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Può la tecnologia restituirci le persone che abbiamo perduto? È la domanda che attraversa Sheep in the Box, il nuovo film di Hirokazu Kore-eda, che per la prima volta si avventura nel territorio della fantascienza senza però rinunciare a ciò che ha sempre reso riconoscibile il suo cinema: lo sguardo attento sulle famiglie, sulle loro fragilità e su quei legami che resistono anche quando tutto sembra andare in pezzi. Il regista giapponese, già vincitore della Palma d’Oro a Cannes come miglior film con Un affare di famiglia, sceglie stavolta un tema che giorno dopo giorno preoccupa sempre di più, cioè l’intelligenza artificiale.
La storia è ambientata in un futuro vicino. Una coppia segnata dalla morte del figlio accetta di accogliere in casa un bambino umanoide costruito a sua immagine grazie all’intelligenza artificiale. Quello che nasce come un tentativo disperato di alleviare il dolore si trasforma piano piano in una nuova vita familiare, luminosa e inquietante allo stesso tempo. Il film è passato dall’ultima edizione del Festival di Sitges e nel cast figurano Haruka Ayase, Daigo Yamamoto e Rimu Kuwaki.
Dalla Cina al set, l’origine di Sheep in the Box
L’idea alla base di Sheep in the Box non arriva dal nulla. In un’intervista Kore-eda ha raccontato di essere entrato in contatto con aziende reali che creano intelligenze artificiali partendo da video e fotografie di persone scomparse. Durante un viaggio in Cina ha conosciuto chi gestiva questo tipo di attività e ne ha ascoltato le storie. Vedere quelle IA generate dalle immagini di chi non c’è più è diventato, a suo dire, il vero punto di partenza del progetto.
Nonostante le premesse, il regista non aveva alcuna intenzione di girare una favola distopica sulle macchine. Il cuore del racconto, nelle sue intenzioni, è il lutto. Kore-eda ha spiegato di aver voluto mettere al centro le esigenze concrete dei genitori, quelle che li spingono a riportare il figlio nella propria vita sotto forma di robot. E soprattutto di aver voluto riflettere su come il loro dolore potesse andare avanti, oppure bloccarsi del tutto, proprio a causa di quella presenza artificiale.
Uno sguardo tutto umano sul bambino robot
C’è poi una scelta di regia precisa che emerge da un’altra intervista. Hirokazu Kore-eda voleva che il pubblico percepisse il piccolo protagonista come un essere quasi umano, evitando che il film diventasse un semplice racconto sulla tecnologia. Per questo la vicenda viene narrata dal punto di vista delle persone che accolgono l’umanoide. L’attenzione si concentra sulle reazioni degli adulti, sulla loro inquietudine, sulle differenze che colgono e sul loro tentativo di convincersi che quel bambino sia qualcosa di diverso.
Per l’autore, del resto, il vero centro del film non è affatto la tecnologia ma l’immaginazione davanti all’assenza. Il regista lo ha detto chiaramente parlando del finale: “Gli adulti non restano nel bosco, tornano indietro. Non finisce con ‘e vissero tutti felici e contenti'”. Secondo Kore-eda chi fa ritorno finisce per usare la propria immaginazione nei confronti del Kakeru che non c’è più, ed è proprio questa capacità di immaginare ciò che manca il messaggio che più gli premeva trasmettere attraverso il film.
Si tratta di un cambio di genere notevole per un cineasta abituato a raccontare la quotidianità con toni intimi e realistici, eppure le tematiche restano coerenti con tutto il suo percorso. La famiglia, la perdita, il modo in cui le persone provano a ricostruirsi dopo un trauma sono gli stessi nodi che hanno accompagnato la sua carriera, filtrati qui attraverso la lente della fantascienza e di una tecnologia che sembra sempre meno lontana dalla realtà.
Fonte: TecnoAndroid


