I cicli della moda non sono un’intuizione di stilisti visionari o un capriccio del mercato. Sono qualcosa di molto più strutturato, quasi matematico. Secondo uno studio pubblicato da un gruppo di ricercatori della Northwestern University, negli Stati Uniti, esiste una sorta di regola non scritta che governa il modo in cui le tendenze si ripetono: ogni 20 anni, più o meno, i vestiti che finiscono sugli scaffali dei negozi tendono a somigliarsi in modo sorprendente. Una specie di orologio nascosto, che funziona senza che nessuno lo programmi consapevolmente.
Il punto interessante è che non si parla di un singolo capo o di una tendenza isolata. Lo studio ha analizzato enormi quantità di dati sulle collezioni moda degli ultimi decenni, e il risultato è piuttosto chiaro: le grandi aziende finiscono per produrre abbigliamento che richiama in modo evidente quello di vent’anni prima. Chi ha vissuto gli anni Duemila e oggi guarda le vetrine non farà troppa fatica a riconoscere certi dettagli che sembravano sepolti. Jeans a vita bassa, occhiali oversize, tagli e tessuti che evocano un déjà vu collettivo. Non è nostalgia, è proprio il meccanismo dei cicli della moda che si rimette in moto.
Perché succede e cosa cambia con la globalizzazione
La domanda ovvia è: perché proprio 20 anni? I ricercatori americani ipotizzano che questo intervallo sia legato a un ricambio generazionale. Chi aveva 15 o 20 anni durante un certo periodo di tendenze, una volta raggiunta l’età adulta e il potere d’acquisto, tende a gravitare verso quegli stili. E le aziende, fiutando questa inclinazione, la trasformano in prodotto. È un circolo che si autoalimenta, e che funziona da decenni.
C’è però un elemento che ha iniziato a complicare questo schema apparentemente lineare: la globalizzazione. Lo studio sottolinea come, soprattutto a partire dagli anni Novanta in poi, il panorama della moda sia diventato molto più variegato. Le influenze non arrivano più soltanto da Parigi, Milano o New York. Oggi un trend può nascere a Seoul, esplodere su TikTok e arrivare nei negozi europei nel giro di settimane. Questo ha reso i cicli meno netti, più sfumati, con sovrapposizioni che prima non esistevano.
Tendenze che tornano, ma mai uguali
Va detto che il ritorno ciclico non significa una copia esatta di quello che si indossava vent’anni fa. Ogni trend che riemerge viene filtrato dal contesto attuale: nuovi materiali, nuove sensibilità culturali, nuovi canali di distribuzione. Lo stile Y2K che si vede oggi, per esempio, non è lo stesso del 2003. È una versione rielaborata, adattata a un pubblico che vive in un’epoca diversa, con riferimenti estetici che arrivano da tutto il mondo.
Quello che i ricercatori della Northwestern University hanno messo nero su bianco, in fondo, è qualcosa che molti addetti ai lavori sospettavano da tempo. La moda non inventa dal nulla, ricicla con intelligenza. E lo fa seguendo un ritmo che, numeri alla mano, ha una cadenza precisa di circa 20 anni. La differenza rispetto al passato è che oggi, grazie alla circolazione globale delle idee, ogni ciclo porta con sé più contaminazioni e più varietà rispetto al precedente.
