La Stazione Spaziale Internazionale si avvicina al capolinea e la domanda che gira tra gli appassionati è tanto semplice quanto affascinante: perché non spedirla dritta nel Sole e chiudere la questione una volta per tutte? La NASA ha già deciso come gestire il pensionamento della ISS, con un rientro controllato previsto entro il 2030 e SpaceX chiamata a occuparsi del delicato lavoro di deorbiting. La risposta, però, ha meno a che fare con la fantascienza e molto di più con la fisica pura.
Un quarto di secolo appeso lassù
Difficile trovare un progetto scientifico che abbia lasciato un segno così profondo. La Stazione Spaziale Internazionale ha fatto compagnia all’umanità per oltre venticinque anni, garantendo una presenza umana ininterrotta nello spazio a partire dal 2 novembre 2000. Un traguardo che sembrava impensabile e che invece è diventato routine, con equipaggi che si sono avvicendati lassù senza soluzione di continuità. Eppure anche le imprese più straordinarie prima o poi arrivano al momento dei saluti, e la ISS non fa eccezione. L’idea di lanciarla verso il Sole suona come la soluzione più pulita, quasi elegante, ma nasconde un problema di fondo che pochi immaginano.
Perché il Sole non è la scorciatoia che sembra
Il punto è che raggiungere la nostra stella non è affatto facile come verrebbe da pensare. Per far cadere qualcosa dentro il Sole servirebbe una quantità di energia enorme, molto superiore a quella necessaria per allontanare un oggetto dal Sistema Solare. La Terra e tutto ciò che le orbita intorno viaggiano a velocità elevatissima lungo l’orbita terrestre, e per puntare dritti verso il centro del Sistema Solare bisognerebbe annullare quasi completamente quella spinta laterale. Tradotto: servirebbe una potenza di propulsione fuori dalla portata di qualsiasi missione attuale, con costi e complessità semplicemente ingestibili.
Ecco perché la strada scelta è quella del rientro controllato. Invece di sognare traiettorie solari, la NASA ha preferito una soluzione concreta e sicura, affidando a SpaceX la costruzione di un veicolo apposito che spingerà la stazione verso l’atmosfera terrestre. La maggior parte della struttura brucerà durante la discesa, mentre i frammenti più grandi finiranno in una zona remota dell’oceano, lontana da rotte marittime e centri abitati. Un punto già noto agli addetti ai lavori, dove nel tempo sono stati fatti precipitare diversi satelliti e vecchie stazioni.
Il deorbiting rappresenta quindi la conclusione naturale di un percorso che ha unito nazioni diverse attorno a un obiettivo comune. La scelta di far rientrare la ISS in modo pilotato permette di controllare ogni fase della caduta, riducendo al minimo i rischi per chiunque si trovi sulla superficie terrestre. Nulla lasciato al caso, dunque, per un addio che sarà tutto tranne che improvvisato.
Entro il 2030 la Stazione Spaziale Internazionale terminerà la sua missione operativa, lasciando spazio a nuove piattaforme orbitali che stanno già prendendo forma. Il suo tuffo finale nell’oceano segnerà la fine di un capitolo lungo trent’anni della storia dell’esplorazione spaziale, un momento che verrà seguito con attenzione da chiunque abbia guardato almeno una volta quel puntino luminoso attraversare il cielo notturno.