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Dei minuscoli mini cervelli umani sono riusciti a “leggere” il Braille, e il risultato offre uno sguardo piuttosto concreto su quello che potrebbe diventare il futuro dei computer bioibridi. Non si tratta di fantascienza né di un esperimento da romanzo. Parliamo di strutture biologiche di origine umana, molto piccole, messe alla prova su un compito preciso e valutate con numeri chiari. Il dato che salta all’occhio riguarda la precisione: presi uno per volta questi mini cervelli hanno ottenuto un risultato discreto, mentre combinati tra loro hanno fatto decisamente meglio.
Mini cervelli umani: cosa si intende per computer bioibridi
L’espressione computer bioibridi può sembrare complicata, ma il concetto alla base è abbastanza intuitivo. L’idea è unire due mondi che di solito restano separati, quello biologico e quello dell’elaborazione delle informazioni. Da una parte ci sono tessuti viventi di origine umana, dall’altra la logica del calcolo. In questo caso il ruolo del materiale vivo spetta proprio ai mini cervelli umani, chiamati così per le loro dimensioni ridottissime.
Vale la pena soffermarsi anche sulle virgolette attorno alla parola “leggere”. Non vanno prese alla leggera, perché indicano che questi piccoli organi non leggono come farebbe una persona davanti a un testo. Il verbo viene usato in senso più ampio, per descrivere la capacità di distinguere e interpretare i caratteri del Braille, il sistema di scrittura tattile pensato per chi non vede. Insomma, siamo davanti a un compito di riconoscimento, ed è proprio su questo terreno che è stata misurata l’efficacia delle strutture.
La scelta del Braille come banco di prova non è un dettaglio. Si tratta di un codice fatto di combinazioni ben definite, quindi permette di capire con una certa chiarezza quanto un sistema riesca a dare la risposta corretta. Ed è qui che entrano in gioco le percentuali, che raccontano molto più di qualsiasi descrizione.
Da soli al 61%, insieme all’83%
Il cuore della questione sta tutto nel confronto tra il lavoro individuale e quello di gruppo. Quando operavano in solitaria i mini cervelli hanno raggiunto una precisione del 61%. Un valore che supera la metà delle risposte corrette, ma che lascia comunque ampi margini di errore. Più o meno quattro tentativi su dieci finivano fuori bersaglio.
Il quadro cambia parecchio quando le strutture vengono messe a lavorare insieme. Combinando tre mini cervelli la percentuale di riuscita è salita in modo netto, con un salto di 22 punti rispetto alla prova singola. Non un ritocco marginale, quindi, ma un miglioramento evidente che fa capire quanto possa contare l’unione di più unità biologiche nello stesso compito.
Questo passaggio da un risultato appena sufficiente a uno decisamente più solido è il motivo per cui l’esperimento viene letto come una finestra sul domani dei computer bioibridi. La logica è semplice da afferrare anche per chi non mastica biologia o informatica: più elementi cooperano e più il sistema diventa affidabile nel riconoscere i caratteri. Nel caso del Braille la differenza si è vista chiaramente nei numeri finali, perché da soli i mini cervelli si erano fermati al 61% di accuratezza, mentre i tre combinati insieme hanno raggiunto l’83%.
Fonte: TecnoAndroid


