione per la specifica tecnica.
Le sconsiglio, invece, agli amanti dei bassi profondi, a chi vola spesso e pretende un’ANC capace di azzerare il rombo dei motori, e a chi non può vivere senza un’app per equalizzare ogni frequenza. Per loro, la strada porta altrove e va bene così.
Lo scenario perfetto? Una giornata di lavoro da remoto, tre call, una playlist di sottofondo, e la sera ancora batteria da vendere. In quel contesto, queste cuffie non sbagliano un colpo.
Restano un onesto compromesso. Ma è il tipo di compromesso che, dopo dieci giorni, non avevo nessuna voglia di restituire.