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Margaret Hamilton morta a 90 anni: guidò il software dell’Apollo

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Margaret Hamilton, la programmatrice che ha coniato l’espressione ingegneria del software e che negli anni Sessanta guidò lo sviluppo del software di bordo per il programma Apollo della NASA, è morta la settimana scorsa all’età di 90 anni. Nel 2016 aveva ricevuto la Presidential Medal of Freedom e l’anno successivo era diventata perfino una minifigure LEGO, inserita nel set “Women of NASA” accanto alle astronaute Mae Jemison e Sally Ride.

Olivier de Weck, direttore ad interim del Dipartimento di Aeronautica e Astronautica del MIT, ha spiegato che definirla una pioniera o una donna in anticipo sui tempi sarebbe riduttivo. Hamilton faceva l’ingegnera del software quando quel settore muoveva appena i primi passi e oltre a scrivere codice avanzato guidava un gruppo di lavoro che con una tecnologia ancora acerba costruì uno dei sistemi più complessi mai realizzati dall’umanità. Secondo de Weck il programma Apollo rimane una delle prove più alte di collaborazione e ingegno, e lei ne fu una colonna portante.

Margaret Hamilton: dalla matematica alla teoria del caos

Nata nel 1936 a Paoli, in Indiana, Hamilton si laureò nel 1958 all’Earlham College in matematica, con una specializzazione secondaria in filosofia che era un omaggio al padre poeta e al nonno preside. Lo stesso anno sposò James Cox Hamilton. L’accordo tra i due prevedeva che lei lavorasse finché il marito non avesse terminato gli studi di legge, dopodiché sarebbe stato lui a sostenerla durante il dottorato.

Finì invece a lavorare con Edward Lorenz, il matematico del MIT che cercava di costruire un modello del meteo attraverso equazioni differenziali su temperatura, pressione e velocità del vento. È famosa la giornata del 1961 in cui Lorenz si accorse che minime differenze nei valori di partenza producevano risultati molto diversi, quella sensibilità alle condizioni iniziali che è un tratto distintivo della teoria del caos. Molti però ignorano che a programmare il suo computer fosse proprio Hamilton. Nessuno dei due aveva nozioni di programmazione e impararono da autodidatti. Lorenz si divertiva davanti ai suoi metodi poco ortodossi, come quando srotolò il nastro di carta lungo il corridoio e corresse a mano il codice binario con una matita, bucando dove servivano gli uno e coprendo il resto con lo scotch. Prima di cambiare progetto addestrò chi l’avrebbe sostituita, la neolaureata Ellen Fetter, e Lorenz riconobbe nei suoi studi il contributo di entrambe.

La madre delle corde e l’allunaggio salvato

Nel 1961 passò al progetto SAGE, scrivendo software per un prototipo destinato ad aiutare l’aviazione statunitense a individuare velivoli nemici. La prima sfida fu far funzionare un programma su cui nessuno era riuscito a spuntarla, forse perché l’autore aveva lasciato le note in latino e greco. Ci riuscì, notando divertita che anche le risposte venivano stampate in quelle lingue. In quel periodo nacque il suo interesse per l’affidabilità del codice.

Nel 1965 era pronta a iniziare il dottorato quando il marito notò un annuncio dell’Instrumentation Lab del MIT, che cercava persone per il software di guida della missione Apollo. Fu la prima programmatrice assunta e la prima donna, e lavorò a sei missioni di allunaggio dal 1969 al 1972. Il codice binario veniva memorizzato con fili di rame intrecciati attorno a nuclei magnetici, tessuti da operaie tessili del New England in lunghe corde. Da qui il soprannome di “rope mother”.

Spesso portava in laboratorio la figlia Lauren, di 4 anni, che giocando nei simulatori digitò per sbaglio il comando P01 a missione in corso mandando in crash il sistema. La NASA ignorò la sua proposta di introdurre una protezione, finché l’astronauta Jim Lovell commise lo stesso errore durante l’Apollo 8 cancellando i dati di navigazione. Hamilton li recuperò e ribattezzò scherzosamente il problema “Lauren bug”.

Nel 1968, ormai vicedirettrice del team del modulo di comando, ideò un meccanismo di sicurezza per gestire il sovraccarico del computer. Fu decisivo durante l’Apollo 11, quando l’Eagle in discesa verso la Luna iniziò a lanciare allarmi. Il sistema stava sacrificando i compiti secondari per salvare quelli essenziali, e il modulo toccò il Mare della Tranquillità. In una lettera del 1971 Hamilton scrisse di dubitare che senza quel sistema di recupero l’allunaggio sarebbe riuscito.

L’eredità dopo la Luna

Il software Apollo è stato pubblicato su GitHub nel 2015. Nel 2019, per il 50° anniversario dell’allunaggio, Google orientò oltre 100.000 specchi della sua centrale solare nel deserto del Mojave per comporre un gigantesco ritratto di Hamilton illuminato dalla luce lunare. Dopo il programma lavorò al Draper Laboratory fino al 1976, quando fondò Higher Order Software, per poi creare nel 1985 Hamilton Technologies, il cui prodotto principale è lo Universal Systems Language. Lascia la figlia Lauren, il genero Richard Selesnick, due nipoti, quattro pronipoti e i fratelli John, David e Kathryn.

Fonte: TecnoAndroid

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