Le operazioni di soccorso in Venezuela vanno avanti da giorni senza sosta, con centinaia di volontari che scavano tra le macerie lasciate dai due terremoti del 24 giugno. Il bilancio è pesante, almeno 2295 morti, oltre 11.000 feriti e più di 50.000 dispersi. Eppure la scossa sismica, per quanto devastante, non racconta tutta la storia. Il paese affronta da tempo una crisi umanitaria che intreccia politica, economia, società e ambiente. Una crisi che affonda le radici molto prima del giugno di quest’anno e che colpisce in modo particolare i popoli indigeni e i territori in cui vivono.
Durante la presentazione del rapporto annuale sulla situazione dei diritti umani, curato dal Programma venezuelano di educazione e azione sui diritti umani, la leader indigena Liz Hernandez ha portato la voce del municipio Gran Sabana. Lì la mineria illegale ha generato insicurezza e violazioni continue dei diritti. Hernandez, del popolo pemón nello stato di Bolívar, ha spiegato come questa attività colpisca la salute delle comunità, con un aumento di malaria, malattie a trasmissione sessuale e persone costrette a lavorare nelle miniere. “Arrivano da altri paesi per distruggere le nostre comunità”, ha detto senza giri di parole.
Terremoto in Venezuela: un territorio sotto pressione tra malattie e gruppi armati
Il documento non si limita agli indigeni. Analizza il diritto all’alimentazione, alla salute, all’istruzione, alla terra, alla casa, al lavoro e alla vita. C’è anche un capitolo dedicato agli eventi del 3 gennaio, definiti la fine di un’epoca. “La cattura di Nicolás Maduro da parte delle forze statunitensi ha aperto una situazione inedita”, si legge nel testo, “un paese sotto tutela esterna, con centinaia di prigionieri politici ancora detenuti, un’economia ridotta di oltre il 75% e una società che da anni ricostruisce il proprio tessuto partendo dalla resistenza”.
Aimé Tillett, del programma Wayamoutheri per la promozione dei diritti indigeni, ha spiegato che le comunità che vivono nelle zone tradizionali non si trovano nelle aree colpite dai terremoti. Il problema, semmai, è un altro. Le già scarse risorse dello Stato verranno dirottate verso le vittime del sisma, lasciando ancora più soli i gruppi vulnerabili. “Potrebbero restare più abbandonati di quanto già lo fossero”, ha osservato. Un piccolo spiraglio arriva dagli aiuti internazionali, che secondo Tillett potrebbero migliorare la risposta complessiva.
Nell’Amazzonia venezuelana la situazione sanitaria è definita grave. Il rapporto parla di un aumento esponenziale di malaria e tubercolosi, citando il popolo yanomami nell’Alto Orinoco con tassi di mortalità elevati. Anche warao e wayúu vivono un dramma silenzioso, con bambini che continuano ad ammalarsi e morire per patologie prevenibili come diarrea e infezioni respiratorie, spesso legate al consumo di acqua contaminata. Il bollettino epidemiologico della settimana tra il 19 e il 25 aprile 2026 conferma i numeri, Bolívar in testa con 22.509 casi accumulati da gennaio ad aprile, Amazonas secondo con 9245 casi. Entrambi stati minerari.
Acqua, petrolio e miniere, le emergenze ambientali
Il modello estrattivo dell’Arco Minerario dell’Orinoco ha prodotto quelle che il rapporto chiama governance ibride criminali. Dal 2016 l’attività si è espansa fuori dalle aree designate, mettendo a rischio bacini fluviali e riserve idriche. I gruppi armati irregolari, spesso chiamati sindacati, hanno occupato le terre indigene dedicandosi anche al narcotraffico. Un leader ye’kwana lo ha detto chiaramente, l’ingresso di macchinari pesanti ha contaminato i fiumi e portato malattie. Tillett ricorda inoltre i difensori del territorio uccisi, morti rimaste totalmente impunite.
Il capitolo sull’ambiente individua cinque priorità, accesso all’acqua, sversamenti petroliferi, danni della mineria, degrado delle aree protette e vulnerabilità climatica. Emiliano Teran-Mantovani, ricercatore dell’Università Centrale del Venezuela, spiega che si tratta di problemi interconnessi, non solo ambientali, ma con effetti sociali, economici e culturali. La crisi idrica è tra le più diffuse. Secondo i dati citati, il 62% della popolazione soffre restrizioni severe nell’accesso all’acqua potabile, un problema nazionale e non localizzato.
Sul fronte del petrolio, nel 2024 si sono contati 65 sversamenti, cifra comunque considerata sottostimata. Nel 2025 sono arrivate denunce da Falcón, Zulia, Anzoátegui e Monagas. A Falcón il conflitto tocca chi vive di pesca, con i pesci che si spostano al largo costringendo i pescatori a navigare più a fondo, con ricadute dirette sulla sicurezza alimentare. La mineria resta l’attività dal maggiore impatto socioambientale, registrata ormai in quasi tutte le regioni del paese, dal carbone dello Zulia all’avanzata nell’Arco Minerario dell’Orinoco.