La storia della Mary Celeste è una di quelle vicende che non smettono mai di generare curiosità, dibattiti e teorie più o meno fantasiose. La nave mercantile americana, ritrovata nel 1872 alla deriva nell’Oceano Atlantico senza nessuno a bordo, rappresenta uno degli enigmi marittimi più celebri di sempre. Tutte le dieci persone che si trovavano sulla nave scomparvero senza lasciare alcuna traccia, e per oltre un secolo nessuno è riuscito a fornire una spiegazione davvero convincente. Eppure, un esperimento condotto da un team di esperti inglesi potrebbe aver finalmente gettato luce su quello che accadde in quelle acque.
Il fascino di questa vicenda sta tutto nei dettagli. Quando Mary Celeste venne avvistata e raggiunta da un’altra imbarcazione, si presentava in condizioni tutto sommato normali: nessun segno di lotta, nessun danno strutturale grave, provviste ancora presenti. Semplicemente, l’equipaggio e i passeggeri erano spariti. Come se si fossero volatilizzati da un momento all’altro. Ed è proprio questa assenza totale di indizi evidenti che ha alimentato per decenni le ipotesi più disparate, dalla pirateria alle creature marine, passando per fenomeni paranormali e ammutinamenti.
L’esperimento che potrebbe spiegare tutto
Un team di esperti britannici ha però lavorato su una teoria decisamente più concreta e, va detto, molto più elegante nella sua semplicità. L’ipotesi riguarda un’esplosione di vapori d’etanolo. Mary Celeste trasportava nel suo carico centinaia di barili di alcol industriale, e secondo questa ricostruzione i vapori sprigionati dal contenuto avrebbero potuto accumularsi nella stiva fino a provocare una sorta di deflagrazione improvvisa.
La parte più interessante dell’esperimento, quella che rende questa teoria particolarmente credibile, è che gli studiosi sono riusciti a dimostrare come un’esplosione di vapori d’etanolo possa generare un’onda di pressione molto potente, sufficiente a terrorizzare chiunque si trovi a bordo, senza però lasciare tracce visibili di bruciature o danni permanenti. Niente fiamme prolungate, niente segni di fuoco sulle pareti o sul ponte. Solo un boato improvviso e una fiammata istantanea, il tipo di evento che avrebbe spinto l’intero equipaggio ad abbandonare la nave nel panico più totale, convinti che l’imbarcazione stesse per esplodere o affondare.
Ed ecco il punto cruciale: una volta calata in acqua la scialuppa di salvataggio, le persone a bordo non sarebbero più riuscite a tornare sulla nave. Il mare aperto, le correnti, le condizioni atmosferiche avverse avrebbero fatto il resto. Mary Celeste, intatta o quasi, avrebbe continuato la sua rotta trascinata dal vento e dalle onde, mentre chi l’aveva abbandonata andava incontro a un destino ben diverso.
Perché questa teoria regge più delle altre
Quello che rende questa spiegazione più solida rispetto alle tante che si sono susseguite nel tempo è proprio la coerenza con lo stato in cui la nave fantasma venne ritrovata. Nessun segno di violenza, nessun saccheggio, effetti personali ancora al loro posto. Una scena perfettamente compatibile con un abbandono precipitoso dettato dal terrore, non da un attacco esterno o da un evento catastrofico visibile.
Certo, la certezza assoluta su cosa sia realmente successo a bordo di Mary Celeste probabilmente non si avrà mai. Ma questo esperimento rappresenta il tentativo più rigoroso e scientificamente fondato di dare una risposta a un mistero che da oltre 150 anni tiene banco tra storici, appassionati di mare e semplici curiosi. Il fatto che un fenomeno così devastante per chi lo vive in prima persona possa non lasciare praticamente nessuna prova fisica è, in fondo, il motivo per cui questo caso è rimasto irrisolto così a lungo.