MacBook Neo ha venduto talmente bene da spaventare la concorrenza, e adesso ci sono i numeri a dimostrarlo. Secondo gli analisti di IDC, Apple ha spedito oltre 1,1 milioni di unità del suo primo portatile economico nelle prime tre settimane dal debutto, avvenuto a marzo. Una partenza che pochi si aspettavano così esplosiva, soprattutto considerando il prezzo di partenza fissato attorno ai 555 euro.
A mettere le cose in prospettiva ci pensa Navkendar Singh, associate vice president di IDC, che racconta come il Neo abbia surclassato anche i fratelli maggiori e più costosi. Il MacBook Air basato sul chip M5 si è fermato a 900.000 unità, mentre il MacBook Pro si è attestato sulle 550.000. E la cosa interessante è che la domanda, ad aprile, stava appena iniziando a salire davvero. Quasi la metà delle spedizioni, il 44 per cento, è finita nel mercato di casa di Apple, gli Stati Uniti. Ma l’interesse è stato altissimo ovunque, India compresa, dove di solito vanno forte i vecchi MacBook in offerta.
Perché il MacBook Neo va a ruba
Tim Cook, CEO uscente di Apple, aveva già parlato a fine aprile di una domanda “fuori scala”, capace di contribuire a un record di vendite di Mac tra chi comprava per la prima volta nel primo trimestre dell’anno. Numeri precisi non ne aveva dati, ma il segnale era chiaro: gli ordini online hanno accumulato ritardi di almeno una o due settimane fin dai preordini di inizio marzo.
La spiegazione di Singh è semplice e diretta. Il prezzo aggressivo del Neo, unito al rincaro continuo dei portatili Windows, sta attirando clienti come una calamita. Il segreto sta nella scelta del chip A18 Pro, lo stesso di iPhone 16 Pro, al posto di un processore della serie M. Certo, la RAM si ferma a 8GB, ma la scocca resta in alluminio e display, tastiera e trackpad vengono considerati sopra la media in una fascia dove dominano plastiche e compromessi vari.
La strategia ha funzionato forse persino troppo bene. Apple avrebbe raddoppiato la produzione e sarebbe stata costretta a riavviare la fabbricazione degli A18 Pro, invece di limitarsi a usare i chip “avanzati”. Tutto questo, tra l’altro, mette l’azienda al riparo dall’impennata dei prezzi di RAM e altri componenti, quella stessa impennata che ha spinto in alto i listini Windows. Alcuni portatili del 2026 costano centinaia di euro in più rispetto ai modelli equivalenti dell’anno prima: basti pensare al salto di circa 370 euro per il Dell XPS 14 e ai rincari generalizzati di Asus.
I produttori Windows corrono ai ripari
Che Apple riesca a mantenere questo ritmo di richieste è tutto da capire, ma intanto il fronte Windows si è mosso in fretta. Microsoft ha lanciato un bundle per studenti universitari dal valore di circa 460 euro su alcuni PC e ha commissionato uno studio pensato per far apparire il Neo meno conveniente rispetto a portatili comparabili con Windows 11. Intel, dal canto suo, ha tirato fuori una strategia chiamata Project Firefly, pensata per alzare l’asticella di qualità e design dei portatili economici con le sue CPU.
Anche il Computex 2026 ha messo in scena la sfida. Dell ha rivisto il suo XPS 13 puntandolo apertamente verso chi sta pensando a un Mac, mentre Acer schiera lo Swift Air 14 e l’Aspire Go 15 con chip Snapdragon C, entrambi indirizzati alla categoria economico ma con stile. I produttori di PC Windows temono di perdere fette di mercato nella fascia bassa proprio a vantaggio di Apple, e vogliono assicurarsi di avere alternative valide da offrire.