Per secoli si è discusso su cosa avesse davvero ucciso alcuni tra i personaggi più chiacchierati della famiglia dei Medici, e ora sembra esserci una risposta chiara. L’ipotesi del veleno, che aveva alimentato racconti e sospetti per generazioni, cade di fronte a un’analisi genetica condotta sui resti di due esponenti della dinastia fiorentina. A morire non fu la mano di un rivale, ma la malaria.
Il lavoro nasce dalla collaborazione tra due studiosi con competenze molto diverse. Valentina Giuffra, storica della medicina all’Università di Pisa, e Alexander Ochoa, biologo evoluzionista a Yale, hanno unito approccio storico e strumenti scientifici per chiudere una questione rimasta sospesa da mezzo millennio. Il loro esame ha permesso di stabilire con precisione la causa che portò alla morte il cardinale Giovanni de’ Medici e il granduca Francesco I de’ Medici.
Cosa dice l’analisi sui resti
Il punto centrale è che per lungo tempo il dibattito sulla scomparsa dei due fratelli era rimasto bloccato tra due possibilità. Da un lato l’idea del veleno, che si sposava bene con le trame di potere e le rivalità che circondavano la famiglia. Dall’altro la spiegazione più semplice, quella di una febbre improvvisa che poteva colpire chiunque all’epoca. L’oscillazione tra queste due letture aveva lasciato la faccenda in un limbo mai davvero risolto.
Grazie al lavoro sui resti, adesso il quadro è più definito. L’analisi ha stabilito che sia il cardinale Giovanni de’ Medici sia il granduca Francesco I de’ Medici furono uccisi dalla malaria e non da una sostanza tossica somministrata da qualcuno. Una conclusione che ridimensiona parecchio le versioni più romanzate e riporta la vicenda su un terreno molto più concreto.
Il risultato ha un peso che va oltre la semplice curiosità storica. Chiudere un caso rimasto aperto per circa cinquecento anni significa correggere una narrazione che si era radicata nel tempo, fatta di sospetti e di teorie sull’avvelenamento. La combinazione tra la ricerca storica portata avanti dall’Università di Pisa e le competenze del laboratorio di Yale ha fornito la chiave per arrivare a una risposta che prima non era possibile ottenere.