Meta starebbe costruendo un business cloud per vendere la capacità di calcolo AI in eccesso, e la notizia ha già scosso i mercati. Secondo indiscrezioni raccolte da fonti vicine alla vicenda, l’azienda di Menlo Park sta valutando due strade diverse per Meta Compute, il progetto interno che potrebbe metterla in rotta di collisione con i grandi nomi del settore. La prima opzione prevede di offrire agli sviluppatori l’accesso ai modelli AI ospitati sulla propria infrastruttura, incluso il modello closed weight Muse Spark, con una formula simile a quella di Amazon Bedrock. La seconda, più diretta, punterebbe a vendere pura capacità di calcolo, come già fanno i cosiddetti neocloud del calibro di CoreWeave.
A guidare l’iniziativa ci sarebbero il responsabile delle infrastrutture Santosh Janardhan, il leader di Meta Superintelligence Labs Daniel Gross e la presidente Dina Powell McCormick. In entrambi i casi, Meta finirebbe per competere direttamente con AWS, Google Cloud e Microsoft Azure. Eppure, a giudicare dagli scambi di mercoledì, il mercato sembra convinto che non siano gli hyperscaler ad avere più da perdere. C’è un’altra categoria di aziende che rischia grosso, e i numeri lo raccontano bene.
I neocloud sono i più esposti al colpo
Fino a poco tempo fa Meta è stata uno dei clienti più importanti del settore neocloud. L’azienda ha ampliato il suo accordo con CoreWeave portandolo a 21 miliardi di dollari lo scorso aprile e ha firmato contratti fino a 27 miliardi con Nebius. In totale, circa 48 miliardi impegnati per affittare GPU di altre aziende, semplicemente perché la propria espansione non riusciva a tenere il passo con la domanda. Un rapporto che gli investitori hanno rivisto nel giro di poche ore.
Le azioni di Meta sono salite di oltre il 10 percento, il guadagno più netto in una sola giornata da più di cinque mesi, dopo un anno in cui il titolo aveva perso quasi il 15 percento restando indietro rispetto all’S&P 500. Sull’altro fronte, CoreWeave ha ceduto il 10,8 percento e Nebius è scivolata del 12,4 percento. Come ha spiegato Gil Luria, managing director di D.A. Davidson, aggiungere la capacità di Meta al mercato pesa più sui neocloud che sui grandi hyperscaler. Aziende come CoreWeave e Nebius contano su Meta per crescere, e Meta potrebbe non averne più bisogno.
Un budget enorme che genera calcolo in eccesso
La voce non è arrivata dal nulla. Durante l’assemblea degli azionisti di maggio, Mark Zuckerberg aveva ammesso che entrare nel cloud computing era “sicuramente sul tavolo”, raccontando che le aziende si rivolgevano a Meta “quasi ogni settimana” per comprare accesso ai suoi modelli AI o alla potenza di calcolo inutilizzata.
Ad aprile Meta ha alzato le previsioni di spesa in conto capitale per tutto il 2026, portandole tra i 125 e i 145 miliardi di dollari, citando prezzi più alti dei componenti e la concorrenza per terreni, energia e manodopera. Nella stessa settimana, Zuckerberg ha detto ai dipendenti che gli 8.000 licenziamenti pianificati erano una conseguenza diretta del budget destinato alle infrastrutture.
Con quelle cifre Meta ha messo insieme una flotta di hardware molto varia. A febbraio ha firmato un accordo da 6 GW e 100 miliardi con AMD, tiene in mano intese sulle GPU con AMD e Nvidia per circa 110 miliardi complessivi, ha annunciato quattro generazioni del suo silicio MTIA per l’inferenza e ha chiuso un accordo da diversi miliardi con Amazon per i chip Graviton, così da coprire la carenza di CPU generiche. I suoi campus Prometheus e Hyperion sono progettati per arrivare rispettivamente fino a 1 GW e a 5 GW.
Capacità di queste dimensioni arriva in blocchi grandi e indivisibili, tarati sulle stime di domanda. Ed è così che un’azienda razionata da Google sull’accesso a Gemini, e costretta a pagare i neocloud decine di miliardi per il tempo GPU, può ritrovarsi contemporaneamente con calcolo in eccesso da rivendere. Una dinamica già vista con SpaceX, che dopo aver servito l’infrastruttura di xAI ha affittato l’intera capacità del data center Colossus 1 di Memphis, oltre 300 MW, ad Anthropic per circa 1,25 miliardi al mese fino a maggio 2029, per poi accordarsi con Google per affittare capacità a circa 920 milioni al mese. Secondo le stime, quegli accordi potrebbero generare oltre 50 miliardi entro il 2028.