La pausa di 90 giorni decisa dal presidente Trump sui cosiddetti “dazi reciproci” ha fatto tirare un sospiro di sollievo ai mercati globali. Esclusa la Cina, il gesto viene letto come un’apertura verso quei Paesi che hanno scelto la strada della diplomazia. L’entusiasmo tuttavia si spezza di fronte a una realtà ben più dura: il settore auto, simbolo del sistema industriale americano, resta escluso da ogni concessione. I dazi al 25% sulle auto importate restano infatti intatti. Anzi, dal 3 maggio le nuove tariffe minacciano di estendersi anche alla componentistica. Una mossa che, secondo voci interne al settore, potrebbe lacerare ulteriormente una filiera globale già sotto pressione. Come ignorare le conseguenze per lavoratori e imprese? Perché tanta ostinazione?
Da Detroit, infatti, arriva la prima frattura nel fronte del consenso. La città è una delle principali per le auto statunitensi e reazioni non si fanno attendere. La Camera di Commercio Regionale e MichiganAuto lanciano un appello diretto alla Casa Bianca per proteggere la filiera, evitare danni irreparabili provocati dai dazi. L’industria, già segnata dalle incertezze, teme che il muro tariffario finisca per spezzare equilibri costruiti in decenni. Le richieste di esenzioni per alcune aziende sono state accolte con prudente speranza, ma non c’è alcuna risposta dai BIG del mondo automobilistico. Perché rischiare di danneggiare proprio quel settore che ha fatto la storia dell’America industriale?
L’onda dei dazi che travolge tutto il mondo
Le conseguenze dei dazi potrebbero andare ben oltre i confini statunitensi, anzi già hanno superato i confini. Dal Giappone è arrivato un invito chiaro a riconsiderare anche i dazi sulle auto, non solo quelli sospesi. Il messaggio è diretto, quasi disperato: fermare l’escalation prima che sia troppo tardi. Secondo una società di consulenza di Detroit, gli effetti potrebbero essere devastanti. Le vendite di auto tra Stati Uniti e Canada, prevedono, potrebbero crollare di 1,8 milioni di unità solo quest’anno. E il futuro? Un decennio di stagnazione se il clima globale non cambierà. Chi raccoglierà ora il peso di queste scelte? Chi pagherà il conto delle politiche che dividono invece di costruire? Intanto, tra promesse e incertezze, l’industria automobilistica resta ferma, bloccata da dazi che salgono e scendono, cambiati di mossa in mossa come in una partita a scacchi, e guarda con timore ai giorni futuri.