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Truth Social: un giudice decide sui post di Trump a pagamento

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Un giudice federale dovrà decidere, con ogni probabilità nel giro di qualche settimana, se Donald Trump possa far pagare l’accesso anticipato ai suoi post su Truth Social. Non si tratta di una questione da poco, perché quei messaggi spesso sono il primo canale da cui escono le notizie della sua amministrazione. Se il via libera dovesse arrivare, Trump diventerebbe il primo presidente degli Stati Uniti a guadagnare personalmente dalla vendita di un accesso privilegiato a informazioni di governo pubblicate sui propri profili social.

La cifra in discussione è tutt’altro che simbolica. Si parla di un abbonamento che può arrivare fino a circa 86.000 euro al mese per ottenere un accesso immediato ai contenuti attraverso le API della piattaforma. Per chi non mastica il gergo tecnico, un’API è in sostanza una porta d’ingresso che permette a un software di ricevere i dati in modo automatico, senza passare dalla normale consultazione del sito o dell’app. Tradotto in pratica, chi paga riceve i post nell’istante esatto in cui vengono pubblicati. E quando quei post contengono annunci della Casa Bianca, anche pochi istanti di vantaggio possono fare la differenza.

Truth Social: la linea difensiva del Dipartimento di Giustizia

Il caso è approdato in aula con un’udienza che si è svolta di mercoledì. A rappresentare il governo c’era Brantley Mayers, avvocato civile del Dipartimento di Giustizia, che ha difeso la legittimità dell’operazione senza troppe sfumature. Secondo la sua argomentazione non ci sarebbe alcun conflitto, di nessun tipo, nel fatto che Trump faccia pagare quella somma mensile per l’accesso istantaneo ai messaggi pubblicati sul social network.

Una posizione netta, quindi. Il punto però è proprio questo. Il governo sostiene che non esista nessun problema, mentre la vicenda è finita davanti a un tribunale perché la questione di fondo appare tutt’altro che scontata. Sarà il giudice a stabilire se questa impostazione regge oppure no, e la decisione potrebbe creare un precedente destinato a pesare parecchio sul rapporto tra incarichi pubblici e interessi privati di chi guida il Paese.

Il peso del ruolo presidenziale sul valore dell’accesso

Per capire perché la faccenda sia così delicata bisogna guardare alla struttura proprietaria. Trump è il principale azionista e il proprietario di maggioranza di Trump Media & Technology Group, la società madre che controlla Truth Social. In altre parole, i ricavi generati dalla piattaforma finiscono in un’azienda di cui il presidente detiene la fetta più grande.

C’è poi un altro elemento, forse il più rilevante. Il valore commerciale dell’accesso tramite API dipende in larga parte proprio dal fatto che Trump sia il presidente in carica. I suoi post interessano così tanto non per la piattaforma in sé, ma perché arrivano direttamente dal vertice dell’amministrazione e spesso anticipano notizie ufficiali prima che vengano diffuse attraverso altri canali. È questo legame tra la funzione pubblica e il prezzo dell’abbonamento a rendere il caso così particolare.

Da una parte quindi c’è un servizio a pagamento offerto da un’azienda privata. Dall’altra c’è il fatto che quel servizio vale qualcosa soprattutto grazie al ruolo istituzionale del suo azionista principale. Il social network di Trump si ritrova così al centro di una disputa che va oltre il semplice modello di business di una piattaforma online, perché tocca la possibilità per un presidente di trarre un profitto personale dalla diffusione di informazioni governative. La sentenza del giudice federale su questo punto è attesa entro le prossime settimane.

Fonte: TecnoAndroid

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