Cinquantaquattro grammi. Pesa meno del mio portachiavi, eppure dentro ci sta un terabyte di dati pronti a viaggiare a duemila megabyte al secondo. Quando il corriere mi ha lasciato il pacco sul tavolo della cucina, una sera di fine febbraio, ho pensato che mancasse qualcosa: la scatola era così leggera che sembrava vuota. E invece no.
Il PNY RP60 era lì dentro, avvolto nel suo guscio gommato nero, con un cavo piatto che non avevo mai visto prima su un SSD portatile e un foglietto con il codice per Acronis True Image. Fine della dotazione, inizio della curiosità.
Il mercato degli SSD esterni è diventato una giungla. Tutti promettono velocità assurde, resistenza a qualsiasi cosa e prezzi competitivi. La verità? La maggior parte dei drive portatili da 20 Gbps si assomiglia parecchio, sotto la scocca. Cambiano i materiali, cambia il design, cambiano le sfumature nelle prestazioni sostenute. Ma la vera differenza la senti solo quando il drive lo usi per davvero, giorno dopo giorno, spostandoci sopra i file del lavoro, i backup del NAS, le foto delle vacanze, i progetti video che pesano decine di giga. Ho voluto capire se questo drive reggesse la prova della quotidianità, fuori dal laboratorio dei benchmark. La risposta, come spesso succede con i prodotti di fascia media, non è un sì o un no netto. Però ci arriviamo, con calma. Attualmente è acquistabile su Amazon.
Unboxing e prime impressioni
La confezione è essenziale, quasi spartana. Cartone bianco e nero con il rendering del prodotto in primo piano, niente fronzoli. Dentro: l’SSD, il cavo USB-C piatto lungo circa trenta centimetri, una guida rapida multilingue e il codice per scaricare Acronis True Image dopo la registrazione sul sito PNY. Nessun adattatore USB-A, nessuna custodia protettiva, nessun laccetto per il moschettone. Solo l’indispensabile. Non è che mi aspettassi una confezione premium a questo prezzo, ma un adattatore USB-A sarebbe stato un pensiero gentile verso chi ha ancora PC con solo porte Type-A. Il manuale è disponibile online.
La prima impressione tattile, però, è stata positiva. L’ho preso in mano e la gomma opaca dà un grip rassicurante, quasi come tenere una gomma da cancellare gigante e morbida. Ma poi, stringendo un po’ i lati, ho sentito una leggera flessione sulla parte frontale. Uno scricchiolio sottile, appena percettibile. Niente di preoccupante, però da un drive che dichiara resistenza a cadute da tre metri ti aspetti una sensazione un po’ più granitica, un po’ più da carro armato. Sarò onesto: non mi ha dato fastidio durante l’uso quotidiano, è più una questione di percezione iniziale che di problema strutturale reale. Una volta che lo metti nello zaino e te ne dimentichi, quella flessione smette di esistere.
Il cavo piatto, invece, mi ha incuriosito parecchio. Sembra un vecchio cavo flat IDE degli anni Duemila, quelli che si usavano per collegare gli hard disk nei PC desktop. Strano? Sì, decisamente. Ma ha un vantaggio pratico enorme: nel casino di cavi sulla mia scrivania, lo riconosco al volo anche al buio. E non si attorciglia su sé stesso come fanno i tondi. Dopo due settimane, devo ammettere che ci ho fatto pace e anzi, adesso i cavi tondi mi sembrano quasi primitivi.
Design e costruzione
Il design è un rettangolo nero opaco, con una trama a linee diagonali incrociate sulla superficie superiore. Il logo PNY al centro, discreto, quasi timido. Nessun LED di attività, nessuna striscia RGB, nessun elemento decorativo superfluo. Un approccio minimalista che personalmente apprezzo: non ho bisogno che il mio SSD somigli a un’astronave.
Le dimensioni sono contenute ma non microscopiche: circa 97 x 60 x 12 millimetri. Non siamo ai livelli di compattezza estrema di certi concorrenti che stanno nel palmo di una mano come una moneta grossa, tipo quelli con scocca in metallo che pesano il doppio ma occupano la metà dello spazio. Lo infili comunque in tasca senza problemi, oppure lo agganci con un moschettone al foro triangolare in alto a destra. Quel foro, tra l’altro, è una delle poche concessioni al design funzionale: pratico, ben rifinito, non sembra appiccicato lì per caso come succede con certi prodotti cinesi da due soldi.
La porta USB-C è in basso, protetta da un cappuccio in gomma vincolato al corpo tramite una linguetta flessibile. Ed è qui che nasce il primo piccolo grattacapo: la linguetta è così morbida e cedevole che reinserirla nella sua sede diventa un esercizio di pazienza. Le prime volte ho dovuto quasi forzarla con le unghie. Dopo qualche giorno ci ho preso la mano, ma resta un punto debole nel design. Capisco la scelta ingegneristica: senza quel tappo, addio certificazione IP65. Però una soluzione a scatto magnetico, o anche solo una gomma leggermente più rigida, avrebbe risolto il problema. Dettaglio? Forse. Ma sono i dettagli che fanno la differenza tra un buon prodotto e un ottimo prodotto.
A proposito di polvere: la superficie gommata è una calamita. Dopo due giorni sulla scrivania accanto al Mac mini, il drive sembrava uscito da sotto un divano. Pelucchi, granelli di polvere, micro-detriti di ogni genere si incollano alla gomma con un entusiasmo imbarazzante. Se siete il tipo che pulisce lo schermo del telefono tre volte al giorno, preparatevi a un rapporto complicato con questo SSD. A me, sinceramente, dopo la prima settimana ho smesso di farci caso. Vabbè, attira polvere. Anche il mio cane attira polvere. Si sopravvive.
Specifiche tecniche
| Capacità | 1 TB (disponibile anche 2 TB) |
| Interfaccia | USB 3.2 Gen 2×2 (20 Gbps) |
| Connettore | USB Type-C |
| Controller | Silicon Motion SM2320 (USB nativo) |
| Velocità lettura seq. (dichiarata) | Fino a 2.000 MB/s |
| Velocità scrittura seq. (dichiarata) | Fino a 1.800 MB/s |
| Certificazione | IP65 (polvere e getti d’acqua) |
| Resistenza cadute | Fino a 3 metri |
| Dimensioni | 97,3 x 59,9 x 12,4 mm |
| Peso | ~55 g |
| Materiale scocca | Guscio in silicone gommato |
| Compatibilità | Windows, macOS, Android, iOS, PS5, Xbox |
| Software incluso | Acronis True Image (codice download) |
| Cavo incluso | USB-C to USB-C piatto (~30 cm) |
| Garanzia | 3 anni |
Sotto la gomma: il cuore tecnico
Quello che rende interessante questo drive, più del guscio gommato o del cavo piatto, è cosa c’è dentro. Il controller è un Silicon Motion SM2320, e qui si apre un discorso che merita attenzione. A differenza di molti SSD esterni che usano un bridge chip per convertire il protocollo NVMe in USB, l’SM2320 parla USB in modo nativo. Nessuna traduzione, nessun intermediario, nessun collo di bottiglia artificiale.
Cosa significa nella pratica? Tre cose: meno calore generato durante i trasferimenti, meno consumo energetico (e quindi meno impatto sulla batteria del laptop quando lo usate in mobilità), e compatibilità universale. Il drive funziona con qualsiasi dispositivo USB, fino al vecchio USB 2.0 se serve. Certo, a quella velocità sarebbe come guidare la Cupra Formentor nel traffico di Roma alle otto di mattina: il motore c’è, ma non lo sfrutti. Però almeno funziona, e non è scontato come potrebbe sembrare.
La memoria NAND è TLC, come nella stragrande maggioranza dei drive di questa fascia. La cache SLC, che simula celle a singolo livello per assorbire le prime decine di giga di scrittura a velocità piena, è dimensionata in modo ragionevole ma non generoso. Quando si esaurisce, la velocità cala. Ne parlo in dettaglio nella sezione benchmark.
Un dettaglio che ho apprezzato durante l’uso prolungato: il drive non scalda quasi mai in modo percepibile. Anche dopo trasferimenti pesanti da 30-40 giga, la superficie resta tiepida, quasi a temperatura ambiente. Il merito è in parte del controller nativo USB che genera meno calore, in parte del guscio in gomma che isola termicamente. Con certi SSD esterni concorrenti, soprattutto quelli con scocca in alluminio, ho avuto la sensazione di reggere una tazzina di caffè appena versato. Qui no, mai.
Test sul campo
Arriviamo al dunque. Ho usato il drive per due settimane collegandolo principalmente al Mac mini M4 Pro e a un PC desktop con scheda madre dotata di porta USB 3.2 Gen 2×2 nativa. La differenza tra le due configurazioni è stata istruttiva, e racconta molto sullo stato confusionario dello standard USB nel 2026.
Sul Mac, che supporta USB fino a 10 Gbps anche tramite le porte Thunderbolt, le velocità si sono fermate intorno ai 1.000-1.050 MB/s in lettura e 900-950 MB/s in scrittura. Numeri buoni, intendiamoci, ma lontani anni luce dal potenziale reale del drive. È un po’ frustrante: hai tra le mani un SSD che potrebbe andare al doppio della velocità, e il tuo computer da tremila euro gli mette il freno a mano. Non è colpa di PNY, sia chiaro, è l’ecosistema USB che fa acqua da tutte le parti in termini di standardizzazione.
Sul PC con porta nativa Gen 2×2, invece, le cose cambiano radicalmente. Ed è qui che ho potuto misurare il vero potenziale dell’unità.
La prima sera ho lanciato CrystalDiskMark quasi per rito. I risultati mi hanno fatto alzare un sopracciglio: 2.013 MB/s in lettura sequenziale e 1.782 MB/s in scrittura sequenziale. Praticamente in linea con le specifiche dichiarate, se non leggermente superiori in lettura. Alcuni laboratori hanno addirittura registrato punte di 2.100 MB/s in lettura, superando le specifiche ufficiali. Mica male per un drive che si trova a meno di cento euro.
Con ATTO, che testa il throughput con diversi blocchi di I/O, il drive ha raggiunto il pieno regime già a 128K, stabilizzandosi intorno a 1.940 MB/s in lettura e 1.720 MB/s in scrittura con I/O da 64 MB. Il profilo è pulito, senza anomalie strane o cali improvvisi: esattamente quello che vuoi vedere da un SSD ben ottimizzato.
Ma il benchmark sintetico racconta solo metà della storia. Il giorno dopo ho fatto la prova che mi interessa davvero: copiare una cartella di lavoro da 47 giga, un mix di RAW da 50 megapixel, file video H.265, progetti Premiere e qualche archivio ZIP pesante. Il trasferimento dal PC all’unità esterna ha viaggiato a circa 850-900 MB/s per i primi 20-25 giga, poi ha cominciato a rallentare. La cache SLC si è esaurita, e la velocità è scesa intorno ai 500-550 MB/s. Non un crollo verticale, ma un calo percepibile che si nota nella barra di progresso.
Ora, la domanda vera è: nella vita reale, quante volte trasferite 47 giga in un colpo solo? Io lo faccio quando scarico i backup dal NAS Synology, e in quel caso il collo di bottiglia è comunque la rete gigabit, non il drive. Per il 90% degli usi quotidiani, quelle prime decine di giga a velocità piena bastano e avanzano. Copiare un album di foto da una gita al CUS Roma per il tiro con l’arco? Fatto in tre secondi. Spostare il progetto di un articolo da 2-3 giga? Neanche il tempo di alzarsi dalla sedia.
Ho provato anche a collegarlo alla PlayStation 5 per spostare un paio di giochi pesanti. Funziona senza problemi, ma la PS5 supporta solo USB 3.2 Gen 2 da 10 Gbps, quindi anche qui le velocità reali si fermano a circa metà del potenziale. Una sera ho spostato un gioco da 80 giga e in una ventina abbondante di minuti era tutto sul drive esterno. Accettabile, non fulmineo, ma considerando che intanto scrollavo il telefono non mi ha pesato.
La prova più cattiva l’ho riservata al quinto giorno: scrittura continua con Iometer per stressare il controller e vedere dove crolla. Dopo circa 90 secondi di martellamento costante, la velocità è scesa sotto i 400 MB/s, e ha continuato a oscillare in quella zona per il resto del test. Non è il miglior risultato che abbia visto su un drive Gen 2×2, ma c’è da dire che questa è una tortura sintetica che nessun utente normale infliggerà mai al proprio SSD nel mondo reale. Se state copiando un database da 500 giga in un’unica sessione, avete bisogno di un altro tipo di soluzione.
Approfondimenti
Benchmark a confronto: i numeri che contano
Metto giù i risultati dei benchmark principali che ho raccolto durante le due settimane di test, così li avete tutti in un posto. Le prove sono state eseguite sul PC desktop con porta USB 3.2 Gen 2×2 nativa, per avere i numeri più rappresentativi delle prestazioni massime.
CrystalDiskMark (test sequenziale, coda 8, thread 1): lettura 2.013 MB/s, scrittura 1.782 MB/s. I risultati random 4K sono meno esaltanti ma nella norma per un drive esterno USB: circa 45 MB/s in lettura e 120 MB/s in scrittura. Non è un NVMe interno, e non ha senso confrontarlo con quei numeri. Ricordiamocelo.
ATTO Disk Benchmark (blocco 64 MB, coda 4): lettura 1.940 MB/s, scrittura 1.720 MB/s. Il throughput raggiunge il pieno regime già con blocchi da 128K, che è esattamente il comportamento di un SSD ben ottimizzato con controller nativo. Nessuna stranezza nei blocchi piccoli, profilo lineare e prevedibile.
DiskBench (copia file reale, cartella mista da 23 GB con foto, video e archivi): velocità media di scrittura intorno ai 1.030 MB/s. Questo dato è molto più vicino all’esperienza quotidiana rispetto ai picchi sintetici, perché la cartella conteneva file di dimensioni e tipologie diverse, come succede quando copi davvero le tue cose da un posto all’altro.
PCMark 10 Storage (tracce applicative reali): un punteggio nella media alta per la categoria Gen 2×2, leggermente sotto ai migliori drive con interfaccia Thunderbolt ma decisamente sopra a qualsiasi drive Gen 2 da 10 Gbps. Il posizionamento è coerente con il prezzo.
I numeri sono numeri. Ma lasciatemi tradurre: questo drive, in condizioni normali con porta adeguata, trasferisce un file da 10 giga in circa 6 secondi. Sei secondi. Il tempo di aprire WhatsApp e leggere un messaggio. Facciamo un passo indietro e pensiamo a quanto ci metteva un hard disk esterno USB 2.0 dieci anni fa per la stessa operazione. Ecco, il mondo è cambiato.
La questione della compatibilità USB
E qui viene il tasto dolente che nessun produttore vuole affrontare direttamente. USB 3.2 Gen 2×2 suona bene sulla carta, ma nella pratica resta uno standard di nicchia. La maggior parte dei laptop in circolazione supporta al massimo USB 3.2 Gen 2 (10 Gbps) o Thunderbolt 3/4, che è retrocompatibile ma non supporta il protocollo Gen 2×2 in modo nativo. I Mac, tutti i Mac di ogni generazione, rientrano in questa categoria. Anche il mio Mac mini M4 Pro, che costa un patrimonio, non ha una singola porta Gen 2×2.
Il risultato pratico: comprate un drive capace di 2.000 MB/s e vi ritrovate con 1.000 MB/s. La metà esatta. È come comprare una macchina da 250 km/h e guidarla solo in autostrada con limite a 130. Non è colpa del drive, sia chiaro: è un limite dell’ecosistema USB, che negli ultimi dieci anni ha fatto di tutto per confondere i consumatori con una nomenclatura che sembra studiata apposta per generare confusione. USB 3.0, 3.1, 3.1 Gen 1, 3.1 Gen 2, 3.2 Gen 1, 3.2 Gen 2, 3.2 Gen 2×2. Mah. È come se i nomi li scegliesse qualcuno che vuole vendere tabelle comparative.
Il consiglio è semplice: prima di comprare, controllate la scheda tecnica del vostro PC o laptop. Se ha una porta USB 3.2 Gen 2×2 dedicata, perfetto, sfrutterete tutto il potenziale. Altrimenti, valutate con onestà se quei 2.000 MB/s vi servono davvero o se un drive da 10 Gbps, magari più economico, non faccia già il suo lavoro per le vostre esigenze.
Resistenza e certificazione IP65: quanto ci si può fidare?
Parliamo di robustezza, che è uno dei punti su cui PNY insiste molto nella comunicazione di prodotto. Il drive dichiara IP65 e resistenza a cadute da tre metri su superfici dure. La certificazione IP65 significa protezione totale dalla polvere e dai getti d’acqua a bassa pressione. Non immersione, attenzione: getti. Se vi cade nel lavandino pieno d’acqua, nessuna garanzia. Ma un acquazzone improvviso mentre trasferite foto dalla fotocamera in mezzo a un prato? Dovrebbe sopravvivere senza traumi, a patto che il cappuccio USB sia chiuso.
La resistenza alle cadute l’ho testata in modo non scientifico: mi è scivolato dalla scrivania sul parquet del salotto, da circa 80 centimetri, mentre Dafne mi faceva le feste al rientro dalla passeggiata. Nessun danno visibile, nessun problema con i dati, nessun settore corrotto. Non ho avuto il coraggio di lanciarlo da tre metri, perché il deadline degli articoli non aspetta nessuno e non avevo un SSD di scorta sotto mano. Ma le certificazioni dichiarate, testate in laboratorio con condizioni controllate, mi fido che corrispondano al vero.
Una cosa va detta chiaramente: il cappuccio USB è il punto vulnerabile dell’intero sistema di protezione. Se non è perfettamente inserito nella sua sede, tutta la certificazione IP65 perde di significato. E visto che rimetterlo a posto è scomodo, lo ripeto, ammetto che un paio di volte l’ho lasciato aperto dopo un trasferimento veloce. Cattiva abitudine, lo so. Però un design diverso del tappo avrebbe evitato il problema alla radice.
Il controller nativo USB: la differenza invisibile
Ho accennato prima al Silicon Motion SM2320 e al fatto che sia un controller USB nativo. Ci torno perché è una di quelle differenze che non si vedono a occhio nudo, non si toccano con mano, ma si sentono nell’uso quotidiano. Ed è probabilmente il punto di forza più importante di questo drive, più delle velocità sequenziali.
Il meccanismo è semplice. Molti SSD portatili montano un SSD NVMe M.2 interno collegato a un bridge chip che traduce il protocollo NVMe in USB. Funziona, funziona bene in molti casi, ma aggiunge complessità, calore e qualche millisecondo di latenza. Un controller nativo USB elimina tutto questo passaggio. Il risultato è un drive che consuma meno energia, scalda meno, e funziona letteralmente con qualsiasi dispositivo dotato di porta USB, dal PC desktop all’iPhone, dalla PlayStation 5 al tablet Android da 200 euro.
Durante le due settimane di test, l’ho collegato a sei dispositivi diversi: Mac mini, PC desktop, laptop Windows, iPhone, un vecchio tablet Android e la PS5. Zero problemi di compatibilità. Zero. Nessun driver da installare, nessuna formattazione particolare (l’ho lasciato in exFAT, leggibile ovunque), nessun dispositivo che non lo riconoscesse. Sembra una cosa banale, ma non lo è: ho avuto SSD esterni che facevano i capricci con certi hub USB, che venivano riconosciuti a singhiozzo da macOS, che avevano bisogno di un firmware update per funzionare con Linux. Qui niente di tutto ciò. Colleghi e vai.
Scritture sostenute: il tallone d’Achille
Stavo per scrivere che le prestazioni sono impeccabili sotto ogni aspetto, ma ripensandoci non sarebbe onesto. Il calo di velocità dopo l’esaurimento della cache SLC è il punto debole principale di questo SSD, e sarebbe disonesto minimizzarlo solo perché il resto funziona bene.
Il meccanismo è noto a chi mastica di storage: la memoria TLC (Triple Level Cell) scrive tre bit per cella, il che la rende economica e capiente, ma anche più lenta rispetto alla SLC che scrive un solo bit per cella. Per mascherare questa lentezza, i produttori riservano una porzione di memoria che viene gestita in modalità SLC: i dati in arrivo vengono scritti lì alla massima velocità, e poi spostati nelle celle TLC in background. Fin qui tutto bene. Il problema nasce quando la cache si riempie.
Nel caso specifico, dopo circa 20-25 giga di scrittura continua e ininterrotta, la velocità scende da circa 1.700-1.800 MB/s a 500-550 MB/s. In test estremi come Iometer, con scrittura sostenuta per diversi minuti, si arriva anche sotto i 400 MB/s dopo un paio di minuti di martellamento. Non è il peggior risultato della categoria, ma neanche il migliore. C’è chi fa meglio allo stesso prezzo.
Per chi lavora con video pesanti in 4K o 8K e fa trasferimenti di decine e decine di giga di continuo, questo potrebbe essere un problema concreto. Per tutti gli altri, per chi copia foto, documenti, backup incrementali, progetti di lavoro nella norma, probabilmente non noterete mai questo calo. Sinceramente, per un drive che costa meno di cento euro, è un compromesso che personalmente trovo accettabile. Magari tra un mese, dopo averci spostato l’archivio video di un anno intero, cambio idea. Ma oggi la penso così.
Software e sicurezza: luci e ombre
Nella confezione c’è un codice per scaricare Acronis True Image, il noto software di backup e clonazione. Per attivarlo bisogna registrare il prodotto sul sito PNY, operazione che richiede cinque minuti e un indirizzo email. Ammetto che la registrazione obbligatoria è una di quelle cose che faccio sempre con un mezzo sbuffo, ma capisco la logica dal punto di vista dell’azienda.
Il software in sé è valido e non è un demo a tempo: permette di creare immagini complete del disco, backup incrementali e differenziali, e persino clonare un’unità intera su un’altra. Per un utente che compra un SSD esterno come drive di backup, è un’aggiunta concreta e utile. Non è un software base da due soldi, è roba seria che si paga se comprata separatamente. Certo, se già usate Time Machine su Mac o il backup integrato di Windows, probabilmente non lo toccherete mai. Ma c’è, è incluso, e per qualcuno farà la differenza tra un backup configurato e un backup che non farete mai.
Quello che manca, e che a mio avviso è un’assenza pesante nel 2026, è qualsiasi forma di crittografia hardware integrata. Nessun chip dedicato alla cifratura, nessun PIN fisico, nessun software proprietario per proteggere i dati con password. Se perdete il drive in treno, al bar, al CUS dopo un allenamento, chiunque lo trovi può collegarlo a un computer e accedere a tutto. Sì, potete usare BitLocker su Windows o FileVault su Mac, ma sono soluzioni software che richiedono configurazione manuale, non funzionano cross-platform, e non tutti gli utenti sanno come attivarle. Per un drive pensato per la mobilità, dove il rischio di smarrimento o furto è intrinseco, questa lacuna pesa.
Il cavo piatto: genialata o stranezza?
Ne ho parlato nell’unboxing, ma questo cavo merita due righe in più perché è uno dei pochi elementi davvero distintivi del prodotto rispetto alla concorrenza. È piatto, largo circa un centimetro, lungo trenta centimetri, e ricorda i ribbon cable dei vecchi PC da assemblaggio. La prima reazione di chiunque lo veda è di perplessità. Poi, dopo qualche giorno di uso, la perplessità si trasforma in un apprezzamento quasi affettuoso.
Il vantaggio principale è la riconoscibilità immediata: in un cassetto pieno di cavi USB tutti neri e tutti uguali, quello piatto lo becchi subito. Inoltre non si attorciglia, non forma nodi, e si piega facilmente in qualsiasi direzione senza opporre resistenza. Per un drive pensato per la mobilità, ha senso avere un cavo che non si trasforma in un groviglio nel fondo dello zaino.
Lo svantaggio? È corto. Trenta centimetri bastano a malapena se il drive sta sulla scrivania accanto al PC, ma se dovete collegarlo a una porta sul retro di un desktop tower o a un hub USB posizionato in modo creativo sotto la scrivania, potreste trovarvi in difficoltà. E PNY non include un adattatore USB-A nel pacchetto, il che significa che se il vostro PC ha solo porte Type-A dovete procurarvi un adattatore separato. Nel 2026 la maggior parte dei dispositivi ha USB-C, è vero, ma non tutti. Una piccola svista commerciale che avrebbe costato pochi centesimi risolvere.
Uso quotidiano: due settimane senza fronzoli
Oltre ai benchmark e ai test strutturati, c’è l’uso quotidiano. Quello fatto di trasferimenti veloci prima di uscire di casa, backup serali dal NAS, spostamento di cartelle tra il Mac e il PC, qualche file portato avanti e indietro tra casa e l’ufficio. E devo dire che in questo contesto il drive ha funzionato senza mai farsi notare, nel senso migliore del termine.
Non si è mai scollegato da solo, non ha mai dato errori di trasferimento, non si è mai surriscaldato. L’ho lasciato collegato al Mac mini per un intero pomeriggio mentre ci lavoravo sopra con Lightroom, editando foto direttamente dal drive esterno: nessun rallentamento percepibile, nessun lag nell’anteprima, caricamento delle foto grossomodo istantaneo. Questo tipo di esperienza, silenziosa e senza intoppi, è esattamente quello che cerco da un drive portatile.
Una sera, per curiosità, l’ho anche usato per registrare direttamente un video in ProRes dal telefono, collegandolo con il cavo piatto. Ha retto senza problemi per un clip di dieci minuti. Non l’ho stressato con registrazioni lunghissime, ma per un uso spot funziona.
Pregi e difetti
PRO:
- Velocità sequenziali eccellenti: oltre 2.000 MB/s in lettura su porta Gen 2×2, in linea o superiori alle specifiche dichiarate
- Controller SM2320 nativo USB: compatibilità universale su ogni dispositivo testato, temperature sempre contenute anche sotto carico
- Certificazione IP65 e resistenza cadute fino a 3 metri: protezione adeguata per un uso mobile senza ansie eccessive
- Acronis True Image incluso: software di backup professionale completo, non un demo a tempo limitato
- Cavo piatto originale e riconoscibile, che non si attorciglia e si gestisce meglio dei cavi tondi tradizionali
CONTRO:
- Scritture sostenute: calo evidente di velocità oltre i 20-25 GB di trasferimento continuo, sotto i 400 MB/s nei test più estremi
- Nessuna crittografia hardware integrata: lacuna importante per un drive portatile pensato per la mobilità
- Cappuccio USB troppo morbido e scomodo da reinserire: rischio concreto di lasciarlo aperto, compromettendo la protezione IP65
- Superficie gommata che attira polvere, pelucchi e impronte in modo quasi imbarazzante
- Garanzia limitata a 3 anni contro i 5 anni offerti da diversi concorrenti diretti nella stessa fascia
Prezzo e posizionamento
La versione da 1 TB ha un prezzo di listino intorno ai 100 euro, ma in Italia lo si trova tra i 91 e i 140 euro a seconda del rivenditore e del periodo, con oscillazioni che dipendono soprattutto dalla disponibilità e dal costo delle memorie NAND sul mercato globale. La versione da 2 TB si aggira sui 140-180 euro. Sono cifre nella media per un drive con interfaccia Gen 2×2, né particolarmente aggressive né fuori mercato.
Il punto cruciale è che a cifre simili trovate alternative con scocca in metallo più compatta, garanzia più lunga di cinque anni, crittografia hardware integrata e, in qualche caso, prestazioni sostenute decisamente migliori dopo l’esaurimento della cache. Allo stesso tempo, nessuna di quelle alternative monta un controller USB nativo, il che significa che questo drive di PNY ha un vantaggio concreto in termini di compatibilità universale, consumi energetici ridotti e temperature di esercizio più basse. Sono compromessi diversi, e la scelta giusta dipende da cosa vi serve davvero.
Se lo beccate in offerta sotto i 90 euro, diventa un acquisto sensato senza troppi se e ma. A prezzo pieno, la decisione è più sfumata e richiede un minimo di riflessione sulle proprie priorità. Volete il massimo della compatibilità, un drive che funzioni ovunque senza pensieri e una protezione rugged per portarlo in giro? Questo fa il suo lavoro, e lo fa bene. Volete la migliore performance sostenuta al centesimo, con crittografia e garanzia lunga? Probabilmente dovreste esplorare altre opzioni.
Il verdetto
Due settimane con questo SSD mi hanno lasciato una sensazione mista, ma tendenzialmente positiva. Le velocità sequenziali sono ottime, tra le migliori della categoria Gen 2×2. La compatibilità è impeccabile grazie al controller nativo, e questa non è una cosa da dare per scontata. La resistenza fisica è rassicurante, anche se la flessione della scocca e il cappuccio problematico tolgono qualcosa alla percezione di indistruttibilità. Il cavo piatto è un tocco originale che alla fine si rivela più utile che bizzarro.
Il calo nelle scritture sostenute e l’assenza di crittografia hardware sono i due nei più evidenti. Il primo è un limite tecnico comune a molti drive di questa fascia, il secondo è una scelta progettuale che spero PNY riveda nelle prossime generazioni. Nessuno dei due, però, è un dealbreaker per la maggior parte degli utenti che guarderanno a questo prodotto.
Lo consiglio a chi cerca un drive portatile veloce per i trasferimenti quotidiani: backup, spostamento file tra dispositivi diversi, archiviazione in mobilità. Fotografi che scaricano le schede SD a fine giornata, studenti che si portano dietro progetti pesanti tra casa e università, chi vuole un’unità di backup affidabile da tenere nello zaino senza paura che si rompa alla prima botta.
Lo sconsiglio a chi lavora professionalmente con video 4K o 8K e fa trasferimenti massicci e continui, dove il calo di cache potrebbe rallentare il flusso di lavoro in modo frustrante. E lo sconsiglio a chi tratta dati sensibili e ha bisogno di cifratura senza configurazioni software aggiuntive.
Se dovessi riassumere l’esperienza in una frase? Un buon soldato che fa il suo dovere senza lamentarsi, con un’armatura un po’ morbida e senza lucchetto alla porta. Non è il migliore della sua categoria in assoluto, ma sa dove stare quando serve. E nel 90% dei casi, è tutto quello che vi serve.





