Sulla Luna la NASA prova a bruciare le tappe, e lo fa affidandosi a tre nomi che ormai il settore spaziale conosce bene. Astrobotic, Firefly Aerospace e Intuitive Machines si sono aggiudicate il compito di portare in orbita e poi far scendere quattro nuovi lander entro il 2028. Missioni che non nascono per caso, ma servono a preparare il terreno per qualcosa di più ambizioso, cioè la costruzione di una base stabile sul nostro satellite. E c’è un dettaglio che stuzzica parecchio la fantasia, perché l’agenzia sta valutando di spedire lassù anche un rover che assomiglia parecchio a Perseverance, quello che oggi lavora al Jet Propulsion Laboratory.
Quattro missioni e un rover chiamato PROMISE
L’annuncio riguarda la fase 1 del programma Moon Base, che secondo i piani dovrebbe chiudersi entro il 2029. Nel frattempo, tre missioni sono attese già entro la fine del 2026. La prima però resta un punto interrogativo. Blue Origin deve portare sulla Luna il lander Blue Moon Mark 1 Endurance usando il razzo New Glenn, ma prima deve sistemare la base di lancio, ancora da riparare. Insomma, non tutto fila liscio come sulla carta.
I numeri parlano chiaro. La NASA ha messo sul piatto contratti per quasi 600 milioni di dollari, circa 550 milioni di euro, divisi tra tre aziende. Ad Astrobotic sono andati 297,9 milioni di dollari, poco meno di 275 milioni di euro, per due missioni. A Firefly Aerospace 144,2 milioni di dollari, intorno ai 133 milioni di euro, per una singola missione. E a Intuitive Machines 148,3 milioni di dollari, più o meno 137 milioni di euro, sempre per una missione. Il loro compito è trasportare tre strumentazioni scientifiche a bordo di versioni aggiornate dei lander già collaudati.
Gli strumenti che voleranno sul nostro satellite
Il primo si chiama SCALPSS, ovvero Stereo Camera for Lunar Plume Surface Studies. In pratica sono quattro videocamere che usano la fotogrammetria stereoscopica per ricostruire in 3D cosa succede quando il getto del motore del lander colpisce la polvere lunare durante la discesa. Immagini preziose, perché aiuteranno a capire come si comporta quel materiale e quanto viene eroso.
Poi c’è il LRA, Laser Retroreflector Array. Un aggeggio grande più o meno come un biscotto, fatto da otto prismi di quarzo a sezione cubica sistemati dentro una cupola di alluminio. Riflette i raggi laser inviati dalle sonde in orbita o dai veicoli in atterraggio, aiutandoli a capire dove si trovano. E la cosa bella è che non ha bisogno di alimentazione.
Il terzo strumento è il LETS, Linear Energy Transfer Spectrometer, un rilevatore al silicio che misura l’energia trasportata dalle radiazioni spaziali. Dati fondamentali per capire che tipo di radiazioni battono sulla superficie lunare, così da progettare missioni più sicure e proteggere gli astronauti nelle esplorazioni di lunga durata.
Resta poi la partita più intrigante, quella del rover PROMISE, sigla che sta per Polar Rover for Observation, Mapping, and In-Situ Exploration. È il gemello di Perseverance, ma con una differenza sostanziale. Potrebbe essere alimentato da un generatore termoelettrico a radioisotopi invece che dai classici pannelli solari. Oggi viene usato per testare i comandi prima di inviarli al rover che lavora su Marte. Pesa circa 1.000 chili, un bel peso, e per questo servirebbe uno dei lander più grandi per portarlo lassù, quindi il Blue Moon di Blue Origin oppure la Starship di SpaceX.