Un robot che smette di limitarsi a eseguire ordini e prova invece a capire cosa l’essere umano vuole fare, accompagnandolo mentre lo fa. Vale anche per la sala operatoria, ed è proprio da qui che parte la ventisettesima puntata di Grande Giove, dove la robotica in medicina diventa il filo che lega tre temi solo in apparenza distanti: chirurgia, protesi e avatar. In fondo sono tre modi diversi per dire la stessa cosa, ovvero fino a che punto una macchina può trasformarsi in un prolungamento del corpo umano nello spazio.
A registrare la puntata, in occasione di Wired Health 2026, ci sono due voci che il campo lo conoscono da vicino. Antonio Bicchi, professore di robotica all’Università di Pisa e ricercatore all’Istituto Italiano di Tecnologia, e Veronica Penza, ricercatrice in advanced robotics e founder di Eva Surgica. Entrambi raccontano un settore che negli ultimi anni ha messo il turbo, spinto soprattutto dall’evoluzione dell’intelligenza artificiale. Ma la vera difficoltà, sottolineano, non è costruire robot che si muovono da soli. È farli dialogare con il mondo reale, quello fatto di imprevisti.
Robotica in medicina: il chirurgo robot e la sfida del tempo reale
La chirurgia è forse l’esempio più tangibile. La robotica in medicina viene usata già da anni negli interventi mini-invasivi, e i vantaggi si vedono sia sul paziente sia sul chirurgo: tempi di recupero più brevi, maggiore precisione, operazioni lunghe rese un po’ meno faticose. Resta però un nodo. Durante l’intervento il chirurgo deve tenere a mente una mole enorme di informazioni raccolte prima di entrare in sala. Il sistema messo a punto da Eva Surgica nasce esattamente per togliergli questo peso.
“Cerchiamo di fornire al chirurgo una visualizzazione dinamica dei modelli 3d degli organi del paziente durante l’intervento”, spiega Penza. “In questo modo le informazioni che ha studiato nella fase preoperatoria restano disponibili anche mentre opera grazie all’integrazione di Tac, risonanze e pianificazione chirurgica all’interno della navigazione in tempo reale”. Una bella gatta da pelare, soprattutto nella chirurgia addominale, dove gli organi si deformano di continuo e i punti di riferimento stabili diventano un miraggio. Accanto alla precisione c’è poi l’usabilità. “Non vogliamo introdurre strumenti che aumentino il carico cognitivo del chirurgo”, continua. “Abbiamo lavorato molto per rendere il sistema intuitivo e semplice da utilizzare”.
Le protesi che leggono le intenzioni
Lo stesso discorso torna nelle protesi robotiche sviluppate dal gruppo di Bicchi. Le mani soft su cui lavora da anni non puntano solo a copiare i movimenti di una mano umana, ma a rendere più naturale il controllo da parte di chi le indossa. Molte protesi oggi funzionano ancora con modalità preimpostate: una presa, poi un’altra, poi un’altra ancora. E l’utente deve saltare di continuo da un comando all’altro. “Se dovessimo usare la nostra mano così, ci stancheremmo subito”, osserva Bicchi. “Ed è quello che succede spesso anche agli utenti delle protesi”.
Da qui la ricerca si sta spostando verso sistemi capaci di intuire le intenzioni della persona mentre il movimento è in corso, senza costringerla a spezzettare tutto in comandi separati. “La macchina deve adattarsi alla persona, non il contrario”, riassume Bicchi. Ed è una frase che apre a una visione più larga, dove la protesi smette di essere solo uno strumento medico. Bicchi la descrive perfino come una possibile estensione del corpo: un sistema fisicamente lontano, ma guidato dai movimenti e dalle intenzioni di chi lo usa.
È una prospettiva che cambia anche il modo di raccontare l’autonomia delle macchine. Perché il vero scoglio, spiegano gli ospiti, non è far compiere movimenti spettacolari a un umanoide in un ambiente controllato, ma gestire l’imprevedibilità del mondo reale in contesti tutt’altro che ordinati. Una stanza in disordine, una superficie irregolare, un organo che si sposta durante un’operazione: ogni variabile complica enormemente il comportamento della macchina. Ed è probabilmente lì che si deciderà la prossima evoluzione del rapporto tra esseri umani e tecnologia, con l’intelligenza artificiale pronta a giocare un ruolo da protagonista.
Grande Giove è una serie videopodcast su tecnologia, scienza e innovazione, powered by Wired. Ai microfoni Daniele Ciciarello e Matteo Imperiale. Alla produzione Ludovico Casalone e Federico Meneghini. Coordinamento editoriale di Tommaso Perrone e Riccardo Saporiti. In redazione: Marta Abbà, Samantha Colombo e Nicholas David Altea. Supporto YouTube: Martina Bellet. In segreteria: Elena Lotto.