La possibilità di rallentare la SLA torna al centro dell’attenzione grazie a un farmaco sperimentale che ha mostrato risultati promettenti nei test di laboratorio. Si tratta di una sostanza capace di bloccare una piccola porzione di una proteina coinvolta nella malattia, proteggendo così le cellule nervose dai danni tipici della Sclerosi Laterale Amiotrofica. La ricerca, pubblicata su Nature Aging, apre uno spiraglio contro una patologia progressiva per cui, ad oggi, non esiste alcuna cura.
Che cos’è la SLA e come si manifesta
La SLA è una malattia neurodegenerativa che colpisce i motoneuroni, ovvero le cellule nervose della corteccia cerebrale e del midollo spinale che controllano i movimenti. Con il tempo queste cellule soffrono sempre di più, e il risultato è una paralisi che avanza in modo graduale.
All’inizio i segnali sono spesso sottili. Debolezza agli arti, difficoltà nei movimenti fini, tendenza a inciampare o a lasciar cadere gli oggetti. A volte compaiono crampi dolorosi o una certa rigidità. Poi la situazione peggiora, e chi ne soffre perde progressivamente autonomia nelle attività quotidiane. Possono arrivare difficoltà a parlare, a deglutire, fino ai problemi respiratori.
In Europa la malattia colpisce circa 2 persone ogni 100.000 all’anno e nel 90-95% dei casi non ha origine ereditaria. Le terapie approvate finora offrono un aiuto piuttosto limitato ai pazienti.
La proteina TDP-43 e il ruolo del farmaco XL20
C’è però un elemento che accomuna praticamente tutti i casi. Si tratta dell’accumulo anomalo, dentro le cellule nervose, di una proteina chiamata TDP-43. Questa proteina di norma vive all’interno dei neuroni ed è fondamentale per il loro funzionamento. Il problema nasce quando, sotto stress cellulare, tende ad aggregarsi in una forma tossica all’esterno delle cellule. E proprio quell’accumulo è collegato alla morte dei motoneuroni.
Un gruppo di ricercatori dell’Università dell’Arizona si è concentrato su una domanda precisa. Esiste una parte specifica della proteina che scatena il danno, così da colpire solo quella senza toccare il resto? La risposta sembra affermativa. Una regione della TDP-43, identica nell’uomo e nei topi, è finita sotto la lente perché lì si concentra buona parte delle mutazioni legate alla malattia.
Rimuovere quella regione nei topi malati ha ridotto la morte cellulare provocata dagli aggregati, lasciando però intatte tutte le altre funzioni della proteina. Da qui il passo successivo. Gli scienziati hanno usato un farmaco sperimentale chiamato XL20, capace di agganciarsi proprio alla regione bersaglio e, allo stesso tempo, di superare la barriera ematoencefalica, quel sistema di difesa che tiene fuori dal cervello sia le tossine sia la maggior parte dei farmaci presenti nel sangue.
I risultati nei topi sono stati incoraggianti. Il composto ha protetto le cellule nervose, ridotto la debolezza muscolare e allungato la sopravvivenza mediana degli animali con l’equivalente della SLA di circa una settimana. Per gli standard di questi animali è un tempo tutt’altro che trascurabile. Testato poi su motoneuroni umani in laboratorio, XL20 ha bloccato alcuni degli stessi danni. Secondo gli autori dello studio si tratta quindi di un buon candidato per futuri studi clinici, e un trattamento avviato per tempo potrebbe offrire più margine per rallentare una malattia che, all’esordio, è molto difficile da riconoscere.
C’è anche un’altra ricaduta interessante. Visto che la proteina TDP-43 è coinvolta pure in altre malattie neurodegenerative, come una forma di demenza chiamata LATE a progressione più lenta rispetto all’Alzheimer e che colpisce una persona su tre dopo gli 80 anni, la scoperta potrebbe avere effetti anche su altri filoni di ricerca.