I serial killer non sono spariti dalla faccia della terra, ma qualcosa è cambiato in modo drastico. I numeri parlano chiaro: rispetto al picco raggiunto negli anni ’70 e ’80, il fenomeno si è ridotto in maniera significativa. A confermarlo sono i dati raccolti da uno dei più grandi database criminali al mondo, che da decenni monitora gli assassini seriali seguendo la definizione adottata dall’FBI: soggetti responsabili dell’uccisione di almeno due vittime in eventi separati.
Un crollo che i dati rendono innegabile
Non si tratta di una percezione, né di un effetto mediatico. Il calo dei serial killer è documentato e misurabile. Quel database, costruito con informazioni dettagliate raccolte nel corso di decenni, mostra una curva che sale vertiginosamente dalla metà del Novecento fino a toccare il punto più alto tra gli anni ’70 e ’80, per poi scendere in modo altrettanto netto. Sono stati gli anni d’oro, se così si può dire, di figure come Ted Bundy, John Wayne Gacy e tanti altri nomi entrati nella cronaca nera mondiale. Oggi quei numeri sembrano appartenere a un’altra epoca.
Perché questa diminuzione? Le spiegazioni sono diverse e si intrecciano tra loro. Una delle più citate riguarda l’evoluzione della tecnologia di sorveglianza e delle tecniche investigative. Telecamere ovunque, analisi del DNA, riconoscimento facciale, tracciamento dei telefoni cellulari: tutti strumenti che rendono enormemente più difficile colpire ripetutamente senza essere individuati. Un aspirante killer seriale oggi ha molte meno possibilità di restare nell’ombra rispetto a quaranta o cinquant’anni fa.
Cambiamenti sociali che hanno tolto terreno ai predatori
C’è poi un aspetto che viene spesso trascurato ma che ha un peso enorme: il cambiamento delle abitudini sociali. Negli anni ’70 e ’80 era molto più comune fare l’autostop, accettare passaggi da sconosciuti, muoversi con meno cautela. Le vittime dei serial killer erano spesso persone vulnerabili che si trovavano in situazioni di isolamento. Oggi il tessuto sociale funziona in modo diverso. Le persone sono più consapevoli dei rischi, esistono più controlli, e la cultura della sicurezza personale è cambiata radicalmente.
Anche il modo in cui le forze dell’ordine condividono le informazioni tra loro ha fatto un salto enorme. In passato, un killer poteva spostarsi da uno stato all’altro senza che le diverse giurisdizioni riuscissero a collegare i casi. Oggi i database interconnessi e la collaborazione tra agenzie rendono molto più probabile che un pattern venga riconosciuto prima che il numero delle vittime cresca. Questo significa che molti potenziali serial killer vengono fermati dopo il primo o il secondo omicidio, prima di raggiungere quella soglia che storicamente li avrebbe fatti entrare nella categoria.
Naturalmente i serial killer non sono scomparsi del tutto. Continuano a esistere casi, anche se con una frequenza incomparabilmente più bassa. Il punto è che l’ecosistema in cui questi criminali prosperavano si è trasformato. Meno opportunità, meno anonimato, meno falle nel sistema. I dati reali del database confermano che il fenomeno, pur non essendo stato azzerato, ha subito un ridimensionamento che sarebbe stato difficile immaginare nei decenni passati. Il numero dei serial killer è precipitato, e i fattori dietro questo calo sono tanto tecnologici quanto legati a profondi mutamenti nella società.
