Una class action contro Amazon è arrivata lunedì sul tavolo di un tribunale di Seattle, e al centro c’è una delle funzioni più discusse degli ultimi mesi: il riconoscimento facciale integrato nelle videocamere Ring. A muovere l’accusa è Charles Sigwalt, residente in Virginia, che contesta a Ring di archiviare immagini dei passanti senza alcun consenso. Il nodo è tutto qui, e tocca un tema su cui la privacy degli utenti rischia di scontrarsi con le promesse tecnologiche.
Cosa fa davvero la funzione Familiar Faces
La funzione si chiama Familiar Faces ed era stata annunciata a settembre dell’anno scorso. Già allora aveva sollevato parecchie obiezioni da parte di organizzazioni a tutela dei consumatori come la EFF e perfino dal senatore Ed Markey. Nonostante le critiche, Amazon ha tirato dritto e l’ha lanciata a dicembre.
L’idea, sulla carta, è comoda. Familiar Faces sfrutta il riconoscimento facciale basato su intelligenza artificiale per identificare le persone che passano spesso davanti a casa. Così, quando si presenta un familiare, il postino o un vicino, il dispositivo non si limita a segnalare “una persona alla porta”, ma manda una notifica più precisa, tipo “papà è alla porta”. Gli utenti di Ring devono attivare volontariamente questa opzione, ma il problema, sollevato dai difensori della privacy, è un altro: chi passa davanti a quelle videocamere non ha mai dato il proprio consenso a farsi scansionare il volto. Ed è esattamente questo il cuore della causa. Nel documento legale si legge che “milioni di altri americani sono passati davanti a una videocamera di sicurezza Ring e, senza saperlo, hanno avuto i propri dati di riconoscimento facciale raccolti”.
Un passato che pesa sulla reputazione di Ring
Amazon, contattata per un commento, non ha risposto subito. Al momento del lancio della funzione, però, l’azienda aveva precisato che i dati dei volti vengono crittografati e mai condivisi, e che i volti non identificati vengono cancellati automaticamente dopo 30 giorni. Il problema è che Ring non parte certo da una posizione pulita quando si parla di privacy. Nel 2023 Amazon aveva chiuso un contenzioso con la Federal Trade Commission pagando una multa da circa 5,3 milioni di euro. Le accuse erano pesanti: dipendenti e collaboratori avrebbero avuto accesso improprio ai video privati di clienti donne. Secondo la denuncia della FTC, ogni dipendente poteva consultare qualsiasi video di qualsiasi cliente, anche senza alcuna ragione legata al proprio lavoro. E c’è di più: Ring ha avuto rapporti stretti con le forze dell’ordine, arrivando in passato a consentire alla polizia di richiedere i filmati degli utenti senza bisogno di un mandato.
Le polemiche non si fermano qui. Dopo aver lanciato durante il Super Bowl uno spot per presentare Search Party, una funzione basata sull’intelligenza artificiale che usa i filmati di Ring per ritrovare animali domestici smarriti, l’azienda si è ritrovata di nuovo nella bufera. Pochi giorni dopo, Ring ha cancellato l’accordo con Flock Safety, società di videosorveglianza che secondo alcune ricostruzioni avrebbe fornito filmati all’ICE e ad altre agenzie federali. Quando il fondatore di Ring, Jamie Siminoff, ne ha parlato dopo la rottura dell’intesa, ha lasciato intendere che quell’accordo avrebbe generato un carico di lavoro semplicemente troppo grande da gestire.