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Per quasi quarant’anni Masako Nozawa ha prestato la voce a Goku, e oggi la doppiatrice giapponese si ritrova davanti a video generati con l’intelligenza artificiale che riproducono quel timbro senza alcuna autorizzazione. La sua reazione è stata netta. In dichiarazioni rilasciate alla televisione pubblica giapponese e poi tradotte e diffuse online, l’attrice ha definito questa pratica un vero e proprio furto. Le sue parole sono arrivate lo stesso giorno in cui la Japan Actors Union ha pubblicato le sue prime linee guida ufficiali sull’uso della voce nei sistemi di AI, il 15 ottobre 2026.
Le frasi attribuite a Nozawa non lasciano spazio a interpretazioni. “Questa non è la mia voce. Usarla senza permesso è imperdonabile. È come rubare, e mi fa arrabbiare.” In un altro passaggio la doppiatrice ha aggiunto di non poter perdonare l’utilizzo della sua voce senza che nessuno le abbia chiesto nulla e di volere che le persone rispettino le regole. A proposito delle imitazioni sintetiche ha poi osservato che “non hanno cuore”. Si tratta comunque di traduzioni riportate, che andrebbero confrontate con la trasmissione o la trascrizione originale.
Il nodo è il consenso, non la tecnologia in sé
La protesta dell’attrice ha un bersaglio preciso. Il problema per lei è l’uso non autorizzato, non l’intelligenza artificiale come strumento. Nozawa interpreta Goku fin dal debutto di Dragon Ball nel 1986 e ha dato voce anche a Gohan e Goten. Un percorso del genere somiglia meno a un semplice lavoro e più a un’eredità culturale custodita nel tempo. Clonare quella voce è un po’ come addestrare un modello sulle ricette inedite di un grande chef e poi vendere i piatti usando il suo nome.
Il sindacato degli attori giapponesi, che rappresenta circa 2.600 tra interpreti e doppiatori, ha risposto con un documento che mette il consenso al centro di ogni fase della produzione. Secondo le linee guida pubblicate, l’autorizzazione esplicita del professionista serve in tre momenti distinti. Il primo riguarda l’impiego della voce per l’addestramento o l’analisi da parte dell’AI. Il secondo la creazione vera e propria del modello vocale. Il terzo la pubblicazione o la vendita dell’audio che ne deriva.
Il quadro va oltre una semplice adesione volontaria. Prevede infatti un compenso separato per ciascuna fase, con pagamenti specifici per l’uso pubblicitario e per le versioni multilingue. Le regole limitano anche l’impiego della voce di interpreti scomparsi in nuove opere, consentito soltanto se gli eredi o un altro titolare dei diritti autorizzato danno il via libera. Sul fronte del doppiaggio, poi, il sindacato è chiaro e stabilisce che l’AI non deve sostituire gli attori in carne e ossa nei film o nelle serie televisive.
Regole volontarie e un vuoto normativo
Qui però la vicenda si complica parecchio. Le indicazioni della Japan Actors Union sono standard di settore volontari e non hanno valore di legge. Il Giappone, al momento, non dispone di una tutela normativa completa che disciplini l’uso della voce nei sistemi di intelligenza artificiale. Diverse questioni restano quindi aperte, a partire dai rimedi legali a disposizione degli interpreti, dall’applicazione delle regole oltre i confini nazionali e dalla responsabilità delle piattaforme che ospitano questi contenuti. Gli strumenti di clonazione vocale, del resto, non richiedono uno studio di registrazione, un contratto o dei titoli di coda, e funzionano su scala globale ben oltre la portata di un codice adottato su base volontaria da un sindacato nazionale.
Fonte: TecnoAndroid


