Coltivare nello spazio non è più fantascienza, e la NASA lo sta dimostrando con un progetto che parte da un punto piuttosto inaspettato: la toilette. L’operazione colonizzazione della Luna è già in corso, e il successo delle future basi stabili potrebbe dipendere anche dalle abitudini quotidiane di un piccolo gruppo di studenti universitari. Sembra un paradosso, ma il sostentamento resta uno dei nodi più complicati da sciogliere, e qualcuno ha deciso di affrontarlo guardando proprio agli scarti che l’essere umano produce ogni giorno.
Nel Nord Dakota, alcuni ricercatori si preparano a un test fuori dagli schemi per il futuro dell’esplorazione spaziale. L’idea è semplice da raccontare e complicatissima da realizzare: una struttura mobile che converte i rifiuti organici umani in nutrienti per le piante e in materiali riutilizzabili. L’esperimento serve a mettere sotto pressione il sistema in un ambiente protetto, costruito per imitare fedelmente le condizioni di un habitat extraterrestre. Si valuta la tenuta dei macchinari, l’affidabilità delle operazioni quando tutto gira a pieno carico, i punti deboli che in orbita non puoi permetterti.
Dai sacchetti dell’Apollo ai bioreattori di oggi
La gestione delle risorse biologiche oltre l’atmosfera ha una storia più lunga di quanto si pensi. E c’è un dettaglio che lascia spiazzati: durante le missioni Apollo degli anni Sessanta, gli astronauti lasciarono sul suolo lunare ben 96 sacchetti pieni di deiezioni e fluidi corporei, abbandonati per alleggerire il carico prima del rientro. Roba che oggi farebbe storcere il naso a chiunque. Perché nel frattempo la tecnologia ha cambiato completamente prospettiva: non si tratta più di buttare via, ma di valorizzare ogni singola goccia.
Sulla Stazione Spaziale Internazionale, ad esempio, si recupera già circa il 98% dei liquidi come sudore e urina, che vengono purificati fino a tornare acqua potabile. Il nuovo progetto, però, alza ancora l’asticella e punta tutto sull’agricoltura spaziale. L’impianto è racchiuso in un rimorchio mobile di circa 2,6 per 7,3 metri e contiene tre bioreattori specializzati. Dato che feci, urina e scarti alimentari hanno concentrazioni diverse di sali, carbonio, fosforo e azoto, ogni elemento viene separato alla fonte e mandato al reattore giusto. Niente improvvisazione, tutto incanalato con precisione.
Un giardino verticale alimentato dagli scarti
Dentro lo stesso modulo trova posto anche un giardino verticale integrato, che si nutre direttamente dell’acqua ricca di sostanze nutritive ottenuta dal trattamento. È qui che il cerchio si chiude: ciò che prima era un problema da smaltire diventa il carburante per far crescere il cibo. Trasformare gli scarti in risorse permetterà ai prossimi equipaggi di allungare la durata delle missioni sulla Luna e, più avanti, di mettere in cantiere i primi avamposti su Marte.
Per arrivarci, però, serviranno anche mezzi capaci di spostare merci e materiali, e su questo fronte il settore privato sta spingendo parecchio. Tra le aziende più attive c’è Impulse Space, realtà californiana guidata da un veterano del settore, che ha appena messo in cassa un maxi finanziamento destinato ad accelerare la sua espansione. Nei suoi laboratori si lavora a sistemi per movimentare satelliti e carichi pesanti in modo rapido ed economico, tasselli fondamentali per un’economia lunare che vuole reggersi davvero in piedi.