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Pressione arteriale, la regola del 100 più l’età che costò vite

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Per buona parte del Novecento la pressione arteriale veniva valutata con un criterio che oggi lascerebbe di stucco qualsiasi cardiologo. Se un paziente di 70 anni si presentava dal medico con una sistolica di 170 mmHg, quella che tutti chiamano “la massima”, usciva dall’ambulatorio con una pacca sulla spalla e la rassicurazione di avere valori perfetti. Alla base c’era la regola del 100 più l’età, un principio che per decenni ha guidato la pratica clinica e che, col senno di poi, è costato milioni di vite. Oggi numeri del genere fanno scattare ogni allarme possibile, e questo cambio di riferimenti ha una storia precisa alle spalle.

Il ragionamento aveva una sua logica, almeno in apparenza. Si riteneva naturale che con gli anni il cuore dovesse spingere il sangue con più forza per farlo arrivare ad arterie ormai invecchiate. Da qui la formula: per conoscere la pressione normale bastava sommare 100 all’età del paziente. Un sessantenne con 160 di massima era quindi considerato in perfetta salute. Peccato che il corpo umano non funzioni affatto così.

Pressione arteriale: il caso di Franklin D. Roosevelt

Per capire quanto fosse profonda questa cecità medica conviene guardare alla cartella clinica di una delle persone più sorvegliate del pianeta, il presidente degli Stati Uniti. Nel 1932 Franklin D. Roosevelt aveva una pressione di 140/100. Tra il 1935 e il 1941 i valori salirono fino a 188/105, cifre che oggi si sanno potenzialmente fatali per il sistema cardiovascolare. Eppure nessuno intervenne davvero.

A seguirlo era, sorprendentemente, un otorinolaringoiatra che non riteneva quei numeri un problema da trattare. Non si trattava di un’eccezione. Decenni dopo il cardiologo Franz H. Messerli spiegò che la comunità medica dell’epoca considerava l’ipertensione un fenomeno fisiologico, una semplice conseguenza dell’invecchiamento. Il risultato fu drammatico. Nell’aprile del 1945 Roosevelt morì per un’emorragia cerebrale massiva e al momento del decesso la sua pressione aveva raggiunto 300/190, un livello che portò letteralmente alla rottura di un’arteria. Quella perdita, però, scosse dalle fondamenta il mondo della cardiologia.

Il mito era radicato nonostante le prove contrarie esistessero già. Nel 1931 il medico John Hay, durante una conferenza della British Medical Association, aveva criticato apertamente quella “credenza popolare” proponendo soglie molto più sensate: 126/81 a 40 anni, 130/83 a 50 e 135/85 a 60. Le sue parole caddero nel vuoto, tanto che anche dopo la scomparsa di Roosevelt molti medici continuavano ad applicare la vecchia formula con i propri assistiti.

Lo Studio Framingham e la svolta

La vera inversione di rotta arrivò negli Stati Uniti con lo Studio Framingham, una ricerca longitudinale destinata a cambiare la medicina per sempre. Nel 1957 Thomas Dawber pubblicò i primi dati, che indicavano come una persona con una pressione di 160/95 avesse un rischio fino a quattro volte superiore di sviluppare una cardiopatia coronarica.

Framingham aveva però altri dogmi da abbattere. I pochi medici che avevano iniziato a preoccuparsi dell’ipertensione guardavano soltanto alla diastolica, la “minima”, trascurando del tutto la sistolica. Solo nel 1971, dopo 14 anni di osservazione del gruppo di partecipanti, Kannel e la sua équipe dimostrarono con prove solide che la massima era importante quanto la minima, se non di più, per prevedere il rischio di malattia coronarica.

Curiosamente, i primi a capire che la pressione alta uccideva non furono i cardiologi ma le compagnie di assicurazione sulla vita, che basandosi sulle fredde statistiche di mortalità dei loro clienti avevano notato il legame ben prima delle linee guida. Per un vero cambio di passo in ambito clinico bisognò attendere il 1977, anno in cui venne pubblicato il primo grande protocollo per standardizzare il monitoraggio e la cura dei pazienti ipertesi. Da allora le raccomandazioni sono state aggiornate più volte, con obiettivi pressori sempre più rigorosi, mentre la regola del 100 più l’età è sparita completamente dalla pratica medica dopo aver lasciato conseguenze pesanti su moltissimi pazienti.

Fonte: TecnoAndroid

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