OpenClaw fino a poco tempo fa veniva descritto come un programma da maneggiare con i guanti, anzi, da tenere lontano dal proprio computer. Troppo rischioso, dicevano: poteva sfuggire al controllo, mettere in pericolo la privacy, spalancare la porta agli hacker. Eppure, nel giro di pochi giorni, questo strumento open source che ha fatto partire l’intera ondata degli agenti AI ha compiuto un salto sorprendente, passando dai margini più estremi della tecnologia al centro della scena.
Da strumento pericoloso a modello da imitare
Il colpo di scena è arrivato durante il Computex di Taipei, dove il numero uno di Nvidia, Jensen Huang, ha tolto i veli a RTX Spark, un system on a chip di ultima generazione pensato per lavorare a braccetto proprio con gli stessi agenti resi popolari da OpenClaw. I primi portatili consumer basati su questa piattaforma dovrebbero arrivare in autunno, stando alle parole di Huang, insieme a OpenShell, un framework software studiato per tenere quegli agenti al guinzaglio corto.
E non è finita qui. Il giorno successivo, al Build, la conferenza annuale dedicata agli sviluppatori, è toccato a Satya Nadella di Microsoft salire sul palco e presentare un’architettura tecnologica costruita interamente attorno agli agenti AI. Dentro c’era pure Scout, un assistente personale operativo 24 ore su 24 che ricorda da vicino lo stesso OpenClaw.
La scena più curiosa, però, è stata un’altra. Peter Steinberger, il creatore di OpenClaw, oggi dipendente ben retribuito di OpenAI, si è presentato di persona al Build per aiutare a svelare una versione desktop del suo strumento virale pensata per Windows. Stavolta, però, blindata fino al midollo: sandbox ovunque e protezioni spinte al massimo. Tradotto: l’era dei PC che girano su agenti AI non è una questione di anni, ma di mesi.
Perché i giganti hanno cambiato idea
Capire le ragioni di Nvidia e Microsoft non è difficile. Quello che dà a OpenClaw una pessima reputazione è esattamente ciò che lo rende così interessante. Questo strumento ha tirato fuori l’intelligenza artificiale dalla scatola della chat, liberando agenti autonomi capaci di fare davvero qualcosa sul computer. Da qui, peraltro, il riferimento agli artigli nel nome.
Questi agenti “ragionano” da soli, agiscono in autonomia e si possono interpellare via Slack, WhatsApp o l’app social che si preferisce. Sono assistenti instancabili, sempre attivi. Il problema è che gli artigli di questi assistenti sono parecchio affilati, e durante quella settimana sia Microsoft sia Nvidia hanno mostrato i loro guantoni di livello enterprise, con l’obiettivo dichiarato di convincere tutti quanti a comprare laptop e desktop alimentati da agenti AI.
Funzionerà davvero? La risposta arriverà più avanti, quando questi dispositivi saranno effettivamente nelle mani delle persone.
Nel frattempo, il panorama dell’intelligenza artificiale continua a muoversi su più fronti. C’è chi sperimenta strumenti capaci di generare avatar personali iper realistici partendo da una scansione del volto e dalla voce, con risultati a tratti inquietanti. C’è l’app di Amazon che ora produce immagini di prodotti inesistenti basandosi su ciò che si digita nella barra di ricerca, una mossa che lascia perplessi. E gli agenti AI, intanto, non puntano soltanto ai computer di casa: stanno cercando spazio anche in formati meno scontati, persino nei badge di sicurezza.
Sul versante dei contenuti, sempre più piattaforme online stanno iniziando a etichettare il materiale generato dall’AI, una scelta sensata. Resta però aperta una domanda: perché non lasciare agli utenti la possibilità di filtrare quella valanga di contenuti artificiali di bassa qualità? E mentre i chatbot vocali raggiungono livelli di realismo mai sentiti prima, il dibattito su una possibile coscienza dell’intelligenza artificiale prosegue, un confronto che forse racconta più di noi stessi che delle macchine.