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Sul fondale del Pacifico ci sarebbero delle rocce che producono ossigeno, ed è proprio questa la scoperta che ha dell’incredibile. Si tratta di noduli metallici adagiati negli abissi che potrebbero generare ossigeno senza alcun bisogno di luce. Un’ipotesi così insolita merita prudenza, e infatti serviranno molti altri studi prima di prendere in considerazione l’idea di estrarli.
Dietro questo lavoro ci sono decenni passati a inseguire quello che si può definire un vero e proprio mistero. Lo scienziato Andrew Sweetman ha portato avanti diverse spedizioni in una delle aree più remote del pianeta, cercando di capire che cosa accada davvero laggiù. La domanda di partenza è semplice da formulare ma tutt’altro che facile da risolvere: come fanno delle rocce a produrre ossigeno?
La Zona Clarion-Clipperton e il mistero degli abissi
Il teatro di questa ricerca è la Zona Clarion-Clipperton, nota anche con la sigla CCZ. Parliamo di una delle zone più profonde dell’oceano, incastonata tra le Hawaii e il Messico, in un tratto di mare dove raggiungere il fondale richiede mezzi e pazienza fuori dal comune. Non stupisce quindi che servano anni e più missioni per raccogliere dati affidabili su un ambiente così difficile da osservare.
È proprio in queste profondità che si trovano i noduli al centro dell’attenzione. Il fatto che degli oggetti di natura minerale possano essere legati alla comparsa di ossigeno è ciò che rende la faccenda tanto sorprendente. Di solito, infatti, quando si pensa all’ossigeno si immagina un processo che ha a che fare con la luce del sole, mentre negli abissi la luce praticamente non arriva. Ecco perché l’idea di un ossigeno senza luce suona quasi come una contraddizione. Le spedizioni di Sweetman nella CCZ sono servite proprio a mettere alla prova questa possibilità. Ogni viaggio rappresenta un tassello in più per capire se il fenomeno sia reale, quanto sia diffuso e da che cosa dipenda. Per ora il quadro resta aperto, e lo stesso approccio adottato dagli scienziati punta sulla cautela più che sui proclami.
Perché servono altri studi prima dell’estrazione
Il punto più delicato riguarda il futuro di questi noduli. Trattandosi di formazioni metalliche, è naturale che attirino interesse anche dal punto di vista dello sfruttamento. Eppure la possibilità che queste rocce abbiano un ruolo nella produzione di ossigeno cambia le carte in tavola, perché toccarle senza conoscerne a fondo il funzionamento potrebbe significare intervenire su qualcosa di ancora poco compreso. Per questo motivo la linea suggerita è quella di approfondire prima di procedere con qualsiasi forma di estrazione. Capire come e perché questi noduli metallici possano generare ossigeno è il passo necessario per valutare con serietà ogni eventuale decisione. Le ricerche condotte finora, frutto di decenni di lavoro e di numerose missioni nella Zona Clarion-Clipperton, hanno portato alla luce un interrogativo che la scienza non ha ancora sciolto del tutto. Andrew Sweetman continua quindi a lavorare su questo enigma, con l’obiettivo di chiarire come delle semplici rocce adagiate sul fondo dell’oceano, tra le Hawaii e il Messico, possano produrre ossigeno in un ambiente dove la luce non arriva. Ulteriori studi saranno indispensabili prima di stabilire se e come questi noduli possano essere estratti.
Fonte: TecnoAndroid


