Tre sentenze stanno ridisegnando i confini del rapporto tra intelligenza artificiale e lavoro in Cina, stabilendo un principio tutt’altro che scontato: adottare l’AI non può diventare una scusa per tagliare posti di lavoro. Il fatto che a prendere questa direzione sia proprio il Paese che sta investendo cifre enormi per diventare una superpotenza globale dell’AI rende la questione ancora più significativa.
La sentenza più recente è arrivata a fine aprile dal tribunale intermedio di Hangzhou, la città dove sono nati il colosso dell’ecommerce Alibaba e il modello DeepSeek. Al centro della vicenda c’è un trentacinquenne, identificato con lo pseudonimo di Zhou, assunto nel 2022 da una fintech come supervisore del controllo qualità per modelli di intelligenza artificiale. Col tempo, l’AI ha finito per assorbire le sue mansioni. A gennaio 2025 l’azienda gli ha quindi proposto un ruolo inferiore, con lo stipendio ridotto da circa 3.200 a 1.900 euro al mese. Zhou ha rifiutato. E l’azienda lo ha licenziato, giustificando tutto con una generica riorganizzazione interna.
Il tribunale, però, non l’ha bevuta. Né in primo grado né in appello. La motivazione è piuttosto netta: il datore di lavoro non può appellarsi a un “cambiamento sostanziale delle circostanze oggettive” quando in realtà sta semplicemente scegliendo di ridurre i costi in modo volontario. Il licenziamento è stato dichiarato illegittimo e a Zhou è stato riconosciuto un risarcimento di circa 33mila euro.
Non è un caso isolato: sentenze simili anche a Guangzhou e Pechino
Zhou non è l’unico ad aver vinto questa battaglia. Già nel 2024 il tribunale intermedio di Guangzhou aveva esaminato il caso di un grafico sostituito dall’intelligenza artificiale. L’anno successivo, a Pechino, l’Ufficio municipale delle Risorse umane e della Sicurezza sociale ha reso pubblico un caso arbitrale riguardante un addetto alla mappatura dei dati, anche lui rimpiazzato dall’AI. Entrambi i licenziamenti sono stati giudicati illegittimi.
Nessun tribunale, ovviamente, può impedire a un’azienda di eliminare posizioni. Quello che può fare è stabilire che l’adozione dell’intelligenza artificiale non rappresenta di per sé un motivo valido per licenziare, imponendo risarcimenti adeguati. E Pechino vuole che questo messaggio arrivi forte e chiaro, tanto ai lavoratori quanto ai vertici aziendali. Non a caso, la sentenza di Hangzhou ha ricevuto una classificazione speciale che la trasforma in una sorta di caso guida per le decisioni future.
Il nodo politico: disoccupazione giovanile e invecchiamento demografico
Dietro queste sentenze c’è anche una questione squisitamente politica. Anche un regime autoritario come quello di Xi Jinping deve fare i conti con i segnali che arrivano dall’opinione pubblica. La Cina sta invecchiando rapidamente: nel 1950 l’età media era sotto i 24 anni, oggi supera i 38. Nel 2025 le nascite sono scese sotto la soglia degli 8 milioni, la metà rispetto a dieci anni prima. E dopo i tassi di crescita vertiginosi dei primi anni Duemila, il Paese fatica a creare opportunità soprattutto per i più giovani. Nella fascia tra i 16 e i 24 anni la disoccupazione sfiora il 17%. Si capisce bene perché qualcuno guardi con inquietudine ai 2 milioni di robot nelle fabbriche cinesi o ai robot autonomi che consegnano pasti a domicilio a Pechino, Shanghai e Shenzhen.
A febbraio il ministero delle Risorse umane e della Sicurezza sociale ha annunciato che entro fine anno verrà pubblicato un pacchetto dedicato all’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro. L’obiettivo non è certo frenare l’avanzata dell’AI, su cui Pechino continua a puntare con decisione. L’esecutivo cinese promette piuttosto di accompagnare la transizione, rafforzando i programmi di formazione e riqualificazione e potenziando gli ammortizzatori sociali, soprattutto nei settori più esposti: trasporti e servizi.