Il labirinto del fauno di Guillermo del Toro è tornato sotto i riflettori grazie a una proiezione speciale a Cannes 2026. Sono passati esattamente vent’anni da quel maggio 2006 in cui il regista messicano lasciò tutti di stucco, presentando quello che resta il suo film più personale, più politico, e probabilmente il più ardito. L’epopea della piccola Ofelia rimane ancora oggi uno dei fantasy più affascinanti mai concepiti. Un film costruito sul concetto di doppio, sulla contrapposizione anche in senso religioso: sopra e sotto, luce e oscurità, sogno e incubo, religione e laicità.
Il labirinto del fauno è popolato di esseri magici e mostri, in cui risplende sia l’eredità del mito antico sia la volontà di del Toro di omaggiare culture lontane, estranee alla tradizione europea. Le scenografie, i costumi, la fotografia di Guillermo Navarro (premiata con l’Oscar), il trucco a metà tra digitale ed effetto pratico: sono tutte armi con cui il regista crea un mondo ancestrale. Un universo dove domina un’identità prettamente femminile, dove la morte e il pericolo sono però sempre in agguato, proprio come per chi si oppone al Capitano Vidal nel mondo reale. Sergi Lopez regala un personaggio magnifico, uno dei villain più importanti del cinema contemporaneo, una sorta di incrocio tra l’Amon Goeth di Ralph Fiennes in Schindler’s List e il Christian Szell di Laurence Olivier ne Il Maratoneta.
Vidal è un contenitore dentro cui si ritrova tutto ciò che è stato, e continua ad essere, il fascismo. Sadico, narcisista, innamorato della divisa che indossa e che gli dona l’unico senso della sua vita, Vidal ama infliggere dolore. Del Toro gli costruisce addosso un’identità che lo rende simbolo di un male tanto preciso (la Spagna di Franco), ma lo lega anche a una religiosità cattolica oscurantista, dogmatica, sostanzialmente medievale: un Dio maschio e punitore che ha stabilito differenze di genere e di classe, differenze che non possono essere mai alterate. Ma ciò che lo rende davvero interessante è la sua visione mortuaria, l’essere così legato alla morte, all’attesa della morte. Si porta dietro un orologio che è il suo memento mori. È coraggioso, astuto, crudele, metodico. Il suo corrispettivo nel mondo immaginifico, quello che Ofelia si trova a fronteggiare durante la seconda prova, è l’Uomo Pallido.
Un film che ha cambiato il concetto di fantasy
Quella sequenza ancora oggi fa venire gli incubi a molti. Fu il momento di maggior tensione tra Guillermo del Toro e la distribuzione americana, che voleva un film più solare, meno cupo. Invece quel tavolo imbandito, quelle fatine divorate da quell’essere (un incrocio tra un’opera di Francisco Goya e uno yokai giapponese) con gli occhi sulle mani, altro non è che la metafora politica di ciò che rappresenta Vidal: il custode del privilegio. Il labirinto del fauno lo rende anche simbolo dell’ordine patriarcale della società.
Per lui Carmen e Ofelia non contano, conta solo il figlio maschio che avrà dalla donna. A opporglisi ci sono i partigiani, il Dottor Ferreiro (Alex Angulo) e la Governante Mercedes (Maribel Verdú). Ofelia però ha il suo bel daffare con rospi giganti, libri magici, fatine, mandragore. Ma la realtà bussa sempre alla sua porta. Il labirinto del fauno parla di sacrificio, in senso biblico, e di rinascita.
Chi è il cattivo della storia?
Nello spettatore emerge il dubbio se ciò che Ofelia vive, vede, tocca, sia reale oppure frutto della sua volontà di fuggire verso un altrove immaginifico, lontano da quel mondo fatto di torture, agguati e paura. Il cuore del racconto sta nella differenza tra obbedienza e libero arbitrio, tra fede e religione. Lo stesso Fauno in realtà è una creatura ingannevole, ora negativa ora positiva, quasi simbolo di una necessità di agire autonomamente che alla fine permetterà a Ofelia, pure morente, di tornare all’origine, in quel regno misterioso. Il labirinto del fauno è un film fondamentale nel percorso di del Toro, che rinunciò anche a gran parte del suo compenso pur di portarlo in sala come voleva lui. La distanza da ciò che Tim Burton aveva offerto è enorme, sia per l’assenza di giocosità e leggerezza, sia per i significati politici, morali e filosofici che del Toro inserisce nel racconto.
Un film che non passerà mai “di moda”
A dispetto di un budget non elevatissimo, il film ha un’estetica incredibile e unica, e rappresenta una continuazione de La spina del diavolo, il titolo che permise al regista messicano di emergere. Ragionare sulla morte, su un altrove distante ma in realtà legato al presente, scontrarsi con la religiosità e contrapporvi la scelta personale con i suoi pro e contro: nessuno era stato così profondo dai tempi di Dark Crystal di Frank Oz e Jim Henson e di In compagnia dei lupi di Neil Jordan, due fantasy ben distanti dal tipico prodotto per il pubblico mainstream americano. Qualcuno coglierà riferimenti anche a Labyrinth, un simbolo degli anni ’80, un altro meraviglioso viaggio sulla crescita e maturazione personale. Ma Il labirinto del fauno rimane un film unico perché concepito per un pubblico adulto, non per bambini o adolescenti.
Guillermo del Toro conferma anche qui la sua visione della mostruosità come metafora di ciò che esiste nel mondo reale, simbolo delle avversità interiori da superare, non di una tenebra fine a sé stessa o di un antagonista disneyano. Avrebbe proseguito con La forma dell’acqua, Pinocchio e Frankenstein questa rielaborazione del genere e dei suoi simboli. Lo straordinario successo del film, ben 90 milioni di incasso e sei nomination agli Oscar, gli permisero dopo Blade II e Hellboy di rivendicare un’indipendenza di visione e percorso che ha reso il cinema migliore, mostrando una via creativa che altri hanno poi imitato. I temi e le analisi di questo film, dopo vent’anni, sono purtroppo tornati di drammatica attualità: il mondo è finito nelle mani di altri Capitani Vidal, che non hanno nemmeno il fegato di combattere in prima linea per le tenebre a cui sono fedeli.