La fragilità di internet non è più un concetto astratto o relegato ai dibattiti tra addetti ai lavori. Droni che prendono di mira data center, governi che decidono di staccare la spina a interi paesi, reti elettriche che crollano trascinando con sé la connettività di milioni di persone. I primi tre mesi del 2026 hanno raccontato una realtà piuttosto scomoda: internet è una risorsa che può venire meno, e le minacce arrivano da direzioni molto diverse tra loro. Guerre, censure e blackout stanno mettendo a dura prova quella che spesso consideriamo un’infrastruttura indistruttibile, ma che in realtà è tutto fuorché invulnerabile.
Il report di Cloudflare racconta un quadro preoccupante
A confermarlo con i numeri ci pensa il nuovo Internet Disruption Summary pubblicato da Cloudflare, che copre il trimestre da gennaio a marzo 2026. Dal documento emerge un aumento significativo delle interruzioni di internet a livello globale, con un numero insolitamente elevato di disservizi gravi e prolungati. Le cause? Diverse, ma tutte allarmanti. Si va dagli shutdown nazionali imposti dai governi, come accaduto in Iran e Uganda, ai guasti della rete elettrica, con il caso emblematico di Cuba che ha subito ben tre collassi della rete elettrica nazionale nel giro di pochi mesi. E poi ci sono gli attacchi con droni che hanno colpito data center cloud in Medio Oriente, provocando un impatto diretto sulla connettività della regione.
Quello che emerge dal report è che la fragilità di internet ha molte facce. A volte è un’arma deliberata: interrompere il flusso di dati da e verso un paese significa isolarlo non solo dal punto di vista delle informazioni e delle comunicazioni, ma anche economicamente. Basta pensare alle forze di Teheran, che hanno minacciato di tagliare i cavi sottomarini nello stretto di Hormuz per provocare un blackout digitale su scala enorme. Quando la connettività diventa una leva geopolitica, il rischio cambia natura e diventa qualcosa di molto più serio rispetto a un semplice disservizio tecnico.
Non tutti i blackout fanno notizia, e questo è parte del problema
La situazione in Iran, complice una copertura mediatica costante, è sotto gli occhi di tutti. Ma ci sono paesi dove le interruzioni di internet passano quasi inosservate, e questa invisibilità rappresenta un problema nel problema. L’Uganda, per esempio, è rimasta completamente offline dal 14 al 18 gennaio 2026, in piena concomitanza con le elezioni presidenziali, su ordine diretto di un ente governativo. Quattro giorni senza connessione in un momento così delicato per la vita democratica del paese. Eppure se ne è parlato pochissimo.
Stesso discorso per Cuba, dove i ripetuti collassi della rete elettrica nazionale hanno creato gravi problemi a tutte le attività online. Qui non si tratta di una decisione politica, ma di un’infrastruttura energetica che semplicemente non regge, e che porta con sé anche la tenuta della rete. Il risultato, però, è lo stesso: milioni di persone tagliate fuori. Restare fuori dai radar dell’opinione pubblica internazionale si traduce in una sorta di doppio isolamento, perché chi è disconnesso non può nemmeno contare sull’attenzione e sull’appoggio della comunità internazionale.
Il report di Cloudflare relativo al primo trimestre 2026 mette nero su bianco quello che in molti sospettavano: la fragilità di internet è reale, diffusa e alimentata da fattori che vanno ben oltre i problemi tecnici. Conflitti armati, scelte governative autoritarie e carenze nell’approvvigionamento di energia stanno ridisegnando la mappa della connettività globale, lasciando intere popolazioni nell’oscurità digitale.