Robot umanoidi con una sorta di carta d’identità: è la mossa appena messa in campo dalla Cina, che ha deciso di assegnare a ogni macchina un codice unico pensato per accompagnarla lungo tutta la sua vita operativa. Le persone hanno un documento di identità, i veicoli un numero di telaio, molti dispositivi tecnologici si possono rintracciare grazie a identificatori univoci. Non è solo burocrazia: serve a sapere cosa è ogni cosa, da dove arriva e che percorso ha fatto. Pechino vuole portare adesso questa stessa logica nel mondo della robotica avanzata, e non parliamo di una semplice etichetta commerciale.
L’iniziativa è stata presentata nella Zona di Sviluppo Economico e Tecnologico di Pechino, durante una riunione dedicata alla piattaforma che gestisce l’intero ciclo di vita di questi dispositivi. La norma collegata introduce per la prima volta un codice identità di 29 caratteri per ogni unità. Non è una soluzione temporanea: secondo le autorità sarà unico e immodificabile nel tempo. E non si tratta nemmeno di una sequenza casuale di numeri. Il codice è diviso in quattro blocchi: due caratteri per il Paese, quattro per identificare il produttore, sei per il modello e le sue caratteristiche tecniche, e 17 per il numero di serie della singola macchina. L’idea è che basti leggere quel codice per capire dove è stato fabbricato il robot, chi c’è dietro, a quale modello e categoria appartiene e quale unità precisa sia all’interno di quella serie. Si passa così dal monitoraggio per modello al monitoraggio individuale.
Robot umanoidi: un codice per mettere ordine in un settore che la Cina vuole far crescere
La finalità va parecchio oltre il dare nome e cognome tecnico a ogni macchina. Il governo cinese cerca di rispondere ad alcune sfide che spuntano quando i robot umanoidi iniziano a entrare in ambienti diversi: regole di codifica differenti tra aziende, difficoltà a riconoscere una stessa identità tra settori, confini poco chiari nel momento in cui bisogna attribuire responsabilità. Le autorità vogliono inoltre poter tracciare i prodotti per sorvegliare eventuali rischi. L’identità digitale diventa così la base per organizzare sicurezza, manutenzione, certificazione, ritiro e riciclo.
Il punto interessante è che Pechino sta provando a incastrare gli umanoidi dentro un sistema di standard, non solo dentro una piattaforma tecnologica. Un attore centrale qui è il comitato HEIS, che dipende dal Ministero dell’Industria e della Tecnologia dell’Informazione. I lavori procedono in collaborazione con l’Istituto di Normalizzazione Elettronica, la Società Cinese di Elettronica e più di 50 enti. La lista di chi è coinvolto conferma l’approccio: produttori, fornitori di servizi, venditori, utenti, importatori, riciclatori e autorità di vigilanza.
I numeri aiutano a capire fin dove è arrivato per ora il progetto. La piattaforma copre già più di 100 aziende cinesi, ha incorporato oltre 200 modelli e ha assegnato codici a più di 28.000 robot umanoidi. Non siamo quindi davanti a una norma scollegata dal tessuto industriale. All’evento hanno firmato anche rappresentanti di città come Pechino, Wuhan, Chengdu e Ningbo, inserite in un meccanismo di lavoro che riunisce 20 città legate all’intelligenza artificiale, oltre a più di 30 aziende di spicco del settore.
Una scala enorme, ma la maturità è un’altra cosa
La mossa si lega a un’ambizione industriale che viene da lontano. La Cina è il maggior mercato mondiale di robot industriali nel 2024, con il 54% delle installazioni globali, 295.000 unità l’anno e un parco operativo che supera i due milioni di pezzi. I suoi produttori hanno venduto per la prima volta più dei fornitori stranieri all’interno del Paese, con una quota interna del 57%. In parallelo, il MIIT ha sottolineato che gli umanoidi hanno il potenziale per diventare un prodotto dirompente dopo i computer, gli smartphone e i veicoli a nuova energia.
Conviene però separare la scala dalla maturità. La Cina è molto in alto nella densità robotica, l’indicatore che misura il numero di robot ogni 10.000 dipendenti, con 567, ma resta dietro alla Corea del Sud, con 1.220, e a Singapore, con 818. Anche il Giappone tiene una posizione molto forte: nel 2023 è stato il secondo mercato mondiale di robot industriali e ha rappresentato il 38% della produzione globale. Sul fronte degli umanoidi, restano ancora una parte minima della produzione robotica e non vengono ancora dispiegati su larga scala.
La lettura più interessante sta in quello che questo sistema anticipa. Se gli umanoidi passano dalla dimostrazione all’uso reale, Pechino sembra volere che quella transizione non dipenda solo da intelligenza artificiale, sensori o abilità meccanica, ma anche da uno strato preliminare di identificazione e tracciamento. La Cina prova ad arrivare prima, con una piattaforma che trasforma ogni unità in un prodotto riconoscibile lungo tutto il suo percorso.