Nel settore energetico contemporaneo, assicurare un flusso costante di idrogeno è una priorità. Tale elemento, fondamentale nella sintesi dei fertilizzanti, è al centro delle ambizioni di decarbonizzazione di numerosi Paesi. Quest’ultimi sono desiderosi di ridurre drasticamente le emissioni climalteranti entro le prossime decadi. Eppure, oggi oltre il 95% dell’idrogeno prodotto deriva da processi basati su combustibili fossili. Contribuendo così per circa il 2,4% alle emissioni complessive di CO2 a livello mondiale.
Come produrre idrogeno in modo sostenibile
Le prospettive di crescita sembrano impressionanti. Dagli attuali 90 milioni di tonnellate, si stima che il consumo possa superare i 540 milioni di tonnellate. Il tutto entro il 2050. Un trend di tale portata rischia di annullare i progressi compiuti nella lotta al cambiamento climatico. Ciò se non si individuano modalità di produzione a basso impatto ambientale. Le tecniche più “pulite”, come l’elettrolisi alimentata da rinnovabili o i processi di cattura delle emissioni, definiscono scenari promettenti. Ma restano, al momento, troppo costosi.
In tale contesto emerge con forza l’opportunità rappresentata dall’idrogeno “bianco”. Ovvero quello presente in forma naturale all’interno delle formazioni rocciose terrestri. A differenza dell’idrogeno “grigio” o “blu”, prodotto a partire dal metano con o senza cattura del CO2, l’idrogeno bianco potrebbe garantire forniture a zero emissioni dirette. Ciò senza ricorrere a materie prime fossili. Eppure, la scarsità di dati attendibili sulla sua presenza in giacimenti sfruttabili ha finora frenato investimenti e ricerca.
Un recente studio congiunto di ricercatori delle Università di Oxford, Durham e Toronto, offre un valido contributo. L’obiettivo della ricerca è superare proprio tali limiti. Gli scienziati hanno adattato una metodologia originariamente sviluppata per scoprire riserve di elio nel sottosuolo. Tale approccio si basa sull’interpretazione integrata di dati geochimici e modelli di flusso dei gas. I quali sono in grado di individuare con maggiore accuratezza le zone in cui l’idrogeno si genera e si accumula.
Attraverso simulazioni computerizzate e analisi di campioni di roccia, il team è riuscito a ricostruire le reazioni che producono idrogeno e a tracciare il suo percorso all’interno delle porosità minerali. Distinguendo le aree in cui tende a concentrarsi da quelle in cui viene disperso. Un’ulteriore sfida emersa dallo studio riguarda l’azione di batteri e altri microrganismi ipogei. Quest’ultimi si nutrono di idrogeno e possono compromettere la conservazione delle riserve naturali. Infine, la ricerca evidenzia che i possibili depositi di idrogeno bianco non sono confinati a una ristretta finestra geologica. La distribuzione globale è pertanto più capillare di quanto si supponesse in precedenza, aprendo scenari promettenti per una nuova ondata di esplorazione.